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	<title>letturalenta &#187; diatribe</title>
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	<description>Non scrivere più nulla che non porti alla disperazione ogni genere di gente frettolosa</description>
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		<title>L&#8217;etteratura è morta</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Apr 2010 23:01:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>letturalenta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;etteratura è morta, dicono. C&#8217;è chi dice che è morta da almeno trent&#8217;anni, altri da trentacinque. I più pessimisti datano la morte dell&#8217;etteratura ai primi anni del ventesimo secolo. Pare infatti che a differenza di uomini, animali, piante e altri agglomerati di sostanze organiche senzienti e non, non esista ancora un metodo condiviso per stabilire [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img style="FLOAT: left; MARGIN: 0pt 10px 0px 0pt" src="http://letturalenta.net/wp-images/blog/etto.jpg" alt="tratto da www.edarts.net/access/100cal.jpg"/>L&#8217;etteratura è morta, dicono. C&#8217;è chi dice che è morta da almeno trent&#8217;anni, altri da trentacinque. I più pessimisti datano la morte dell&#8217;etteratura ai primi anni del ventesimo secolo. Pare infatti che a differenza di uomini, animali, piante e altri agglomerati di sostanze organiche senzienti e non, non esista ancora un metodo condiviso per stabilire l&#8217;esistenza in vita dell&#8217;etteratura, con il risultato che ognuno si può prendere la libertà di farla morire un po&#8217; quando gli pare.</p>
<p>Tant&#8217;è che &#8212; sembra assurdo, lo so, ma è così &#8212; c&#8217;è perfino gente che sostiene che l&#8217;etteratura in realtà è viva e non se la passa neanche tanto male.</p>
<p>Le cause di queste difficoltà di accertamento e datazione del decesso non sono completamente note, né facilmente deducibili dal fenomeno in sé, e tuttavia non è irragionevole ipotizzare che fra esse ci sia la mancanza di un accordo fra gli operatori del settore circa l&#8217;assetto ontologico dell&#8217;etteratura. Fra le molte scuole di pensiero citeremo qui solo le principali.</p>
<p>La <em>scuola empirica</em> insegna che l&#8217;etteratura è l&#8217;insieme di ciò che è contenuto negl&#8217;ibri. Alle numerose richieste di un parere scientifico su cosa siano gl&#8217;ibri, i massimi esponenti della scuola empirica han sempre fatto orecchie da mercante.</p>
<p>La <em>scuola soggettivista</em> fa coincidere l&#8217;etteratura con l&#8217;atto dell&#8217;èggere. Secondo questa scuola l&#8217;ettore è il vero artefice del fenomeno etterario. Ai frequentatori più assidui dell&#8217;annosa questione non sfugge il subdolo sottinteso etimologico di questa posizione.</p>
<p>La <em>scuola accademica</em> afferma che l&#8217;etteratura è il museo delle opere storicamente accolte nel canone etterario da un&#8217;élite di ettori specialisti. Se richiesti di specificare i requisiti necessari per entrare a far parte di quella élite, i membri della scuola accademica generalmente fischiettano.</p>
<p>La <em>scuola ideologica</em>, infine, sostiene che l&#8217;etteratura è la rappresentazione simbolica dei miti e delle fobie di un popolo. Va da sé che se chiedete a un ideologico di definire <em>popolo</em>, egli vi rimanderà alla sociologia, all&#8217;antropologia, alla glottologia o a qualsivoglia altra materia in cui si sarà preventivamente dichiarato incompetente.</p>
<p>Essendo impossibile dare una risposta condivisa alla domanda <em>cos&#8217;è l&#8217;etteratura?</em>, gli esperti solitamente si accordano su proposizioni apodittiche del tipo <em>l&#8217;etteratura c&#8217;è</em>, spostando di fatto il discorso da un contesto razionale a uno fideistico e rimandando <em>sine die</em> una definizione articolata dell&#8217;ente. L&#8217;esistenza dell&#8217;etteratura, insomma, sembra essere una questione di fede, non di ragione e, date queste premesse, stabilire se l&#8217;etteratura è viva o morta è di fatto una disputa teologica. </p>
<p>Nessuna sorpresa, quindi, se l&#8217;ettore laico e diabolicamente materialista, quando qualche esponente di una o più delle succitate scuole gli viene a raccontare che l&#8217;etteratura è morta, risponda con l&#8217;inciviltà che lo contraddistingue <em>e un bel chissenefrega non vogliamo mettercelo?</em> e continui di poi a èggere, beffardo e imperterrito, incurante della costernazione del necroforo di turno.</p>
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		<title>L&#8217;eterno fascino della diatriba</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Nov 2009 23:01:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>letturalenta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La diatriba è l&#8217;anima della cultura. Platonici vs. Aristotelici, Nutella vs. CiaoCrem, Tolstoj vs. Dostoevskij, Coca vs. Pepsi, Antichi vs. Moderni, Indiani vs. Cowboy, e via così. Date in pasto all&#8217;umanità una materia opinabile, e subito sorgeranno due eserciti contrapposti e armati fino ai denti. Questa natura essenzialmente bellica della comunicazione culturale pone qualche problema [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img style="FLOAT: left; MARGIN: 0pt 10px 0px 0pt" src="http://letturalenta.net/wp-images/blog/diatriba.jpg" alt=""/>La diatriba è l&#8217;anima della cultura. Platonici vs. Aristotelici, Nutella vs. CiaoCrem, Tolstoj vs. Dostoevskij, Coca vs. Pepsi, Antichi vs. Moderni, Indiani vs. Cowboy, e via così. Date in pasto all&#8217;umanità una materia opinabile, e subito sorgeranno due eserciti contrapposti e armati fino ai denti.</p>
<p>Questa natura essenzialmente bellica della comunicazione culturale pone qualche problema organizzativo, perché discutere una questione a randellate tende a por fine al dibattito per mancanza di contendenti prima che si trovi una soluzione, e questo non è bello a vedersi, né vantaggioso per il progresso della conoscenza.</p>
<p>Se ne rese conto per primo un intellettuale vissuto circa settantamila anni fa, di cui purtroppo non resta che il cranio conservato in un museo paleontologico kenyota. Un giorno costui raccolse una noce di cocco e si accingeva a spaccarla con l&#8217;ascia, quand&#8217;ebbe l&#8217;idea di chiedere ad alta voce: «secondo voi si spacca prima se l&#8217;appoggio per terra o se l&#8217;appoggio su questa bella pietra piatta?». Non l&#8217;avesse mai fatto. Fra i raccoglitori della sua squadra si formarono seduta stante due partiti, i terristi e i pietristi, che iniziarono a discutere animatamente, non senza pesanti scambi di motti salaci e reciproci sberleffi.</p>
<p>Quando i raccoglitori rientrarono al villaggio, la discussione si allargò a tutti gli abitanti e non ci volle molto per arrivare ai calci e ai ceffoni. L&#8217;intellettuale allora emise un grido ferocissimo che come per incanto immobilizzò i contendenti, taluni con le mani attorno al collo del vicino, altri col ginocchio a pochi centimetri dagli altrui genitali, altri ancora piegati in due per il colpo appena ricevuto. Quando fu sicuro di aver guadagnato l&#8217;universale attenzione, l&#8217;intellettuale disse: «facciamo così: cinque terristi di qua, cinque pietristi di là, ognuno con la sua bella noce da spaccare. Vince la squadra che finisce prima». Così fecero, e i pietristi conclusero la prova con ampio vantaggio sugli avversari.</p>
<p> Quella sera stessa tutti si sedettero in cerchio attorno a un grande fuoco al centro del villaggio, sbranando montagne di carne arrostita e tracannando latte di cocco fermentato. La discussione proseguì su tutt&#8217;altri toni: «se funziona con le noci di cocco» disse un raccoglitore «potrebbe andar bene anche con le selci, no?» e un arrotaselci rispose: «ottima idea. Domattina proverò ad affilarle sopra una pietra, anziché per terra, poi vi faccio sapere come è andata». E quello fu il primo circolo ermeneutico di cui si conservi il ricordo.</p>
<p><em>(tutto questo per dire che <a href="http://vibrisse.wordpress.com/2009/10/29/viaggio-tra-le-gazzette-dellera-di-internet/">va bene provocare</a>, <a href="http://vibrisse.wordpress.com/2009/11/06/di-questo-si-sarebbe-potuto-e-dovuto-dibattere/">va bene discutere</a>, <a href ="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/11/scrivo-per-essere-capito/#comment-123789">va bene lamentare</a> le infime sorti e regressive dell&#8217;industria culturale, ma poi, a un certo punto, bisognerebbe cominciare a fare proposte in positivo. Per esempio, la butto lì, pubblicare in rete le opere di &#8220;valore non discutibile&#8221; (Cortellessa) e spiegare, sempre in rete, il perché e il percome il loro valore non sia discutibile (e mettere nel conto le eventuali legittime pernacchie)).</em></p>
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		<title>La capocciata</title>
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		<pubDate>Thu, 13 Jul 2006 00:10:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>letturalenta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Per una volta la diatriba della settimana (le diatribe moderne, si sa, durano al massimo una settimana) non è letteraria, ma pazienza. Da qui a lunedì prossimo si tratta di decidere, una volta per tutte, dove stia la ragione e dove il torto nell&#8217;ormai celebre episodio della capocciata. Innanzitutto occorre trovare un bel titolo alla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img style="float: left; margin: 0pt 10px 0px 0pt" alt="La capocciata, tratto da www.chinadaily.com" src="http://letturalenta.net/wp-images/blog/capocciata.jpg" />Per una volta la diatriba della settimana (le diatribe moderne, si sa, durano al massimo una settimana) non è letteraria, ma pazienza. Da qui a lunedì prossimo si tratta di decidere, una volta per tutte, dove stia la ragione e dove il torto nell&#8217;ormai celebre episodio della capocciata. Innanzitutto occorre trovare un bel titolo alla diatriba, magari generalizzando un poco, per cercare di trarre dalla questione insegnamenti morali di portata universale. Dopo attenta riflessione, mi pare che il dilemma possa essere così rappresentato:</p>
<p><em>Se sia lecito per un uomo rifilare capocciate allo sterno di un avversario quando questi abbia rivolto alla propria sorella l&#8217;appellativo di prostituta</em>.<br />
<span id="more-152"></span><br />
La frase soprastante identifica un caso particolare all&#8217;interno di una questione generale, essendo questa la liceità delle capocciate allo sterno di un avversario e quello la fattispecie in cui il capocciato abbia rivolto l&#8217;appellativo di prostituta alla sorella del capocciante. Volendo generalizzare la questione, ci si potrebbe limitare a considerare la prima parte della frase. Tuttavia è evidente che procedendo in questo modo si snaturerebbe il problema, il quale verte non tanto sulla liceità delle capocciate sternali generalmente intese, quanto sull&#8217;uso delle medesime come reazione al sororale appellativo.</p>
<p>È universalmente noto, infatti, che azioni giudicate abominevoli per l&#8217;ordinario, possono essere lecite in casi straordinari. Valga per tutti l&#8217;esempio dell&#8217;omicidio, che ogni uomo assennato e retto giudica azione malvagia in generale, ma giustificabile qualora sia commesso per proteggere la propria vita o quella dei propri cari. Allo stesso modo occorre ragionare in questo caso: pur essendo la capocciata <em>azione</em> in sé deplorevole, qui si tratta di stabilire se non possa essere in certi casi &#8211; e in particolare nel caso di specie &#8211; <em>reazione</em> proporzionata a un&#8217;offesa subìta.</p>
<p>Occorre pertanto valutare se la proposizione <em>tua sorella è una prostituta</em> possa costituire offesa. Si osservi innanzitutto che detta proposizione può essere una constatazione o un&#8217;illazione. Constatazione nel caso in cui la sorella in questione eserciti regolarmente l&#8217;antico mestiere, illazione in caso contrario.</p>
<p>Nel primo caso la frase potrebbe risultare offensiva qualora il destinatario soffra per la professione della sorella, a causa di riserve di natura morale o di decoro. Sarebbe questa un&#8217;offesa simile a quella esemplificata dal detto <em>rigirare il coltello nella piaga</em>, ovvero provocare tormento e dolore non per curare una malattia, ma per puro sadismo.</p>
<p>Nel secondo caso la frase è certamente offensiva in quanto equivale a dire il falso sul conto della sorella. Tuttavia non è azzardato supporre che un&#8217;affermazione ugualmente falsa &#8211; come per esempio <em>tua sorella è una docente di filosofia morale</em> quand&#8217;ella sia in realtà direttore generale delle ferrovie &#8211; non risulti parimenti offensiva. È quindi ragionevole inferire che anche in questo caso la frase può costituire offesa solo se capocciato e capocciante considerano azione deprecanda l&#8217;offerta di prestazioni sessuali in cambio di denaro.</p>
<p>Sembrerebbe quindi che la veridicità dell&#8217;affermazione <em>tua sorella è una prostituta</em> non influisca in alcun modo sul suo potenziale offensivo, ma che questo si manifesti solo qualora l&#8217;emittente e il destinatario della proposizione condividano un giudizio  negativo sulla prostituzione. Cosa questa quasi impossibile. Basta infatti pensare a quanti clienti fissi e occasionali utilizzano i servizi delle prostitute, per capire che si tratta di un mestiere molto apprezzato dalla stragrande maggioranza degli uomini e che pertanto è bassissima la probabilità che entrambi i protagonisti della vicenda in esame lo disprezzino.</p>
<p>Probabilità molto bassa, sì, ma maggiore di zero, come tutte le probabilità, quindi potrebbe anche accadere, ma si tratterebbe di un fenomeno così residuale da non meritare soverchie attenzioni. Tuttavia, dopo aver considerato attentamente la questione e averla partitamente analizzata, mi sembra opportuno tentare comunque una conclusione, per la quale rimando al paragrafo successivo.</p>
<p>Se un uomo chiama la sorella di un altro uomo <em>prostituta</em> con l&#8217;intenzione di offenderlo, e l&#8217;altro uomo si considera offeso al punto da ritenere giusto tirare una capocciata allo sterno del primo, è evidente che né l&#8217;uno né l&#8217;altro hanno mai usufruito dei servizi di una prostituta, perché in caso contrario né l&#8217;uno né l&#8217;altro considererebbero quell&#8217;appellativo un&#8217;offesa. Che due uomini siffatti si incontrino è evento decisamente straordinario e imputabile a somma sfortuna. Sono talmente disgraziati, i due, che aggravare il loro fardello giudicandoli sarebbe una crudeltà gratuita.</p>
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		<title>Cosa deve essere la narrativa</title>
		<link>http://letturalenta.net/2006/06/cosa-deve-essere-la-narrativa/</link>
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		<pubDate>Mon, 05 Jun 2006 13:05:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>letturalenta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In questo periodo sono abbastanza gettonate le diatribe sul tema cosa deve essere la narrativa?, che è già di per sé una domanda alquanto scema, dato che l&#8217;unica risposta sensata è: la narrativa &#8211; e più in generale la letteratura &#8211; non deve essere proprio alcunché, se non, per l&#8217;appunto, letteratura, ovvero ordigno verbale, edificio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img style="FLOAT: left; MARGIN: 0pt 10px 10px 0pt" alt="War with pen by Robert Neubecker, www.neubecker.com" src="http://letturalenta.net/wp-images/blog/nuebecker_wwp.jpg" />In questo periodo sono abbastanza gettonate le diatribe sul tema <em>cosa deve essere la narrativa?</em>, che è già di per sé una domanda alquanto scema, dato che l&#8217;unica risposta sensata è: la narrativa &#8211; e più in generale la letteratura &#8211; non <em>deve</em> essere proprio alcunché, se non, per l&#8217;appunto, letteratura, ovvero ordigno verbale, edificio di parole, mistura di grafismi. Che altro mai dovrebbe essere? Eppure non passa giorno senza che qualcuno tenti di dare alla letteratura nuovi compiti e nuovi doveri.</p>
<p>Uno dice che la narrativa deve essere <strong><em>fiction</em></strong>, ovvero pura invenzione, ed ecco che subito spunta fuori un altro a obbiettare che no, esimio collega, la narrativa ha da essere <strong><em>faction</em></strong>, ovvero rispecchiamento fedele della realtà. E se il primo non esita a considerare indegno di pubblicazione tutto ciò che non assomiglia a <em>Don Chisciotte</em>, l&#8217;altro non accetta niente che non discenda in linea diretta da <em>Germinal</em>. E s&#8217;accapigliano peggio dei capponi manzoniani:<br />
<span id="more-136"></span><br />
- <em>fiction</em> dev&#8217;essere, hai capito? O è <em>fiction</em> o è merda!<br />
- Ma fitta un po&#8217; tua sorella, caro te. La narrativa ha da esser <em>faction</em>!</p>
<p>Fermi, signori, fermi! Non avete fantasia, perdiana e anche perbacco! Il furore tassonomico va esteso, allargato, tirato a più non posso, acciocché possa esprimere appieno le sue potenzialità semantiche e definitorie. Bisogna andare oltre, signori miei, più oltre, molto più oltre la sterile contrapposizione di <em>fiction</em> e <em>faction</em>, ormai obsoleta e incapace di cogliere la complessità connaturata alla materia letteraria.</p>
<p>Propongo innanzitutto di differenziare il dover essere della narrativa in base ai giorni della settimana, per movimentare un po&#8217; la scena ed evitare il rischio di fossilizzazione e di noia. Quindi cominciamo col dire, una buona volta, che la narrativa dev&#8217;essere <em>fiction</em> il lunedì, mentre conviene che sia <em>faction</em> il martedì.</p>
<p>Per il mercoledì propongo senz&#8217;altro la <strong><em>fucktion</em></strong>, ovvero la descrizione puntuale e dettagliata di rapporti sessuali di qualunque tipo. Un racconto o un capitolo di romanzo composto di mercoledì, quindi, dovrà obbligatoriamente parlare solo di fellatio, cunnilingus, penetrazioni pro e contro natura, orge e baccanali, raduni di bukkake e gang bang, con pene severissime per gli scrittori disobbedienti, fino alla radiazione dagli albi professionali e l&#8217;espulsione dalle organizzazioni sindacali.</p>
<p>Di giovedì vedrei bene la <strong><em>friction</em></strong>, che può essere sommariamente definita come narrazione esatta e possibilmente verista di eventi e situazioni di attrito e di discordia, quali liti furibonde fra amanti o scontri epocali fra opposti eserciti, ma anche &#8211; a titolo d&#8217;esempio &#8211; la descrizione accurata e meticolosa di un gessetto che stride sulla lavagna o di un flessibile nell&#8217;atto di scorciare una tavella in laterizio.</p>
<p>Il venerdì, per simmetria fonetica con i doveri del lunedì e del martedì, dev&#8217;essere senz&#8217;altro il giorno della <strong><em>fraction</em></strong>. In questo giorno ogni scrittore che voglia essere degno del canone del terzo millennio dovrà raccontare tutto ciò che ha a che fare con la divisione, la separazione, la frammentazione. Per esempio, gli amanti che nel capitolo del giovedì hanno litigato (e che verosimilmente avevano trascorso il mercoledì a sperimentare arditi amplessi), si separeranno definitivamente nel capitolo scritto il venerdì. Sono ovviamente ammessi racconti sulla caduta al suolo di bicchieri infrangibili e novelle d&#8217;argomento matematico, ma limitatamente a operazioni frazionarie.</p>
<p>Sabato <strong><em>tricktion</em></strong>, non si discute, ovvero racconti dedicati a beffe, scherzi, raggiri, trucchi, inganni, blandizie, espedienti, intrighi, complotti, carnevali, mercimoni, truffe, delazioni, lenocinio, abigeato e simonia. Nel capitolo del sabato (sempre a puro titolo esemplicativo, ci mancherebbe), gli amanti che si sono lasciati il venerdì assolderanno ciascuno un killer incaricato di uccidere l&#8217;altro, oppure diffonderanno voci false e tendenziose sulla prestanza sessuale del partner, e così via. Va da sé che di sabato si potranno scrivere anche novelle carnascialesche, biografie reali o immaginarie di comici e clown, racconti di celebri intrighi di corte e romanzi picareschi.</p>
<p>E infine la domenica, il settimo giorno, quello in cui perfino Dio riposò. Lasciamo dunque una giornata meno impegnativa delle altre anche ai narratori e ai romanzieri nostrani, assegnando loro un compito facile facile: la <strong><em>piction</em></strong>. La domenica saranno ammesse e incoraggiate descrizioni artistiche di oggetti, volti, paesaggi; divagazioni erudite su ritratti o raffigurazioni celebri; scene campestri e pastorali. Doveri piacevoli e leggiadri, adatti a rinfrancare lo spirito e a ritemprare la mente, per affrontare con rinnovato vigore la dura settimana narrativa.</p>
<p>Mi sembra che non manchi proprio niente. Spero di aver chiarito bene cosa <em>deve</em> essere la narrativa, affinché non salti mai in mente a qualche scrittore indisciplinato e capzioso di scrivere &#8211; orrore! &#8211; quello che gli pare.</p>
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		<title>Perché mai dovrei correre alla fermata dell&#8217;autobus?</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Nov 2005 00:15:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>letturalenta</dc:creator>
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		<category><![CDATA[tempi moderni]]></category>
		<category><![CDATA[Claudio Magris]]></category>
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		<description><![CDATA[Domenica scorsa la lentezza ha occupato l&#8217;intera prima pagina di Domenica, forse pi&#249; noto come &#34;il domenicale&#34;, supplemento culturale del quotidiano Il Sole 24 Ore. A un articolo di chiara ispirazione lentista a firma Claudio Magris &#8211; germanista e scrittore &#8211; ha risposto il velocista Roberto Casati &#8211; filosofo del linguaggio. Botta e risposta qui [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img style="FLOAT: left; MARGIN: 0pt 10px 0px 0pt" alt="Boccioni: Elasticità, 1912" src="http://letturalenta.net/wp-images/blog/boccioni_elasticita.jpg" />Domenica scorsa la lentezza ha occupato l&#8217;intera prima pagina di <em>Domenica</em>, forse pi&ugrave; noto come &quot;il domenicale&quot;, supplemento culturale del quotidiano Il Sole 24 Ore. A un articolo di chiara ispirazione lentista a firma Claudio Magris &#8211; germanista e scrittore &#8211; ha risposto il velocista Roberto Casati &#8211; filosofo del linguaggio. Botta e risposta <a href="http://letturalenta.net/wp-images/blog/MagrisCasati.pdf" target="_blank">qui</a> (pdf, 116KB).</p>
<p>La botta di Magris &egrave; una tranquilla riflessione sulla velocit&agrave; della vita osservata dal punto di vista di un soggetto vivente, pensante e riflettente, ma immobile. Tipo specchio da parete, per capirsi. La risposta di Casati, con subdolo artifizio retorico, mette in movimento il soggetto, tramutandolo da specchio a telecamera mobile. Magris s&#8217;interroga sugli effetti psicologici della velocit&agrave; sui comuni mortali; Casati risponde con una lezione di relativit&agrave; generale. Magris parla di una <em>velocit&agrave; sub&igrave;ta dall&#8217;uomo</em>; Casati travisa completamente il tema e parla della <em>velocit&agrave; dell&#8217;uomo</em>. Insomma, per farla breve, Magris invita Casati a pranzo e Casati va a farsi un giro per negozi, quel distratto d&#8217;un Casati.</p>
<p>A un certo punto dell&#8217;articolo di Magris si legge:</p>
<p><span id="more-29"></span></p>
<p style="MARGIN-LEFT: 1cm; MARGIN-RIGHT: 1cm">Si hanno sempre pi&ugrave; ragioni per desiderare che il tempo passi in fretta, che oggi sia gi&agrave; domani, che il futuro sia gi&agrave; arrivato, recando le risposte e le cose che si attendono ansiosamente e in tal modo si vive non per vivere ma per aver gi&agrave; vissuto, per essere sempre pi&ugrave; vicini alla morte. Si viene scagliati come proiettili nel futuro, nella vita che ha sempre ancora da venire e non c&#8217;&egrave; veramente mai, mentre il presente ci viene strappato sotto i piedi come un tappeto. </p>
<p>Essere scagliati come proiettili nel futuro non significa muoversi velocemente, ma vedersi piombare addosso le cose venture a velocit&agrave; sostenuta: il proiettile continua a percepire s&eacute; medesimo in stato di quiete. Magris parla di un uomo che <em>attende</em> le cose che vengono, non di un uomo che corre incontro alle cose. Risponde Casati:</p>
<p style="MARGIN-LEFT: 1cm; MARGIN-RIGHT: 1cm">Prima di preoccuparsi di un&#8217;eccessiva velocit&agrave; o lentezza percepite, bisognerebbe dunque sapere a quale velocit&agrave; si sta andando.</p>
<p>Ma manco per idea, Casati, manco per idea. La velocit&agrave; a cui si sta andando &egrave; del tutto irrilevante: l&#8217;uomo &egrave; sempre fermo ai suoi propri occhi, anche quando corre i cento metri piani. Ci&ograve; che rileva nel discorso di Magris &egrave; proprio la velocit&agrave; percepita, ovvero la velocit&agrave; con cui si avvicinano le cose che gli stanno davanti. E nell&#8217;articolo di Magris la cosa che sta davanti a noi proiettili lanciati nel futuro non &egrave; il traguardo dei cento metri piani, ma noi medesimi all&#8217;epoca in cui taglieremo il traguardo. E quel traguardo, o frettoloso Casati, non &egrave; un traguardo che si possa oltrepassare. Giunti al traguardo, fine della corsa, stop, finito, arrivederci altrove, se c&#8217;&egrave; un altrove.</p>
<p>Ed ecco l&#8217;esempio che Casati porta a sostegno della sua irrilevante obiezione:</p>
<p style="MARGIN-LEFT: 1cm; MARGIN-RIGHT: 1cm">Sto camminando e relativamente al suolo terrestre vado a pochi chilometri all&#8217;ora, ma rispetto a una linea immaginaria che collega il centro della terra con il centro del sole sto filando &#8211; a certe latitudini &#8211; a pi&ugrave; di mille chilometri all&#8217;ora, trascinato dalla rotazione della terra. Non me ne accorgo, ma appunto questo &egrave; il problema. A che velocit&agrave; sto andando? La domanda non ha senso se posta in assoluto.</p>
<p>Chi ha posto la domanda? Casati. Perch&eacute; Casati pone domande prive di senso? Lui solo lo sa. A parte questo, l&#8217;esempio rivela la natura del fraintendimento: Casati considera soltanto l&#8217;aspetto fisico della velocit&agrave;, ignorando completamente il suo aspetto esistenziale. Per lui la velocit&agrave; &egrave; solo un&#8217;unit&agrave; di misura, spazio fratto tempo e nient&#8217;altro. Da qui anche il paradosso finale, corroborato da altro esempio rivelatore:</p>
<p style="MARGIN-LEFT: 1cm; MARGIN-RIGHT: 1cm">Rallento il passo mentre cerco di raggiungere la fermata dell&#8217;autobus, coprendo cento metri in due minuti laddove normalmente ne impiegavo uno; Gianni che parte con me ci mette un minuto. Se prima Gianni mi sembrava andare alla stessa mia velocit&agrave;, ora mi sembrer&agrave; due volte pi&ugrave; veloce. Dunque a chi si muove piano le cose finiscono con l&#8217;apparire ancora pi&ugrave; rapide</p>
<p>La risposta breve &egrave; la seguente: ma chissenefrega di Gianni! La risposta lunga me la risparmio, tanto non aggiungerebbe molto alla breve. Il punto &egrave; che a Magris non interessa la velocit&agrave; di Gianni e nemmeno quella di chi ha deciso di rallentare il passo. A Magris interessa cosa succede a entrambi durante la marcia di avvicinamento alla fermata dell&#8217;autobus, indipendentemente dal tempo che ci mettono per raggiungerla. E Magris dice che chi corre verso la fermata concentra tutta la sua attenzione sulla fermata e considera il tragitto come una perdita di tempo, mentre chi ci va a passo d&#8217;uomo se lo gode intero, il tragitto, e quando arriva alla fermata un po&#8217; gli dispiace.</p>
<p>E qual &egrave; questa fermata ineluttabile? Forse la morte? Ma no, santa pazienza, no: &egrave; l&#8217;explicit del libro che sto leggendo.</p>
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		<title>Le diatribe letterarie (3 &#8211; Fine)</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Nov 2005 21:58:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>letturalenta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Che stavo dicendo? Ah gi&#224;, diatribe quantitative versus diatribe qualitative. Ora, &#232; evidente che tutto questo mio sollazzevole girovagare attorno al tema (sollazzevole per me, beninteso) non &#232; del tutto centrato sul problema e trascura molti dettagli, restituendo una visione alquanto parziale della questione. Parziale sia in quanto incompleta sia in quanto faziosa, ovvero soggettiva. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img style="FLOAT: left; MARGIN: 0pt 10px 10px 0pt" alt="War with pen by Robert Neubecker, www.neubecker.com" src="http://letturalenta.net/wp-images/blog/nuebecker_wwp.jpg" />Che stavo dicendo? Ah gi&agrave;, diatribe quantitative versus diatribe qualitative. Ora, &egrave; evidente che tutto questo mio sollazzevole girovagare attorno al tema (sollazzevole per me, beninteso) non &egrave; del tutto centrato sul problema e trascura molti dettagli, restituendo una visione alquanto parziale della questione. Parziale sia in quanto incompleta sia in quanto faziosa, ovvero soggettiva. Va detto peraltro che non mi preme affatto essere oggettivo e imparziale (ammesso che sia mai possibile esserlo).</p>
<p>Tramontata l&#8217;epoca delle diatribe letterarie, dunque, oggi viviamo in quella delle diatribe commerciali. Vendere o non vendere, questo &egrave; l&#8217;unico dilemma rimasto in circolazione. Chi vende sopravvive e alla lunga prospera. Chi non vende muore. Il numero di copie vendute stabilisce il canone contemporaneo, troncando sul nascere fastidiose dispute sul valore letterario di quel che si pubblica: se vende, vale. Punto. La Rowling &egrave; il pi&ugrave; grande scrittore vivente, altro che Faletti, che racimola al massimo un paio di milionate di copie. Camilleri, misurato sull&#8217;opera completa, &egrave; il pi&ugrave; grande scrittore italiano di tutti i tempi; seguono distanziati Baricco e De Carlo; la Tamaro &egrave; un po&#8217; in ribasso.</p>
<p><span id="more-26"></span></p>
<p>Hanno scritto qualcosa di nuovo costoro? hanno innovato il linguaggio o lo stile del racconto? hanno mostrato un frammento di umanit&agrave; ancora ignoto? hanno gettato nuova luce sugli eterni misteri dell&#8217;origine e della fine? hanno riscritto i nomi di Eros e Thanatos? hanno mostrato la banalit&agrave; del male? hanno disperso i superbi nei pensieri del loro cuore? E chissenefrega! Scrivano un po&#8217; quel che vogliono, purch&eacute; vendano.</p>
<p>Naturalmente questa non &egrave; una novit&agrave;: non &egrave; da oggi che la quantit&agrave; viene spacciata per qualit&agrave;, in letteratura come in altri campi. La novit&agrave; &egrave; che il <em>discorso</em> sulla letteratura si occupa quasi a tempo pieno di cifre. Un altro esempio? Ma s&igrave;, d&agrave;i. Recentemente a Bari si &egrave; tenuto il forum del libro e della lettura organizzato dai Pres&igrave;di del libro e Loredana Lipperini ne ha tracciato un accurato <a href="http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/2005/11/cronache_da_bar.html" target="_blank">resoconto</a> sul suo blog Lipperatura. Una buona met&agrave; del resoconto &egrave; occupata da numeri, percentuali, statistiche, perch&eacute; &egrave; di quello che si &egrave; parlato. Va notato che i Pres&igrave;di del libro si sono dati come fine istituzionale quello di <em>diffondere la lettura</em>. Non diffondere genericamente i libri, ma la <em>lettura</em>. A giudicare dal taglio del forum, per&ograve;, sembra che anche un&#8217;organizzazione come questa, animata da ottimi propositi e organizzatrice di lodevoli iniziative, tenda a identificare la lettura con <em>quanto si legge</em>.</p>
<p>Emblematica, a tal proposito, una frase di Gianarturo Ferrari (direttore generale della divisione libri del gruppo Mondadori), pronunciata a margine del forum e provvidenzialmente registrata dal naturale istinto giornalistico di Loredana Lipperini: <em>non si pu&ograve; essere contro il best-seller e contemporaneamente per la diffusione della lettura</em>. Questa frase implica l&#8217;identit&agrave; fra lettura e fatturato delle case editrici: pi&ugrave; si vende pi&ugrave; si legge, insomma. Le espressioni <em>comprare un libro</em> e <em>leggere un libro</em> qui tendono a coincidere. Grande assente &egrave; il dubbio che la lettura sia qualcosa di diverso dalle classifiche di vendita.</p>
<p>Il concetto di lettura si sta appiattendo su quello di consumo, tanto che, come ebbi modo di dire qualche post fa, la definizione di lettore forte &egrave; ormai basata sul numero di libri letti in un certo periodo di tempo, non sulla qualit&agrave; delle letture. Ai fini statistici, leggere l&#8217;opera completa di Shakespeare &egrave; del tutto equivalente a leggere un pari numero di romanzetti da spiaggia. Ora, essendo molto pi&ugrave; facile scrivere un romanzetto da spiaggia che un nuovo Amleto, ed essendo del pari consapevoli gli editori che un romanzetto da spiaggia ha un pubblico potenziale pi&ugrave; vasto di un Amleto &#8211; e specialmente di un Amleto non targato Shakespeare &#8211; gli scrittori sanno che, in un regime letterario prono alle leggi di mercato, le probabilit&agrave; di essere pubblicati sono direttamente proporzionali alla spiaggiabilit&agrave; della loro opera, e inversamente proporzionali al suo amletismo.</p>
<p>Alla fine del giro, insomma, a rimetterci sar&agrave; il lettore, il quale in un futuro non molto lontano si ritrover&agrave; a investire i suoi quattrini e il suo tempo su libri sempre pi&ugrave; scadenti. Che fare? Smettere di leggere? Improponibile: triplicherebbero gli omicidi volontari e le rapine a mano armata. Boicottare le grandi case editrici? Inutile: Melissa P. verrebbe pubblicata ugualmente. Far finta di niente? Moralmente deprecabile. Leggere un libro all&#8217;anno, ecco cosa si pu&ograve; fare. Scegliere un libro con criteri a piacere, anche casuali, piazzarlo in un luogo classico, tipo il bordo del caminetto o il comodino da notte, e leggerne due o tre pagine al giorno, non di pi&ugrave;. Poi, quando &egrave; finito, rileggerlo da capo. Per un anno intero.</p>
<p>S&igrave;, &egrave; quella la via, ne sono certo. Se tutti i lettori del mondo la praticheranno coscienziosamente, in capo a un anno le vendite crolleranno, gli editori falliranno a catena, i critici esulteranno al grido di noi ve l&#8217;avevamo detto!, Dan Brown si iscriver&agrave; all&#8217;Opus Dei e si ritirer&agrave; in meditazione sul monte Atos, Camilleri scriver&agrave; un poema in distici elegiaci, Baricco impazzir&agrave; e produrr&agrave; un romanzo epocale in diciotto volumi, De Carlo affitter&agrave; un monolocale e ne uscir&agrave; dopo vent&#8217;anni tenendo sotto il braccio il manoscritto di una nuova Eneide. Sulle macerie di cotanta catastrofe si aggirer&agrave; un timido lettore periferico, tenendo in mano la copia un po&#8217; sdrucita del suo libro annuale. Un altro lo raggiunger&agrave; con passo peritoso e sguardo obliquo. E poi un terzo s&#8217;avviciner&agrave; a loro, e un quarto. Nessuno osa prendere la parola. Si siedono per terra, in cerchio, ciascuno leggendo in silenzio il proprio libro, fin quando il pi&ugrave; audace chiude la sua copia di Oblomov e dice con voce chiara e forte: io sostengo che gli antichi autori siano superiori ai moderni. Voi che ne dite?</p>
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		<title>Le diatribe letterarie (digressione quasi seria)</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Nov 2005 23:45:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>letturalenta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Con un tempismo davvero sorprendente, ieri Giulio Mozzi ha pubblicato su Vibrisse un articolo che sembra scritto apposta per esemplificare queste mie umili divagazioni diatribiche. L&#8217;articolo si apre su questa domanda: &#171;Esiste un modo per capire quanto influisce sulla vendita di un libro il fatto che si attivi un passaparola in rete?&#187; e prosegue a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Con un tempismo davvero sorprendente, ieri Giulio Mozzi ha pubblicato su Vibrisse un <a href="http://www.vibrissebollettino.net/archives/2005/11/esiste_un_modo.html" target="_blank">articolo</a> che sembra scritto apposta per esemplificare queste mie umili divagazioni diatribiche. L&#8217;articolo si apre su questa domanda: &laquo;Esiste un modo per capire quanto influisce sulla vendita di un libro il fatto che si attivi un passaparola in rete?&raquo; e prosegue a porre domande su come la rete pu&ograve; influenzare le vendite librarie, per poi concludere cos&igrave;: &laquo;Io sento la mancanza, in molti discorsi che ho letti e sentiti a questo proposito, di approcci sistematici agli aspetti quantitativi della faccenda. Mi si dir&agrave; che non ci sono solo gli aspetti quantitativi; ed &egrave; vero; ma gli aspetti quantitativi ci sono.&raquo;</p>
<p>Premetto che mi sembra giusto che Giulio Mozzi, che sui libri e sull&#8217;editoria ci lavora e ci campa la giornata, parli di libri e di editoria in termini quantitativi. Ci&ograve; detto, mi ha sorpreso che Giulio Mozzi sentisse la mancanza di ci&ograve; di cui io percepisco la troppit&agrave;: le diatribe quantitative. Ho provato a porre il problema nei commenti all&#8217;articolo (i miei sono quelli firmati Luca Tassinari), ma non credo di aver fatto breccia nel cuore di Mozzi, che l&igrave; era tutto rivolto (e, ripeto, con ottime ragioni) all&#8217;economia. A un certo punto, rispondendo a me, Giulio Mozzi ha detto:</p>
<p><span id="more-24"></span></p>
<p style="MARGIN-LEFT: 1cm;MARGIN-RIGHT: 1cm">&laquo;Io vorrei parlare di editoria quando si parla di editoria, e di letteratura quando si parla di letteratura.&raquo;</p>
<p>Sono parole importanti, che non meritano di cadere nel vuoto. Va be&#8217; che farle cadere qui, in questa estrema periferia della grande rete, &egrave; un po&#8217; come consegnarle all&#8217;oblio, ma pazienza. La frase di Giulio Mozzi presuppone una separazione netta fra editoria e letteratura, tanto da non poterne parlare simultaneamente: o si parla di editoria o si parla di letteratura. Aut, aut. Tertium non datur. Non si possono sommare mele e pere. E chi pi&ugrave; ne ha pi&ugrave; ne metta.</p>
<p>Vorrei sottolineare il fatto che l&#8217;articolo di ieri su Vibrisse fa parte di un discorso che Giulio Mozzi sta portando avanti da un po&#8217; di tempo, quando ha il tempo di portarlo avanti. Riducendo la questione all&#8217;osso, Giulio Mozzi dice che l&#8217;editoria sta completando il suo processo di industralizzazione e teme che per le piccole case editrici questo significher&agrave; scomparire o essere fagocitate da realt&agrave; pi&ugrave; grandi. Giulio Mozzi di editoria se ne intende e non &egrave; il caso di sottovalutare i suoi timori. Il suo discorso sull&#8217;editoria, e sui suoi aspetti quantitativi in particolare, &egrave; mirato alla ricerca di soluzioni capaci di sottrarre la piccola editoria a questo destino da panda gigante.</p>
<p>Cosa vuol dire processo di industrializzazione? C&#8217;entra o non c&#8217;entra con i discorsi che si fanno intorno al campo industrializzando? Io, che ho all&#8217;incirca l&#8217;et&agrave; di Giulio Mozzi, mi ricordo che trent&#8217;anni fa quando si parlava di automobili si parlava principalmente di motori e di meccanica. Non c&#8217;era appassionato di auto (e tutti, chi pi&ugrave; chi meno, lo erano) che non sapesse descrivere con una certa esattezza il funzionamento di un motore a scoppio, e saper mettere le mani in un motore, per fare manutenzione o riparare piccoli guasti, era un punto d&#8217;onore. Anche allora c&#8217;era la grande industria automobilistica, ma non mancavano le piccole case, e spesso erano le pi&ugrave; prestigiose: marchi come Ferrari, Lamborghini, Maserati, Autobianchi, Lancia, Alfa Romeo &#8211; per restare in Italia &#8211; erano ancora indipendenti. Oggi quando si parla di automobili si parla soprattutto di comfort, abitabilit&agrave;, sicurezza, prestigio e in generale di tutto ci&ograve; che rende un&#8217;auto desiderabile, mentre si parla pochissimo di come funziona. Oggi le piccole case automobilistiche non ci sono pi&ugrave;, o sono state fagocitate dalle pi&ugrave; grandi: il processo di industrializzazione &egrave; stato completato.</p>
<p>Naturalmente non sto dicendo che la fine dei discorsi sugli aspetti meccanici delle auto sia stata una causa del completamento del processo di industrializzazione in campo automobilistico. Sospetto piuttosto che ne sia una conseguenza. Analogamente, ho come l&#8217;impressione che la perdita di interesse per gli aspetti qualitativi della letteratura potrebbe essere una conseguenza del processo di industrializzazione dell&#8217;editoria che secondo Giulio Mozzi &egrave; in atto. E qui torniamo a bomba alla frase che ha scatenato questa lunga e inopinata digressione:</p>
<p style="MARGIN-LEFT: 1cm;MARGIN-RIGHT: 1cm">&laquo;Io vorrei parlare di editoria quando si parla di editoria, e di letteratura quando si parla di letteratura.&raquo;</p>
<p>In che direzione va questo desiderio (il quale, lo ripeto &egrave; pienamente legittimo) di Giulio Mozzi? Per meglio dire: se la separazione dei due discorsi fosse la naturale conseguenza del processo che si vorrebbe scongiurare, riunire i discorsi potrebbe essere un modo per opporsi a quel processo? Per lavorare <em>contro</em> l&#8217;industrializzazione dell&#8217;editoria e la scomparsa delle piccole case editrici, non si dovrebbe continuare a parlare di letteratura <em>mentre</em> si parla di editoria?</p>
<p>E soprattutto, santa pazienza, perch&eacute; quando si affronta un problema qualsiasi le domande son sempre incommensurabilmente pi&ugrave; numerose delle risposte?</p>
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		<title>Le diatribe letterarie 2</title>
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		<pubDate>Sun, 13 Nov 2005 22:44:39 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[L&#224;, dove arditi guerrieri si davano battaglia su questioni di stile, oggi si fronteggiano macchine da guerra potenti e disumanizzate e le discussioni vertono principalmente sui numeri. Gli aspetti industriali del libro hanno completamente soppiantato quelli critici. Le moderne diatribe letterarie sono pilotate dalle macchine dell&#8217;editoria, della distribuzione, del giornalismo di propaganda culturale, delle catene [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img style="FLOAT: left; MARGIN: 0pt 10px 10px 0pt" alt="War with pen by Robert Neubecker, www.neubecker.com" src="http://letturalenta.net/wp-images/blog/nuebecker_wwp.jpg" />L&agrave;, dove arditi guerrieri si davano battaglia su questioni di stile, oggi si fronteggiano macchine da guerra potenti e disumanizzate e le discussioni vertono principalmente sui numeri. Gli aspetti industriali del libro hanno completamente soppiantato quelli critici. Le moderne diatribe letterarie sono pilotate dalle macchine dell&#8217;editoria, della distribuzione, del giornalismo di propaganda culturale, delle catene di librerie, alle quali naturalmente non frega un accidente il <em>come</em> della letteratura, ma solo il <em>quanto</em>.</p>
<p>L&#8217;altro giorno seguivo una simpatica <a href="http://albertogiorgi.blogs.com/chiaroscuro/2005/11/una_domanda.html" target="_blank">discussione</a> su un blog. Si era partiti da un&#8217;iniziativa a sostegno della piccola editoria, lanciata con enorme entusiasmo e un pizzico di ingenuit&agrave; da Alberto Giorgi. Ben presto la discussione si &egrave; attestata su domande del tipo: chi vende di pi&ugrave;? chi vende di meno? spostano pi&ugrave; copie le recensioni in rete o quelle sui quotidiani?</p>
<p><span id="more-23"></span></p>
<p> Esemplifico riportando un paio di commenti:</p>
<p style="MARGIN-LEFT: 1cm;MARGIN-RIGHT: 1cm"><em>Wu Ming 1</em>: grazie al passaparola e alla rete, i nostri libri sono long-seller, vengono continuamente ristampati. Q in Italia &egrave; uscito da 7 anni e continua a vendere sopra le diecimila copie all&#8217;anno, perch&eacute; se ne continua a discutere, si continua a commentarlo, a segnalarlo, a recensirlo. Non passa giorno senza che il feed di Technorati mi restituisca almeno cinque risultati, cinque blog in cui si parla dei nostri libri. E noi vendiamo, mentre altri si lamentano e dicono che la rete non serve!</p>
<p style="MARGIN-LEFT: 1cm;MARGIN-RIGHT: 1cm"><em>gl</em>: se io leggo Q e mi piace e poi leggo una recensione di WM su quanto &egrave; bello il libro di X, io lo compro. se &egrave; d&#8217;orrico a scrivere in prima pagina che il famoso comico testa di legno &egrave; il pi&ugrave; grande scrittore d&#8217;italia&#8230; vende a milionate. e guarda un p&ograve; i marchi migliori (quelli che spostano pi&ugrave; lettori nella nazione con meno lettori della via lattea) sono ancora i giurnalidecarta. </p>
<p>Poi si &egrave; passati a parlare di Cofferati che ruspa baracche e di Pasolini che tirava cazzotti, ma noi per una volta non ci lasceremo distrarre da codeste divagazioni, pur considerando il divagare arte assai nobile e non priva di qualche utilit&agrave; (d&#8217;altronde, come chiamare questo stesso articolo, se non divagazione?).</p>
<p>Passiamo invece a leggere lentamente i commenti succitati. Wu Ming 1 parla di <em>vendite</em>, che sono <em>numeri</em>; di feed di Technorati, ancora <em>numeri</em>; ribadisce poi, non senza una punta di giustificato orgoglio: <em>noi vendiamo</em>, e chiude sui lamenti di chi non <em>vende</em>. Tutto il discorso &egrave; imperniato su dati crudamente numerici. Non c&#8217;&egrave; un solo accenno alle qualit&agrave; di questi libri cos&igrave; <em>vendibili</em>. Risponde gl con un discorso esemplare del nuovo clima diatribico: non la rete, sostiene, aiuta la diffusione dei libri, bens&igrave; la cara vecchia carta stampata. Per quale motivo? ma &egrave; naturale: i <em>numeri</em>! Una recensione in rete pu&ograve; favorire l&#8217;acquisto di poche copie, dice, mentre una d&#8217;orricata sul Corriere ne sposta a milionate. (E come dargli torto, sia detto per inciso).</p>
<p>Questo &egrave; solo un esempio, naturalmente, ma diatribe di questo tipo si susseguono da anni e ormai hanno completamente soppiantato le vecchie care questioni di contenuto. Chi parla pi&ugrave; di realismo (magico o meno), narratologia, forme del romanzo, stile? Possibile che non si possa pi&ugrave; assistere a una sana battaglia senza esclusione di colpi attorno alla superiorit&agrave; del discorso indiretto libero sul discorso diretto (per dire)? Sempre numeri, cifre, vendite? sempre e soltanto numeri? Ma che due palle!</p>
<p>E il lettore? Che c&#8217;entra il lettore in tutto questo? Lo vedremo, lo vedremo&#8230;</p>
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		<title>Le diatribe letterarie 1</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Nov 2005 22:50:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>letturalenta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le patrie lettere sono sempre state un gigantesco campo di battaglia percorso da avversi schieramenti. In campo letterario la passione per le diatribe e le polemiche &#232; una costante apparentemente inesauribile. Tuttavia &#8211; come gi&#224; dissi altrove, anche se non ricordo dove &#8211; le diatribe contemporanee si distinguono dalle antiche specialmente in due aspetti: 1. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img style="FLOAT: left; MARGIN: 0pt 10px 10px 0pt" alt="War with pen by Robert Neubecker, www.neubecker.com" src="http://letturalenta.net/wp-images/blog/nuebecker_wwp.jpg" />Le patrie lettere sono sempre state un gigantesco campo di battaglia percorso da avversi schieramenti. In campo letterario la passione per le diatribe e le polemiche &egrave; una costante apparentemente inesauribile. Tuttavia &#8211; come gi&agrave; dissi altrove, anche se non ricordo dove &#8211; le diatribe contemporanee si distinguono dalle antiche specialmente in due aspetti:</p>
<p style="MARGIN-LEFT: 1cm; MARGIN-RIGHT: 0cm">1. La durata, assai inferiore nelle moderne che nelle antiche.<br />2. L&#8217;argomento. E qui il discorso si fa lungo (eh eh eh!)</p>
<p>Orbene, analizziamo tritamente questo secondo punto. In antico si diatribeggiava attorno ad aspetti per cos&igrave; dire qualitativi della letteratura. Ci si chiedeva se le regole aristoteliche sull&#8217;unit&agrave; d&#8217;azione tempo e luogo potessero essere violate; se la lingua volgare potesse sostituire la curiale; se l&#8217;autore dovesse intervenire o meno a spiegare o a commentare l&#8217;azione; cose cos&igrave;.</p>
<p><span id="more-21"></span></p>
<p>Questo tipo di diatribe attravers&ograve; intrepido i secoli fino a tempi relativamente recenti. I manifesti delle avanguardie storiche, per esempio, polemizzavano contro aspetti qualitativi dei canoni espressivi correnti, giudicati di volta in volta sclerotizzati, borghesi o passatisti. I futuristi reclamavano la caduta delle barriere sintattiche e retoriche, i surrealisti quella fra realt&agrave; e sogno. A prescindere dalle richieste, comunque, la polemica verteva sempre su aspetti silistici o di poetica.</p>
<p>Questo modo di dare battaglia ha funzionato a grandi linee fino ai primi anni cinquanta del secolo scorso, all&#8217;epoca del neorealismo. Poi qualcosa si &egrave; rotto. Gi&agrave; la neoavanguardia, pur non abbandonando del tutto le diatribe all&#8217;antica, spese gran parte delle sue munizioni polemiche su altri temi, come il rapporto fra arte e politica o l&#8217;assalto ai luoghi del potere culturale.</p>
<p>Attorno agli anni ottanta del secondo millennio, poi, venne in voga la contrapposizione generazionale fra scrittori vecchi e scrittori giovani, che &egrave; quanto di pi&ugrave; assurdo si possa pensare in campo letterario dato che, come tutti sanno, gli scrittori giovani prima o poi invecchiano. Tuttavia resisteva anche allora qualche timido accenno alla qualit&agrave; dello scrivere: i vecchi scrivevano roba lunga, i giovani avrebbero risposto col minimalismo; i vecchi indugiavano sui massimi sistemi, i giovani si sarebbero limitati a gironzolare attorno al proprio ombelico, e cos&igrave; via.</p>
<p>Ma erano questioni marginali gi&agrave; allora. Il fronte diatribico si era ormai spostato sul piano politico e anche il campo di battaglia stava mutando. Un tempo in prima linea c&#8217;erano artisti e studiosi, quelli che oggi chiamiamo pi&ugrave; prosaicamente scrittori e critici. Ma lentamente e quasi insensibilmente questi guerrieri &#8211; che sebbene armati e addestrati a dovere erano pur sempre semplici esseri umani &#8211; scivolarono nelle retrovie, sostituiti sulla linea di fuoco da macchine sempre pi&ugrave; perfezionate e potenti e, soprattutto, sempre pi&ugrave; indipendenti dal controllo umano.</p>
<p>Come nelle trame della fantascienza di trenta o quarant&#8217;anni fa, le macchine arrivarono a sostituire gli uomini. Cominciarono dalla truppa, ma risalirono rapidamente la catena di comando fino a occupare gli stati maggiori. Fu allora che le diatribe letterarie di vecchio stampo scomparvero completamente, sostituite da quelle che ancora oggi vanno per la maggiore. Non si discute pi&ugrave; di stili e poetiche, linguaggio e forma, ma principalmente di numeri. Gli argomenti qualitativi sono stati soppiantati da quelli quantitativi.</p>
<p>Ma come son fatte queste macchine da guerra? E in che modo hanno modificato la natura delle diatribe letterarie? E che c&#8217;entra il lettore in tutto questo? Ih! quante domande! Quanta fretta! Ci sar&agrave; modo di riparlarne, suvvia, con tutta la necessaria lentezza.</p>
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