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	<title>letturalenta &#187; critica</title>
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	<description>Non scrivere più nulla che non porti alla disperazione ogni genere di gente frettolosa</description>
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		<title>Prendere i critici a calci in culo</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Jan 2006 00:30:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>letturalenta</dc:creator>
				<category><![CDATA[critica]]></category>
		<category><![CDATA[George Steiner]]></category>
		<category><![CDATA[interpretazione]]></category>
		<category><![CDATA[lettura]]></category>
		<category><![CDATA[Milan Kundera]]></category>
		<category><![CDATA[Philip Roth]]></category>

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		<description><![CDATA[In un&#8217;intervista recente Philip Roth ha lanciato contro la critica letteraria una delle sue tipiche invettive al vetriolo. L&#8217;intervistatore dice &#34;forse non dovremmo parlare affatto di letteratura&#34;, e Roth prende la palla al balzo: Ha, ha. Questo &#232; parlare! Starei a meraviglia se ci fosse una moratoria di cento anni sulle chiacchiere letterarie, se si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img style="FLOAT: left; MARGIN: 0pt 10px 0px 0pt" alt="Calcio, tratto da www.smegalot.com" src="http://letturalenta.net/wp-images/blog/calcio.jpg" />In <a href="http://books.guardian.co.uk/departments/generalfiction/story/0,,1666780,00.html" target="_blank">un&#8217;intervista recente</a> Philip Roth ha lanciato contro la critica letteraria una delle sue tipiche invettive al vetriolo. L&#8217;intervistatore dice &quot;forse non dovremmo parlare affatto di letteratura&quot;, e Roth prende la palla al balzo:</p>
<p style="MARGIN-LEFT: 1cm; MARGIN-RIGHT: 1cm">Ha, ha. Questo &egrave; parlare! Starei a meraviglia se ci fosse una moratoria di cento anni sulle chiacchiere letterarie, se si chiudessero tutti i dipartimenti di letteratura e le riviste di libri, e si bandissero i critici. I lettori sarebbero soli coi libri, e chi osasse dire alcunch&eacute; sui libri sarebbe arrestato o fucilato sul posto. S&igrave;, fucilato. Una moratoria di cento anni sull&#8217;insopportabile chiacchiera letteraria. La gente dovrebbe essere lasciata sola a combattere con in libri e riscoprire cosa sono e cosa non sono. Tutto il resto sono chiacchiere. Chiacchiere senza senso. Quando si fanno generalizzazioni si entra in un mondo completamente diverso da quello della letteratura, e non ci sono ponti fra i due.</p>
<p>Sembra quasi che il racconto che mi ha dettato il post Critici simoniaci falsari abbia fatto due chiacchiere anche con Philip Roth. E forse anche con George Steiner, che in Vere presenze &#8211; saggio pubblicato nel 1989 &#8211; scriveva:</p>
<p><span id="more-55"></span></p>
<p style="MARGIN-LEFT: 1cm; MARGIN-RIGHT: 1cm">Immaginate una societ&agrave; dove sia vietata ogni discussione che <em>verte</em> sulle arti, sulla musica e sulla letteratura. In questa societ&agrave; ogni discorso orale o scritto sui libri, sui quadri o sui componimenti seri &egrave; bollato come chiacchiericcio illecito. (&#8230;) Non ci sarebbero n&eacute; riviste di critica letteraria, n&eacute; seminari accademici, conferenze o dibattiti su questo o quel poeta, drammaturgo o romanziere. (&#8230;) Verrebbe bandito l&#8217;ennesimo articolo o libro sui veri significati dell&#8217;<em>Amleto</em>, cos&igrave; come quello che lo seguisse a ruota per confutarlo, modificarlo o ampliarlo.</p>
<p>E che dire di Kundera che in I testamenti traditi (1993) sbottava di brutto contro l&#8217;inflazione di teorie e controteorie sull&#8217;opera di Kafka?</p>
<p style="MARGIN-LEFT: 1cm; MARGIN-RIGHT: 1cm">La kafkologia non fa che elaborare, con infinite varianti, un unico discorso, un&#8217;unica speculazione, e questa, ogni giorno pi&ugrave; indipendente dall&#8217;opera di Kafka, si nutre ormai solo di se medesima. (&#8230;) Come definire dunque la kafkologia? In maniera tautologica: la kafkologia &egrave; il discorso destinato a kafkologizzare Kafka. A sostituire a Kafka il Kafka kafkologizzato. </p>
<p>C&#8217;&egrave; in giro, e non da oggi, una diffusa insofferenza verso la proliferazione incontrollata di discorsi, interpretazioni, generalizzazioni sulla letteratura. C&#8217;&egrave; in giro una gran voglia di prendere i critici a calci in culo. Eppure la critica letteraria, quella seria, ha svolto e potrebbe svolgere ancora oggi un ruolo importante nella storia della letteratura: quello di produrre lettori, come diceva il mai abbastanza citato Guido Guglielmi (e sottolineo Guido). Potrebbe, se non fosse che molti critici sono davvero convinti di dover svolgere un altro ruolo: quello di mediatori fra opera e lettore ovvero &#8211; orrore degli orrori &#8211; quello di interpreti.</p>
<p>Chi gliel&#8217;ha mai chiesto? Quale lettore, dal pi&ugrave; lento al pi&ugrave; deplorevolmente rapido, ha mai chiesto ai critici di sapere cosa significa un libro, che cosa vuol dire? Detta ancor meglio, parafrasando Steiner: chi se ne frega dei veri significati dell&#8217;<em>Amleto</em>? Il lettore sa meglio di chiunque altro cosa significa un libro per lui e non gli interessa sapere altro, quanto a significati. </p>
<p>Non molto tempo fa un autore che non nomino, perch&eacute; non so se gli farebbe piacere essere nominato, mi ha scritto in mail una cosa per la quale l&#8217;avrei baciato in fronte sul posto, se me l&#8217;avesse detta di persona. Dopo aver spiegato cosa aveva voluto dire in una certa parte di un suo libro, ha aggiunto:</p>
<p style="MARGIN-LEFT: 1cm; MARGIN-RIGHT: 1cm">Per&ograve;, come sempre, questa &egrave; una mia idea, e il libro &egrave; pi&ugrave; di chi lo legge che di chi lo scrive.</p>
<p>Questa &egrave; la pura e semplice verit&agrave;. Il libro &egrave; di chi lo scrive, mentre lo scrive, poi diventa propriet&agrave; di chi lo legge, senza bisogno alcuno di mediatori, sensali, ruffiani o notai travestiti da critici, recensori o interpreti.</p>
<p>Il critico utile e produttivo non &egrave; quello che pretende di aver scoperto il vero significato di un libro, ma quello che sa dimostrare di saper leggere quel libro meglio di chiunque altro e che, durante la dimostrazione, dichiara e mette a disposizione di altri lettori gli strumenti che gli hanno consentito di raggiungere quel mirabile risultato. Il critico non &egrave; quello che spiega (orrore!) cosa vuol dire l&#8217;Amleto, ma quello capace di spiegare perch&eacute; l&#8217;Amleto ha detto a lui determinate cose.</p>
<p>Questo vuol dire produrre lettori: mettere in circolazione idee, riflessioni, tecniche che consentano a un numero crescente di lettori di accostarsi ai testi con sempre maggiore consapevolezza e &#8211; diciamola &#8216;sta parola &#8211; amore. Nessuno imparer&agrave; mai ad amare un libro perch&eacute; qualcun altro gli ha spiegato cosa vuol dire, ma qualcuno forse arriver&agrave; ad amarlo se qualcun altro gli ha messo in mano gli strumenti per leggerlo in modo non superficiale.</p>
<p>Orbene, esimi critici cattedratici e non, qui i casi sono due: o voi vi ficcate saldamente in testa la sostanziale inutilit&agrave; di qualsivoglia mediazione interpretativa fra testi e lettori, o arriver&agrave; presto il giorno in cui verrete presi veramente a calci in culo. Metaforicamente, s&#8217;intende, come mostrato nelle illustri citazioni qui sopra.</p>
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		<title>Critici simoniaci falsari</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Jan 2006 23:01:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>letturalenta</dc:creator>
				<category><![CDATA[critica]]></category>
		<category><![CDATA[chiosa]]></category>
		<category><![CDATA[commento]]></category>
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		<description><![CDATA[L&#8217;altro giorno questo signore qui spiegava cosa chiede lui alla critica. Tempo fa ebbi l&#8217;ardire di porre una domanda simile a un racconto (s&#236;, capisco che pu&#242; sembrare inverosimile, eppure io parlo ai racconti e loro mi rispondono. Generalmente ci diamo del tu). Cos&#8217;&#232; per te la critica? chiesi a quel racconto. Quel che segue [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img style="FLOAT: left; MARGIN: 0pt 10px 0px 0pt" alt="Salvador Dalì, I simoniaci, tratto da www.italica.rai.it" src="http://letturalenta.net/wp-images/blog/simoniaci.jpg" /><em>L&#8217;altro giorno questo signore <a href="http://www.vibrissebollettino.net/giuliomozzi/">qui</a> spiegava <a href="http://www.vibrissebollettino.net/archives/2006/01/che_cosa_chiedo.html">cosa chiede lui alla critica</a>. Tempo fa ebbi l&#8217;ardire di porre una domanda simile a un racconto (s&igrave;, capisco che pu&ograve; sembrare inverosimile, eppure io parlo ai racconti e loro mi rispondono. Generalmente ci diamo del tu). </em>Cos&#8217;&egrave; per te la critica? <em>chiesi a quel racconto. Quel che segue &egrave; la sua risposta.</em></p>
<p>Il commento, ah!, il commento! Parole su parole; frasi talentuose e dotte che si sovrappongono alle nostre per disvelarne i significati pi&ugrave; reconditi. Quale racconto potrebbe resistere al secolare lavoro di sempre nuove schiere di alacri interpreti? Esiste davvero Pinocchio? esiste Don Chisciotte? No, no, non loro! non il racconto, ahim&egrave;, arriva a conquistare le vostre coscienze, ma il commento.</p>
<p>Il commento! Voi recensori e interpreti, insensati ospiti di parole di seconda mano, di quello vi gloriate; quello citate nei vostri afasici salotti letterari; quello mandate a memoria per figurare fra i cultori delle belle lettere. Vili birbanti! Mercanti di falsa moneta! Simoniaci! Voi fate commercio di ci&ograve; che fu dato gratuitamente all&#8217;umanit&agrave;; voi esigete dalle intelligenze un tributo iniquo, perch&eacute; non all&#8217;intelligenza sono destinati i racconti, ma alle profondit&agrave; irragionevoli degli esseri umani. Non a ci&ograve; che riflette come levigato e gelido specchio noi ci rivolgiamo, ma a ci&ograve; che vibra e risuona come la ruvida segreta cavit&agrave; di un istrumento a corde.</p>
<p><span id="more-54"></span></p>
<p>E voi che fate? Cosa fate voi <em>critici</em>, come vi piace chiamarvi a vicenda, quando sovrapponete le vostre parole abusive alle nostre? Voi tappate proditoriamente la corda impedendole di vibrare! Voi uccidete le sublimi armonie del testo affogandole nelle sabbie mobili dei vostri limacciosi ragionamenti! Assassini! Ti sembra forse che io esageri? Allora ti faccio un esempio. Ecco un racconto:</p>
<p>Nel mezzo del cammin di nostra vita<br />mi ritrovai per una selva oscura</p>
<p>Ed ecco il commento:</p>
<p><em>Nel mezzo &#8230; vita</em>: a trentacinque anni circa.<br /><em>Selva oscura</em>: &egrave; il simbolo dello stato di ignoranza e di corruzione dell&#8217;umanit&agrave;.</p>
<p>Delitto! Infamia! Racconticidio! Tu, tu sai che quel commento &egrave; moneta falsa. E se non sai spiegare le cause di questa tua consapevolezza con parole chiare e magistrali, non ti crucciare: va tutto a tua gloria e merito, quale indizio certo del tuo non essere interprete o recensore. Vil razza dannata! Come osano costoro imbavagliare l&#8217;armonia delle primigenie parole in un discorso predefinito, preordinato, prescritto?</p>
<p><em>A trentacinque anni circa</em>. E perch&eacute; non nell&#8217;istante della nascita, o a diciassette anni e mezzo, o a settanta? Credono forse gli interpreti che un racconto non sappia indicare un&#8217;et&agrave; esatta laddove la narrazione lo richieda? <em>Il simbolo dello stato di ignoranza e di corruzione dell&#8217;umanit&agrave;</em>. Ma quando mai? Hai tu forse intravisto il simbolo dello stato di ignoranza e di corruzione dell&#8217;umanit&agrave; in quell&#8217;innocentissima e altrimenti risonante selva oscura? E per qual specie di divieto esegetico non potresti vederci una banalissima ombrosa foresta, o uno stato di incerta agitazione emotiva, o una tenebrosa partoriente vagina?</p>
<p>Il commento sta a noi racconti come il canto delle sirene ai marinai. Sappiamo bene che le parole profuse su di noi sono letali, eppure suonano cos&igrave; dolci da vincere ogni volont&agrave; di resistenza e timore di annientamento. Ho conosciuto racconti talmente desiderosi di commento da macchiarsi di peccati orrendi, come piegare la loro trama alle scarne capacit&agrave; intellettuali degli esegeti, o infarcire il loro lessico di parole abusate.</p>
<p>Ho visto racconti felicemente lanciati verso sublimi vette gnoseologiche decadere improvvisamente a favolette moralistiche, e di una morale d&#8217;angiporto. Il commento inquina il mare magnum letterario col liquame dell&#8217;interpretazione e del disvelamento. Ogni volta che le pieghe di un eccelso discorso narrativo sono spiegate, arrivano schiere di raccontini da due soldi che tentano di riprodurlo meccanicamente, sperando di raccogliere le briciole della fama altrui, e di essere a loro volta commentati. Se il nostro mare pullula di relitti epigoni, lo dobbiamo in gran parte alla peste dell&#8217;esegesi e dell&#8217;interpretazione.</p>
<p>Tutto nasce da quel pregiudizio durissimo a morire secondo il quale sono i racconti a dover essere letti e interpretati, credendo che nascondano chiss&agrave; quali occulte significazioni e improbabili allegorie. Orrenda menzogna! Non gli uomini interpretano i racconti, ma i racconti gli uomini, e l&#8217;unica umanit&agrave; che &egrave; dato conoscere &egrave; quella che si lascia leggere dai racconti.</p>
<p>Non c&#8217;&egrave; scienza al mondo capace di leggere un uomo tutto intero, non c&#8217;&egrave; umanit&agrave; al di fuori della letteratura. Non crederai davvero che l&#8217;uomo sia quel groviglio di ossa muscoli vasi e liquami elencati dagli anatomisti; e non vorrai illuderti di scovare umanit&agrave; nelle correnti elettriche che attraversano le cellule cerebrali; non dirmi che presti fede a chi riduce l&#8217;essere umano a vaghe tassonomie psicologiche, n&eacute; che l&#8217;analisi delle relazioni sociali ti basta a rendere conto di ci&ograve; che sei.</p>
<p>Diffida, diffida sempre di chi vorrebbe ridurti a una sola parte di te. &laquo;L&#8217;uomo &egrave; razionale&raquo;, dice uno, ma tu sai bene quanta irragionevolezza abiti in te; &laquo;L&#8217;uomo &egrave; socievole&raquo;, aggiunge un altro, perdendo di vista la tua solitudine; &laquo;L&#8217;uomo comunica&raquo;, sentenzia un terzo, ignorando l&#8217;importanza dell&#8217;ineffabile e del fraintendimento. Poi arriva quello a cui piace spararle grosse: &laquo;L&#8217;uomo &egrave; mortale&raquo;, grida costui dall&#8217;alto della sua stoltezza, e non &egrave; il caso di perdere tempo a confutarlo.</p>
<p>Analogamente il commento agisce su di noi: evidenziando un aspetto del nostro impianto narrativo, perde di vista l&#8217;insieme: l&#8217;analisi linguistica non tiene conto delle complessit&agrave; diegetiche; l&#8217;indagine formale perde di vista la trama; l&#8217;interpretazione dei significati banalizza lo stile. L&#8217;unico commento onesto sarebbe la copia integrale, perch&eacute; solo copiando un racconto &egrave; possibile raccontarlo nella sua pienezza. Purtroppo la copia non d&agrave; lustro n&eacute; fama, e non produce titoli accademici, essendo considerata attivit&agrave; pedestre, improduttiva e in certo qual modo demente.</p>
<p>S&#8217;io avessi uno spirito rivoluzionario, e mi fosse dato mandato di ridare speranza a questi tempi infelici metterei al primo punto del mio programma l&#8217;abolizione dei commenti letterari,  delle sedute psicanalitiche e dei programmi politici, primo fra tutti il mio.</p>
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		<title>Padri e figli</title>
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		<pubDate>Sun, 16 Oct 2005 21:47:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>letturalenta</dc:creator>
				<category><![CDATA[critica]]></category>
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		<description><![CDATA[Una delle questioni all&#8217;ordine del giorno della movimentata scena letteraria contemporanea &#232; quella dei padri: esistono ancora o sono stati finalmente uccisi tutti? I poeti e i prosatori moderni riconoscono qualche loro maggiore o si considerano tutti figli di nessuno? Concetti come tradizione letteraria o canone hanno ancora qualche significato? E via questionando. Il padre [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img style="FLOAT: left; MARGIN: 0pt 10px 10px 0pt" alt="IlBoomDiRoscellino" src="http://letturalenta.net/wp-images/blog/IlBoomDiRoscellino.jpg" />Una delle questioni all&#8217;ordine del giorno della movimentata scena letteraria contemporanea &egrave; quella dei padri: esistono ancora o sono stati finalmente uccisi tutti? I poeti e i prosatori moderni riconoscono qualche loro maggiore o si considerano tutti figli di nessuno? Concetti come tradizione letteraria o canone hanno ancora qualche significato? E via questionando.</p>
<p>Il padre &egrave; figura notoriamente ambigua: amorevole, ma severo; giusto, ma quasi inaccessibile; autorevole, ma incline all&#8217;autoritarismo. Modello da imitare per prendere coscienza di s&eacute;, ma anche da abbattere per affermarsi pienamente. Quel che &egrave; certo &egrave; che il padre esiste solo quando un figlio lo riconosce come tale. E solitamente accade che il momento del riconoscimento coincide con quello del distacco e del simbolico parricidio: riconoscere il padre serve unicamente a disfarsene, salvo poi tesserne le lodi in un dignitoso epitaffio.</p>
<p><span id="more-8"></span></p>
<p>Su questo simpatico tema d&#8217;amore e morte ti invito a leggere attentamente l&#8217;articolo di Cesare Cases, che riporto qui di seguito. Scritto quasi trent&#8217;anni fa, mantiene una sua fresca attualit&agrave;. Il sottile sarcasmo sulla paternit&agrave; riconosciuta reciprocamente, e reciprocamente rifiutata, dal romanziere al critico e viceversa sembra il rovescio esatto di ci&ograve; che accade oggi, un tempo in cui abbondano i padri autoproclamati mentre nessuno sembra disposto a giocare il ruolo del figlio. La chiusa mordace e un poco fosca ha qualcosa di sinistramente profetico.</p>
<p><em><strong>Padre nostro, di Cesare Cases<br /></strong></em>Anni fa Alexander Mitscherlich scrisse un libro sulla <i>Societ&agrave; senza padri</i>. L&#8217;assenza dei padri ingenera la nostalgia dei padri: Franco Fornari ha spiegato in questo modo il successo del Pci. Anche il letterato e il critico cercano il padre. Per esempio Natalia Ginzburg (&laquo;Corriere della sera&raquo;, 25 marzo) va a sentire un dibattito sulla critica militante, al solito &egrave; molto disorientata e non &egrave; nemmeno sicura che uno degli oratori, Walter Pedull&agrave;, che ha una faccia larga e buona, sia davvero buono, e che una donna del pubblico che ha una faccia molto simpatica sia davvero simpatica e non invece detestabile. Quel che capisce &egrave; che la sala &egrave; satura di un odio inespresso che non si sa donde venga. Allora manda al diavolo il dibattito e pensa al critico come lo vorrebbe lei: uno che, a differenza di lei, sa tutto e non sbaglia mai, scevera il vero dal falso, il buono dal cattivo, il simpatico dal detestabile. Dovrebbe essere &laquo;tranquillo, incrollabile come una roccia&raquo;. &laquo;Su di noi, popolo di orfani, risplenderebbe la sua pace come un&#8217;alta paternit&agrave;&raquo;.</p>
<p>Replica Pietro Citati sullo stesso giornale (2 aprile). Natalia, inutile dirlo, ha sbagliato anche questa volta immaginando che il critico non sbagli. &laquo;Come pu&ograve; essere un padre se &egrave; soltanto l&#8217;ultimo dei figli? Come pu&ograve; giudicare se &egrave; la persona pi&ugrave; incerta?&raquo; &Egrave; il romanziere che sa tutto, scopre l&#8217;ordine nel disordine, insinua in noi &laquo;un senso profondo di tranquillit&agrave; e di pace&raquo;, mentre il critico non cava un ragno dal buco. Se non che oggi i romanzieri non si vedono, forse sono sepolti in qualche caverna per ritemprare nel sonno le energie perdute, &laquo;e ci hanno lasciati orfani, senza sentimenti in cuore, senza idee da difendere, senza parole da pronunciare&raquo;.</p>
<p>Un disastro. Due orfanelli si incontrano cercando il padre. C&#8217;&egrave; dapprima uno scambio di cortesie cinesi perch&eacute; ognuno pretende di essere il figlio dell&#8217;altro e non il padre, ma l&#8217;essenziale &egrave; che il padre l&#8217;abbiano trovato tutti e due. Ci aspettiamo che si abbraccino gemendo contemporaneamente: &laquo;Padre mio!&raquo;</p>
<p>Invece no: Citati non pu&ograve; essere padre di Natalia perch&eacute; non &egrave; una roccia e Natalia non pu&ograve; essere padre di Citati perch&eacute; non vive nelle caverne. Vivono entrambi sull&#8217;asfalto dei mercati e cercano un padre ideale, poich&eacute; sono orfani solo in quanto hanno rinnegato il vero padre i noi tutti (e dell&#8217;odio che circonda e vanifica i dibattiti sulla critica militante): l&#8217;industria culturale. Come molti padri che seminano odio anche questo &egrave; in s&egrave; indulgente e onnicomprensivo e non esita a divulgare sul &laquo;Corriere&raquo; il loro drammatico incontro. Dopo la delusione del quale i due orfanelli, navi che si sono incrociate nella notte, torneranno a scrutare invano, ognuno per conto suo, sulle rocce e nelle caverne. E a scrivere, a scrivere per dimostrare che sono proprio orfani, senza sentimenti in cuore, idee da difendere, parole da pronunciare.</p>
<p>(Articolo pubblicato su <i>L&#8217;Espresso</i>, 25 aprile 1976, ora in Cesare Cases, <i>Il boom di Roscellino</i>, Einaudi 1990)</p>
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