Un Pizzuto letto Bene

Carmelo Bene, tratto da www.teatro.orgGrazie ai buoni uffici di gabryella – che i numi d’ogni ordine e grado la proteggano – la pizzuteide presenta oggi un lettore d’eccezione per un brano di Signorina Rosina, il romanzo di Antonio Pizzuto uscito per l’editore Macchia nel 1956 e ripubblicato con varianti da Lerici nel 1959. Il brano letto dal signore in effigie è parte del capitolo diciottesimo, che riporto in calce (in grigio i brani saltati da Bene).

Vorrei infine sottolineare come va a finire questo atto di lettura. Finisce con Bene che dice Voglio incoraggiare a leggere Pizzuto, perché Pizzuto va letto.



Dal penitenziario Bibi fu trasferito a lavori, che richiedevano anni, in un cimitero. Gli divennero familiari le distese di tetti rasente il piede fra giali larghi un palmo, ma deviava sempre al romore roco della cazzuola che raschia la calcina dal secchio, e ancora una volta appena erano percepibili sonorità di azzurre lavagne sfaldate; e svicolava, svicolava nel labirinto. Raccoltisi gli uomini della squadra per la refezione egli si appartava in siti dell’argine orientale prendendo lì, a cavalcioni o affacciato, il breve riposo. Di sotto si intersecavano a fasci i binari ferroviari con file di carri isolati rossi grigi neri bianchi verdi che minacciose locomotive da lungi custodivano in massa. Sbucavano i treni e il terrapieno tremava. Da quel lato erano necessari due robusti muri di contrascarpa, affidati a Bibi. Già, un fianco dell’ossario incominciava a spaccarsi. Venne l’ordine per lavorarvi giorno e notte. Egli si alternò con Mammelloni. Sudava nell’abituccio malandato, manifattura di uno, poveretto, con parecchio carcere ancora da espiare. Sull’imbrunire, di ritorno da quei lavori o direttovi, attraversava i riquadri attento ai suoi passi, ed ecco scattare su ogni pietra nelle lampade di devozione le luci: guai ad accenderle con ritardo. Il sommo della galleria a tramontana, tutto archi ricorrenti, riverberava l’illuminazione dorata come se là dentro vi fosse un trattenimento solenne. Fuori dal cancello, poi, non lontano, fra le molte botteghe di marmorai c’era l’osteria con in fondo il posto all’aperto, dove sotto una polverosa e stentata pergola si trovavano alcune tavole; e di là dal recinto tutto lo spazio, fin quesi alle pendici della ferrovia soprastante, accogliev veicoli a stanghe in su. La domenica vi spuntavano anche, risalendo lenti da esse, due minuscoli omnibus gialli trainati da asinelli. Questi erano tre, non più alti dei bimbi che divertivano nei giardini; l’ultimo faceva da retroguardia. Un omaccione a cassetta fumava la pipa; l’altro, il figlio forse, aveva più cuore. Alle volte un merci lunghissimo impennacchiato di biano rimontava il cavalcavia intimando silenzio. A destra la stradicciuola incassata era fragorosa di ruote e di un allegro trottare verso le rimesse; lucerne di cocchieri sorpassando il muro apparivano or qua or là nel tragitto come recate in cima a picche. Bibi incominciava ormai a leggere i nomi sulle lapidi, a scoprirvi gli illustri, a impararne ignoti. Tutto finisce, era inciso in un marmo. Io sono la vita, era rammentato in un altro. E qui l’unica speranza, e lì una promessa di eterno dolore nel gran regno del tempo. Il venticello spirava su tutti quei giusti e magnanimi e sommi. Così severi ed incontentabili verso i viventi, che un nonnulla appanna od incrina, così larghi con gli altri. Egli ritrovò la prietra del suo generale dalla firma stupenda. Ancora, sì, ancora doveva comparire, seppur raramente, in comandi e uffici per fornire particolari circa decreti di scarico o dichiarazioni di essere o non essere mai stato a Volterra. Udito il suo indirizzo erano solleciti a brandire una chiave, né gli porgevano la mano congedandolo; ma prima ognuno aveva domande da rivolgergli: se fosse vero che raggiunta la tale o la tal altra età essi non ce la fanno ad oltrepassarla, se si poteva con certezza contare sull’immortalità. Qualcuno voleva da lui perfino consigli salernitani. Sulla bocca altrui il tema radicale si trasformava in discorso indiretto, spoglio di immanenza, logico o contemplativo ma estraneo, semplicemente curioso. Qualcuno gli diceva grazie. Tornato solo Bibi da una panchina seguiva il gran traffico delle formiche. Un lombrico si dirigeva stentando verso l’altra sponda. Egli lo pigliò e lo depose alla méta. Anche qui un grazie? Invece rimase immoto, atterrito forse; gli sarà sopraggiunta poi una impotente collera: fatto sta che rimessosi in movimento si avviò al punto di partenza. Bibi andò oltre. Percorse un vialetto a lui nuovo. Due sfingi di pietra grigia custodivano una gran tomba racchiusa fra pareti lucenti sotto la volta a tempietto, col piccolo altare in fondo e lo stemma nel centro dell’architrave, stemma che era poi quello mediceo dimezzato. Sullo scalino egli scorse un vecchio signore chino a rinchiudere il cancello. Pareva, era anzi il capo. Bibi gli si appressò. Sono Conte, disse inchinandosi. Bravo, fece il capo. Conte il geometra, chiarì Bibi. Capisco, fu la replica. Sorveglio i lavori qui. Si faccia onore, come ha fatto sinora, concluse allontanandosi Sua Eccellenza. Bibi si inchinò un’altra volta. Poi lo raggiunse. Porrò sempre fiori, gli promise. Grazie, rispose il capo senza volgersi. C’era vicino al crocicchio una vasca. Lì egli poté ottenere qualche rosa che andò a situare su quella soglia. Terminata la cena, prima di rientrare, fece la consueta passeggiatina. Arrivava fino alla Porta Vecchia tornando dall’altro lato pel gran viale. Sotto gli alberi separate stavano sempre due o tre donne vestite di rosso o fragola. Si inoltrava l’ora dei solitari viandanti, delle bestie randage. Un piccolo cane fulvo incominciò a seguirlo. Lo raggiungeva lo guardava spariva, gli era appresso. Mentre Bibi schiudeva la porticina venne innanzi alquanto ed attese. Anelava movendo morbidamente la coda. Bibi si introdusse lesto lasciandolo al di fuori. La bestiola sentiva che egli era lì dietro. Soffiò e risoffiò, raspava, mugolava. In punta di piedi Bibi retrocesse; prese il cammino consueto fra tanti marmi. Il suo passo a tratti risonava. Dalle lanterne colorate le fievoli luci rischiaravano in basso qualche parola: Pace, Prece, Giace, MDCCC, Antonia; intorno intorno biancheggiavano forme e masse spettrali. Un chiaro sereno e dolce apparve alla svolta. Non il bagliore rossastro di dove si lavorava, né un prodromo lunare o il riflesso di qualche lume: era ampio, diffuso, persistente, a mezz’aria; veniva verso lui. Egli si trovò fra le lucciole che innumerevoli volteggiavano senza lambirlo traversando quel buio. Incantato Bibi dal suo sedile fissava la silenziosa fiumana fosforescente, tutta balenii azzurrognoli. Dicono che è questa l’ora dell’amore. Già il transito finiva. Una fioca voce lo chiamò a nome. L’ombra che gli stava accanto, a manca, deforme, rattrappita, così. Zia Rosina, egli balbettò, zia Rosina, signorina Rosina. E insolitamente pianse. Non doveva guardarla, né toccarla. Poter rammentare le sue parole. Tanto viaggio perché? Ma ritornerà, zia Rosina? Ritornerà? Basta pensarmi. Pensare è chiamare. Dove si era seduta dianzi batteva la luna ormai. I raggi passando gli erti rami diedero loro risalto, e cipressi e tuie levavano al cielo miriadi di palme, miriadi e miriadi di dita.

10 Responses to “Un Pizzuto letto Bene”

  1. gabriella says:

    Un bene prezioso. Bene, Gabryella!

  2. gabryella says:

    sarà la suggestione ma, riscoltando, colgo l’abbaiare d’un cane (chissà se fulvo..) in sottofondo

  3. letturalenta says:

    Che orecchio! Il cane abbaia alla frase “tutti quei giusti e magnanimi e sommi” (forse per approvare l’accento ironico?).

  4. Ottimo dono, Luca. Da conservare.
    Grazie.

    Bart

  5. […] Tanto viaggio perché? Ritornerà, zia Rosina?, si chiede Bibi nel noto romanzo. “Basta pensarmi. Pensare è chiamare”. Tanti pensieri rivolti a Pizzuto, oggi, come invocazioni a chi può risolvere e sciogliere nodi di parole che non danno più vita. Del tempo che non basta mai. […]

  6. […] Trent’anni fa moriva a Roma Antonio Pizzuto, autore di romanzi e racconti fra i maggiori del Novecento. La capitale, dove Pizzuto ha scritto tutti i suoi capolavori – da Signorina Rosina a Si riparano bambole a Ravenna – lo ricorderà con la prima commemorazione fra una settimana giovedì 30 novembre alla sala Burcardo (partecipate numerosi! (NdR)), a cui interverranno la figlia di Pizzuto, Maria, presidente della fondazione intitolata a suo padre, e il presidente del sindacato nazionale scrittori Mario Lunetta. Il Gr3 lo ricorda oggi, con un frammento di Signorina Rosina, il romanzo che fece conoscere a metà degli anni Cinquanta il questore in pensione Antonio Pizzuto. La magistrale lettura è di Carmelo Bene. Si tratta del diciottesimo capitolo di Signorina Rosina. Il protagonista, il geometra Bibi, è inviato dal suo implacabile capufficio a compiere improbabili lavori in un cimitero. […]

  7. Miriam Palma says:

    “Vano è il belletto a dissimulare gli anni”
    che brivido…..dànno le parole do Pizzuto

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