La bicicletta di Giovanni Scheiwiller

Bicicletta, tratto da www.workcycles.comNell’ambito della commemorazione di Antonio Pizzuto che qui si celebra, a trent’anni dalla di lui dipartita, in forma privata, segreta, quasi clandestina, pubblico un breve testo luminoso e intenso che dovrebbe sfatare il mito dell’illeggibilità di questo ardito esploratore linguistico.

A margine del testo, poi, a mo’ di chiosa, riporto un passo in cui lo stesso Pizzuto dichiara ed esemplifica i criteri lessicali e sintattici che stanno alla base della sua ricerca stilistica. Mai come in questo caso vale il motto della fratellanza lettoria universale: buona lettura!

La bicicletta
Era vecchia, pesante, con moniletti infantili entro le raggiere onde insufflar fiato alle ruote, asmatico il campanellino, bruni vertebrale catena, cornei manubri, quel freno che stampava l’arresto. Come cedesse soffiando per invisibile foratura quale dei due aeriferi scrigni tubolari, rivelatrici nel secchio bollicine, luogo sbassato per smeriglio, rossastre toppe intrise in ben lubrico gelsomino la rammendavano, occulto il postale aspetto dalla copertura orichicco logora e grigia. Su inflessibilli molle, con evanescenti crepunde B R O O, l’acroterio minimo, votivo al sedere, in vividi sussulti lungo petrose, doppiandoli involontari tintinni. Faticava per l’erta, vintala disobbligandosi dagli impulsi con repentina veemenza, pergere dolce quando piano il tragitto, alcuno stradale solitario, fra le alberete, sottesso canaletto insidiosamente ammantato di verde. Che minaccioso intimando a retro far largo un mi bemolle, qual subito guizzo per manritta su proda allora, pedio insù, desse innanzi mafia, riceverne lo sbruffo con disciplina. A sua volta poi sorpassava orecchiuto asinello semaforante in gran basto, carretti d’erba; e le apparivano per traverso sbucate brusco da siepi oche galline, queste appresso remunerarla sghignazzandone. Gli orticelli, rosse casette, incontro frequentarsi di imberrettati, anfore: il villaggio. Era apposta a qualche problema, puntellantela, per una tappa, indutti pedale con forcella; odori la botteguccia in mistero, come ne offriva noi fanciulli preziosa fiala. Camposanto, maggesi; tardi, che calava l’inesorabile barra. Alto, pie’ tentoni, immoto recline contro gamba telaio; in quanti ad attendere, briglie sterzi buoi tregge, così piccola nell’ingombro lei: sibilando annunciarsi la locomotiva, con crescente fragore ruere il treno nella successione sul varco, togliervi svolazzanti brandelli, libero passo, daccapo silenziosa scorrevole misurava l’indiamantato cammino. Cibo, ma ogni tanto, chiesti con garbo, la vigilia di un viaggio, stille nei mozzi da minuscola ampolla in serbo, framezzo acciai sparadrappi carta vetrata, entro guaina pendula sotto canna. E volta per volta sempre oltre, cosi docile, segretessa, gratuita, a rendere come chicco di grano: offrendo, non vertiginosa, precipizi, ghiacciai o, retrogada per fare largo, serrati corridori pedaleggianti furiosi, dài, la folla, dài dài, e dopo nell’ippodromo, da fessura, l’ultimo cavallo a tutta carriera, strenuo fantino, fuori vista inseguiti, senza quella polvere primo. Un sassicello ferirla, sorda la sonanza, e poco rispondeva. Che mai. Nel semplice suo, qual guasto, dove. Eccola riscontrata ogni parte, scossa, come orologio al dire se andasse andrebbe, ancor rifiutandosi, con broncio pervicace, vani i suvvia, le cattive, escogitabondo. Qua ti fa male? Come un disobbediente al pediatra, armatosi questi, caccia fuori quanta più lingua gli è possibile, orbene qui non appena baluginanti le ganasce metalliche per chirurgia, con miglior consiglio appariva se mogia pur ben proclive oramai, sull’occidua via del ritorno, salvo cigolio, e talora oscillosa prua, senza soverchie bizze. Solo e scarso lume dal fanalino plasmava bassorilievi terragni, crepitandovi foglie secche, coccole esplose. L’urbano chiarore, e farsi innumerevoli scintillanti capocchie, quasi affannata contendervi, salutarla il suburbio nell’apparecchio notturno, viuzze deserte buie, famelici frugatori randagi pavidi al suo transito, la pattuglia, due tocchi, piazza, grattacieli, archi, di arrivo in arrivo, altro, altro, ultimo deposta a riposo; e non si incontravano mai il concessole con l’ottenuto: in vacanza lei, squisitamente attivo quel torchio a mano.
[Tratto da A.Pizzuto, Narrare, Cronopio 1999, a cura di Antonio Pane]

Nota
Il racconto fu dedicato da Pizzuto a Giovanni Scheiwiller, morto il 10 novembre 1965. Fu pubblicato, con un disegno di G.Viviani e un collage di F.Clerici nella collana All’insegna del pesce d’oro (Scheiwiller) nel 1966. In una lettera a Lucio Piccolo del 5 aprile 1966 Pizzuto scrive: «Il 18 marzo u.s. ho terminato, dopo oltre 26 mesi di incessante lavoro, “Sinfonia”. Attendo adesso – è una promessa, ed io le mantengo – a un breve scritto in memoria di Giovanni Scheiwiller, “La bicicletta” (con la quale, fino alla vigilia della morte, si riprometteva venire a Roma)». (La lettera è pubblicata in A.Pizzuto – L.Piccolo, L’oboe e il clarino, Scheiwiller, Milano 2002)

Chiosa d’autore
L’arte è per me sostanza-forma, cioè espressione e stile. Essenza della narrativa, quanto alla forma, risultano il lessico e la sintassi. Il semplice non è l’approssimativo, né l’approssimativo è l’impreciso: ché spesso la precisione consiste nell’indeterminatezza. Un esempio: se voglio dire di un somarello che procede carico per la campagna, scrivere: un somarello in basto andava etc. è approssimativo, richiede qualche complemento, che d’altronde ne limita l’estensione. Soccorre in luogo di andare il verbo pergere, ben più determinato, al punto da rifiutare complementi. Ma non è idoneo evidentemente a impiego estetico nelle forme finite, per es.: un asinello pergeva. Sarà invece efficacissimo in infinito storico: pergere somarelli in basto. Non è accettabile?
L’esempio offre peraltro il condizionamento di lessico con sintassi, facendo di pergere un verbo esteticamente difettivo, ridotto al solo infinito.
[brano tratto da Lessico e stile, saggio letto a una conferenza tenuta a Palermo il 10 novembre 1967 e ora pubblicato in A.Pizzuto, Lezioni del maestro, Scheiwiller, Milano 1991)]

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9 Responses to “La bicicletta di Giovanni Scheiwiller”

  1. CalMa says:

    Me lo sono proprio gustato.

  2. letturalenta says:

    ‘Gustare’ mi sembra un verbo particolarmente adatto a descrivere una lettura pizzutiana. Me gusta mucho anche a me.

  3. gabryella says:

    ah, il cinese è vicino (ed era ora!)

  4. letturalenta says:

    Confermo. Si avvicina il momento in cui dovremo per forza di cose andare tutti in bicicletta.

  5. Henry Cutler says:

    Greetings from Amsterdam,
    WorkCycles is just a little company and its nice to see our bicycles getting attention. Hovever the photo is copyrighted material so please ask permission and then provide credit and a link. Thanks in advance.

    Regards,
    Henry

    http://www.workcycles.com

  6. letturalenta says:

    Henry, credits and image origin are provided in the alternate image text. You can see them by putting the mouse over the image in MS-Explorer or examining the image properties in Firefox. This is the standard way I use in my blog to provide credits for the images I take from external sources. Please, let me know if it’s fine for you. If not, I’ll look for anoter bicycle on the Web, although your one is really cute, and perfectly matches the post’s contents.

  7. Henry Cutler says:

    Greetings again from Amsterdam,
    Thanks very much for your reply, for the credit, and for the compliment. Please leave the photo of our bicycle on your blog.

    Met vriendelijke groeten,
    Henry

  8. letturalenta says:

    Thank you very much, Henry, and best luck for your bicycle business. Ciao!

  9. [...] breve racconto mi ha riportato alla mente un altro brevissimo testo che lessi tempo fa in rete, un racconto di Antonio Pizzuto riportato dal meritevole [...]

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