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	<title>letturalenta &#187; lettura</title>
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	<description>Non scrivere più nulla che non porti alla disperazione ogni genere di gente frettolosa</description>
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		<title>Breve meditazione sulla solitudine di una rosa</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Nov 2010 06:01:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>letturalenta</dc:creator>
				<category><![CDATA[lettura]]></category>
		<category><![CDATA[rosa]]></category>

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		<description><![CDATA[A volte capiterà anche a te, lettore periferico e saltuario, di chiederti se la lettura serve a qualcosa o se non sia piuttosto una forma mascherata di vagabondaggio, un desiderio inconfessabile di nulla, di vuoto, di assenza, assenza di fatica e di dolore, in primo luogo. A me talvolta succede. Non tanto spesso, per carità, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A volte capiterà anche a te, lettore periferico e saltuario, di chiederti se la lettura serve a qualcosa o se non sia piuttosto una forma mascherata di vagabondaggio, un desiderio inconfessabile di nulla, di vuoto, di assenza, assenza di fatica e di dolore, in primo luogo.</p>
<p>A me talvolta succede. Non tanto spesso, per carità, altrimenti va a finire che comincio a raffigurare me stesso in una di quelle orrende pose da aspirante intellettuale, come uno che si fa fotografare con la mano chiusa a sostenere il fardello di una pesantissima intelligenza, lo sguardo intensamente perduto in meditazioni così profonde da condurre il soggetto all&#8217;annegamento mentale.</p>
<p>Però a volte succede, specialmente dopo aver speso una manciata di mezzore a leggere un romanzuccio tristanzuolo e pretenzioso, sebbene da molti laudato un po&#8217; a paperella, l&#8217;uno via l&#8217;altro, quasi per contagio epidemico di idee ricevute.</p>
<p>Quando arriva la fatidica domanda &#8212; serve a qualcosa leggere? &#8212; il rischio maggiore che si corre è tentare di darsi una risposta. Le risposte a domande del genere sono una forma di consolazione simile a quella di cui chiunque si sarà gratificato almeno una volta nella vita, trovandosi in un precipizio di estremo bisogno o pericolo, quando la mente comincia a ripetere ossessiva «no, non succederà nulla di male; ora l&#8217;abisso si ritira e io rimetto i piedi a terra; verrà l&#8217;angelo a farmi da paracadute; dopo lo schianto mi rialzerò come se niente fosse stato».</p>
<p>Poi, nel bel mezzo di questo stato allusivamente depressivo che solo la rilettura integrale di <em>Guerra e pace</em> potrebbe risolvere, capita che il feed di <a href="http://www.paolonori.it/5-settembre-2009/">un blog</a> ti restituisca questa frase:</p>
<p style='text-align:center'>morte e vita sono una rosa sola</p>
<p>Un frammento poetico incastonato in una prosa diaristica, un verso isolato e segnato dall&#8217;ipotesi, non so quanto fondata, di dovere l&#8217;esistenza a un refuso, a quel <em>rosa</em> che il senso comune esigerebbe essere <em>cosa</em>.</p>
<p>La lettura serve a qualcosa? Serve, serve, a patto di non vanificare la riposta positiva con una teoria di inutili perché e percome.</p>
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		<title>L&#8217;etteratura è morta</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Apr 2010 23:01:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>letturalenta</dc:creator>
				<category><![CDATA[diatribe]]></category>
		<category><![CDATA[lettura]]></category>
		<category><![CDATA[scrittura]]></category>
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		<description><![CDATA[L&#8217;etteratura è morta, dicono. C&#8217;è chi dice che è morta da almeno trent&#8217;anni, altri da trentacinque. I più pessimisti datano la morte dell&#8217;etteratura ai primi anni del ventesimo secolo. Pare infatti che a differenza di uomini, animali, piante e altri agglomerati di sostanze organiche senzienti e non, non esista ancora un metodo condiviso per stabilire [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img style="FLOAT: left; MARGIN: 0pt 10px 0px 0pt" src="http://letturalenta.net/wp-images/blog/etto.jpg" alt="tratto da www.edarts.net/access/100cal.jpg"/>L&#8217;etteratura è morta, dicono. C&#8217;è chi dice che è morta da almeno trent&#8217;anni, altri da trentacinque. I più pessimisti datano la morte dell&#8217;etteratura ai primi anni del ventesimo secolo. Pare infatti che a differenza di uomini, animali, piante e altri agglomerati di sostanze organiche senzienti e non, non esista ancora un metodo condiviso per stabilire l&#8217;esistenza in vita dell&#8217;etteratura, con il risultato che ognuno si può prendere la libertà di farla morire un po&#8217; quando gli pare.</p>
<p>Tant&#8217;è che &#8212; sembra assurdo, lo so, ma è così &#8212; c&#8217;è perfino gente che sostiene che l&#8217;etteratura in realtà è viva e non se la passa neanche tanto male.</p>
<p>Le cause di queste difficoltà di accertamento e datazione del decesso non sono completamente note, né facilmente deducibili dal fenomeno in sé, e tuttavia non è irragionevole ipotizzare che fra esse ci sia la mancanza di un accordo fra gli operatori del settore circa l&#8217;assetto ontologico dell&#8217;etteratura. Fra le molte scuole di pensiero citeremo qui solo le principali.</p>
<p>La <em>scuola empirica</em> insegna che l&#8217;etteratura è l&#8217;insieme di ciò che è contenuto negl&#8217;ibri. Alle numerose richieste di un parere scientifico su cosa siano gl&#8217;ibri, i massimi esponenti della scuola empirica han sempre fatto orecchie da mercante.</p>
<p>La <em>scuola soggettivista</em> fa coincidere l&#8217;etteratura con l&#8217;atto dell&#8217;èggere. Secondo questa scuola l&#8217;ettore è il vero artefice del fenomeno etterario. Ai frequentatori più assidui dell&#8217;annosa questione non sfugge il subdolo sottinteso etimologico di questa posizione.</p>
<p>La <em>scuola accademica</em> afferma che l&#8217;etteratura è il museo delle opere storicamente accolte nel canone etterario da un&#8217;élite di ettori specialisti. Se richiesti di specificare i requisiti necessari per entrare a far parte di quella élite, i membri della scuola accademica generalmente fischiettano.</p>
<p>La <em>scuola ideologica</em>, infine, sostiene che l&#8217;etteratura è la rappresentazione simbolica dei miti e delle fobie di un popolo. Va da sé che se chiedete a un ideologico di definire <em>popolo</em>, egli vi rimanderà alla sociologia, all&#8217;antropologia, alla glottologia o a qualsivoglia altra materia in cui si sarà preventivamente dichiarato incompetente.</p>
<p>Essendo impossibile dare una risposta condivisa alla domanda <em>cos&#8217;è l&#8217;etteratura?</em>, gli esperti solitamente si accordano su proposizioni apodittiche del tipo <em>l&#8217;etteratura c&#8217;è</em>, spostando di fatto il discorso da un contesto razionale a uno fideistico e rimandando <em>sine die</em> una definizione articolata dell&#8217;ente. L&#8217;esistenza dell&#8217;etteratura, insomma, sembra essere una questione di fede, non di ragione e, date queste premesse, stabilire se l&#8217;etteratura è viva o morta è di fatto una disputa teologica. </p>
<p>Nessuna sorpresa, quindi, se l&#8217;ettore laico e diabolicamente materialista, quando qualche esponente di una o più delle succitate scuole gli viene a raccontare che l&#8217;etteratura è morta, risponda con l&#8217;inciviltà che lo contraddistingue <em>e un bel chissenefrega non vogliamo mettercelo?</em> e continui di poi a èggere, beffardo e imperterrito, incurante della costernazione del necroforo di turno.</p>
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		<title>Lector unius libri</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Sep 2007 12:30:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>letturalenta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quando il lettore va in vacanza, la prima domanda che si pone è: e mo cosa leggo in vacanza? Se il lettore fosse esente da qualsivoglia traccia di demenza, si risponderebbe prontamente: qualche quotidiano, un rotocalco o due, la settimana enigmistica. Cose così. Invece no: egli vuol leggere libri. Essendo lettore, però, ha letto anche [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img style="FLOAT: left; MARGIN: 0pt 10px 10px 0pt" alt="Honoré Daumier, Don Chisciotte e Sancio Panza (1868), tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Don_Chisciotte_della_Mancia" src="http://letturalenta.net/wp-images/blog/chisciottedaumier.jpg" />Quando il lettore va in vacanza, la prima domanda che si pone è: e mo cosa leggo in vacanza? Se il lettore fosse esente da qualsivoglia traccia di demenza, si risponderebbe prontamente: qualche quotidiano, un rotocalco o due, la settimana enigmistica. Cose così. Invece no: egli vuol leggere <strong>libri</strong>. Essendo lettore, però, ha letto anche un elzeviro di Italo Calvino intitolato <em>I buoni propositi</em>, uscito il 12 agosto 1952 su «L&#8217;Unità», dieci anni prima che il lettore nascesse, potenza della provvidenza letteraria.</p>
<p>Memore dei moniti calviniani, il lettore ha portato in vacanza un libro solo, del quale poi, forse, sa il cielo, eventualmente, chissà, dirà una cosa o due. Nel frattempo s&#8217;accontenti (si fa per dire) il lettore del lettore di leggere Calvino.</p>
<p><strong>I buoni propositi</strong><br />
di Italo Calvino</p>
<p>Il Buon Lettore aspetta le vacanze con impazienza. Ha rimandato alle settimane che passerà in una solitaria località marina o montana un certo numero di letture che gli stanno a cuore e già pregusta la gioia delle sieste all&#8217;ombra, il fruscio delle pagine, l&#8217;abbandono al fascino di altri mondi trasmesso dalle fitte righe dei capitoli. Nell&#8217;approssimarsi delle ferie, il Buon Lettore gira i negozi dei librai, sfoglia, annusa, ci ripensa, ritorna il giorno dopo a comprare; a casa toglie dallo scaffale volumi ancora intonsi e li allinea tra i fermalibro della sua scrivania.<br />
<span id="more-313"></span><br />
È l&#8217;epoca in cui l&#8217;alpinista sogna la montagna che s&#8217;approssima a scalare, e pure il Buon Lettore sceglie la sua montagna da prendere di petto. Si tratta, per esempio, di uno dei grandi romanzieri dell&#8217;Ottocento, di cui non si può mai dire d&#8217;aver letto tutto, o la cui mole ha sempre messo un po&#8217; si soggezione al Buon Lettore, o le cui lettura fatte in epoche e età disparate han lasciato ricordi troppo disorganici. Il Buon Lettore quest&#8217;estate ha deciso di leggere davvero, finalmente, quell&#8217;autore; forse non potrà leggerlo tutto nelle vacanze, ma in quelle settimane tesaurizzerà una prima base di letture fondamentali, e poi, durante l&#8217;anno potrà colmare agevolmente e senza fretta le lacune.</p>
<p>Si procura quindi le opere che intende leggere, nei testi originali se sono in una lingua che conosce, se no nella migliore traduzione; preferisce i grossi volumi delle edizioni complessive che contengono più opere, ma non disdegna i volumi di formato tascabile, più adatti per leggere sulla spiaggia o sotto gli alberi o in corriera. Aggiunge qualche buon saggio sull&#8217;autore prescelto, o magari un epistolario: ecco che ha per le sue vacanze una compagnia sicura. Potrà grandinare tutto il tempo, i compagni di villeggiatura potranno dimostrarsi odiosi, le zanzare non dar tregua e il vitto essere immangiabile: le vacanze non saranno perdute, il Buon Lettore tornerà arricchito d&#8217;un nuovo fantastico mondo.</p>
<p>Questo, s&#8217;intende, non è che il piatto principale, poi occorre pensare al contorno. Ci sono le ultime novità librarie delle quali il Buon Lettore vuol mettersi al corrente; ci sono poi nuove pubblicazioni nel suo ramo professionale, per leggere le quali è indispensabile approfittare di quei giorni; e bisogna anche scegliere un po&#8217; di libri che siano di carattere diverso da tutti gli altri già scelti, per dare varietà e possibilità di frequenti interruzioni, riposi e cambiamenti di registro.</p>
<p>Ora il Buon Lettore può disporre davanti a sé un piano di letture dettagliatissime, per tutte le occasioni, le ore del giorno, gli umori. Se egli per le ferie ha una casa a disposizione, magari una vecchia casa piena di ricordi d&#8217;infanzia, cosa c&#8217;è di più bello che predisporre un libro per ogni stanza, uno per la veranda, uno per il capezzale, uno per la sedia a sdraio?</p>
<p>Siamo alla vigilia della partenza. I libri scelti sono tanti che per trasportarli tutti occorrerebbe un baule. Comincia il lavoro di esclusione: «Questo comunque non lo leggerei, questo è troppo pesante, questo non è urgente», e la montagna di libri si sfalda, si riduce alla metà, a un terzo. Ecco che il Buon Lettore è giunto a una scelta di letture essenziali che daranno un tono alle sue vacanze. Nel fare le valige ancora alcuni volumi restano fuori. Il programma si restringe così a poche letture, ma tutte sostanziose; queste ferie segneranno nell&#8217;evoluzione spirituale del Buon Lettore una tappa importante.</p>
<p>I giorni di vacanza cominciano a trascorrere veloci. Il Buon Lettore si trova in ottima forma per fare dello sport, e accumula energie per trovarsi nella situazione fisica ideale per leggere. Dopo pranzo però lo prende una sonnolenza tale, che dorme per tutto il pomeriggio. Bisogna reagire, e a questo proposito giova la compagnia, che quest&#8217;anno è insolitamente simpatica. Il Buon Lettore fa molte amicizie ed è mattina e pomeriggio in barca, in gita e la sera a far baldoria fino a tardi.</p>
<p>Certo, per leggere ci vuole solitudine; il Buon Lettore medita un piano per sganciarsi. Coltivare la sua inclinazione per una ragazza bionda, può essere la via migliore. Ma con la ragazza bionda si passa la mattina a giocare a tennis, il pomeriggio a canasta e la sera a ballare. Nei momenti di riposo, lei non sta mai zitta.</p>
<p>Le ferie sono finite. Il Buon Lettore ripone i libri intonsi nelle valige, pensa all&#8217;autunno, all&#8217;inverno, ai rapidi, concentrati quarti d&#8217;ora concessi alla lettura prima di addormentarsi, prima di correre in ufficio, in tram, nella sala d&#8217;aspetto del dentista&#8230;</p>
<p><em>Tratto da I.Calvino, </em>Mondo scritto e mondo non scritto<em>, a cura di Mario Barenghi, Mondadori 2002</em></p>
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		<title>Luoghi e (non) letture</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Sep 2006 09:56:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>letturalenta</dc:creator>
				<category><![CDATA[lettura]]></category>

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		<description><![CDATA[Oggi su Vibrisse c&#8217;è il mio contributo alla rubrica Come si leggono i libri, curata da Bartolomeo di Monaco. I lettori più pertinaci di letturalenta possono anche fermarsi al primo capitoletto, dato che il secondo l&#8217;hanno già letto qui. Colgo l&#8217;occasione per segnalare Grenar, il sito curato da Gianfranco Recchia dove il contributo di cui [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img style="FLOAT: left; MARGIN: 0pt 10px 0px 0pt" alt="Grenar" src="http://letturalenta.net/wp-images/blog/grenar.jpg" />Oggi su Vibrisse c&#8217;è <a href="http://www.vibrissebollettino.net/archives/2006/09/come_si_leggono_6.html">il mio contributo</a> alla rubrica <em>Come si leggono i libri</em>, curata da <a href="http://www.bartolomeodimonaco.it/">Bartolomeo di Monaco</a>. I lettori più pertinaci di letturalenta possono anche fermarsi al primo capitoletto, dato che il secondo l&#8217;hanno già letto qui.</p>
<p>Colgo l&#8217;occasione per segnalare <a href="http://www.grenar.info/">Grenar</a>, il sito curato da Gianfranco Recchia dove il contributo di cui sopra è comparso per la prima volta. Grenar è uno dei <em>luoghi</em> dell&#8217;apposita sezione di collegamenti di questo blog, sezione che raggruppa siti che mi è capitato di visitare e sui quali ogni tanto ritorno. Funzionano un po&#8217; come la memoria di cose che tecnicamente sono passate, ma che in realtà riaffiorano spesso sulla soglia del presente. In alcuni di questi luoghi ho anche lasciato una labile traccia, e Grenar è uno di questi.</p>
<p>Sì va be&#8217; &#8211; si chiederà impaziente il lettore in affanno perché sta per perdere il tram &#8211; ma cos&#8217;è Grenar? Cito dal suo <a href="http://www.grenar.info/cgi-bin/articles.asp?id=1">manifesto</a>:</p>
<p style="MARGIN-LEFT: 1cm; MARGIN-RIGHT: 1cm">Come funzionano le narrazioni? Qui si indaga sul viaggio del racconto, sul perché sta in acqua e sul perché fa naufragio. Si può narrare con diversi mezzi espressivi: parole, immagini, movimento, suoni, rumori, silenzi, pieni, vuoti. (&#8230;) Non è una rivista, non è un blog, per cui viene aggiornato quando c’è materiale interessante. Vuole essere un sito funzionale, ciò che contiene deve servire a chi cerca proprio quelle informazioni. Per questo ha ambizioni di micro-enciclopedia. L’attracco più probabile per il navigatore curioso è una ricerca sul web.</p>
<p>Secondo me vale la pena farci un salto ogni tanto, anche senza cercare niente di particolare, giusto per il piacere di leggere cose come <a href="http://www.grenar.info/cgi-bin/articles.asp?id=10">questa</a> o come <a href="http://www.grenar.info/cgi-bin/articles.asp?id=3">quest&#8217;altra</a>. </p>
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		<title>Che fare?</title>
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		<pubDate>Thu, 14 Sep 2006 13:19:10 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[lettura]]></category>

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		<description><![CDATA[Stavo or ora ripensando a un celebre aforisma di Giorgio Manganelli che mi frulla in testa da anni: Ogni libro contiene tutti i libri. Così celebre che non ricordo dove l&#8217;ha scritto. Forse in Pinocchio, un libro parallelo, posto che l&#8217;abbia scritto da qualche parte. Dall&#8217;enunciato tapiresco discendono due interessanti strategie operative: 1. Leggere un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Stavo or ora ripensando a un celebre aforisma di Giorgio Manganelli che mi frulla in testa da anni: <em>Ogni libro contiene tutti i libri</em>.</p>
<p>Così celebre che non ricordo dove l&#8217;ha scritto. Forse in <em>Pinocchio, un libro parallelo</em>, posto che l&#8217;abbia scritto da qualche parte.</p>
<p>Dall&#8217;enunciato tapiresco discendono due interessanti strategie operative:<br />
1. Leggere un solo libro e poi sostenere senza tema di smentite di averli letti tutti.<br />
2. Leggere tutti i libri per poter dire senz&#8217;ombra di dubbio di averne letto almeno uno.</p>
<p>Monolèggere o plurilèggere? questa è la domanda. La risposta, inutile dirlo, non ce l&#8217;ho.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>La locanda</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Aug 2006 15:33:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>letturalenta</dc:creator>
				<category><![CDATA[lettura]]></category>
		<category><![CDATA[scrittura]]></category>
		<category><![CDATA[locanda]]></category>

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		<description><![CDATA[Mi trovo in una locanda buia e fumosa. Che sia una locanda, a dire il vero, è solo una mia supposizione. Cosa sia veramente questo luogo, se di luogo si tratta, non saprei dirlo con esattezza. Più che fumosa, poi, dovrei dirla nebbiosa o indistinta o vaga: attorno a me vedo soltanto i contorni sfumati [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img style="float: left; margin: 0pt 10px 0px 0pt" alt="Henri Regnault, Interno di Taverna, tratto da www.museodevigo.org" src="http://letturalenta.net/wp-images/blog/locanda.jpg" />Mi trovo in una locanda buia e fumosa. Che sia una locanda, a dire il vero, è solo una mia supposizione. Cosa sia veramente questo luogo, se di luogo si tratta, non saprei dirlo con esattezza. Più che fumosa, poi, dovrei dirla nebbiosa o indistinta o vaga: attorno a me vedo soltanto i contorni sfumati di oggetti presumibili, ma di esistenza assai incerta. Vedo tracce labili di tavoli potenziali; odo frammenti di suoni che alludono a voci; fiuto uste deboli e confuse di qualcosa che assomiglia al vino, o forse all&#8217;idea del vino, o a un suo lontano ricordo. Quanto all&#8217;oscurità, sarebbe più corretto definirla penombra, o meglio ancora citazione di una penombra traslucida, lattiginosa, opalescente.<br />
<span id="more-159"></span><br />
Che questo che, con molta approssimazione, continuo a chiamare luogo, potrebbe alludere a una locanda, lo deduco dalla presenza appena percepibile di un&#8217;atmosfera di viaggi interrotti e ripresi, di presenze aleatorie provenienti da un dove indefinito e dirette verso un altrove incerto. A tratti percepisco impressioni di arrivi e di partenze, ma non saprei dire chi o cosa arrivi, chi o cosa parta. Qui nulla sembra godere di un&#8217;esistenza pienamente identificabile: non è possibile indicare un punto preciso come un <em>lì</em> o un <em>costà</em>, né additare qualcosa e proferire non dico un <em>questo è un oggetto</em>, ma nemmeno un <em>questo è</em>. La mia stessa esistenza, posto che in questo contesto abbia senso dire <em>mia</em>, è affatto ipotetica.</p>
<p>Forse possiedo un corpo, ma non ne sono sicuro, mentre posso dichiarare con ragionevole supponenza di possedere sensi, o quanto meno l&#8217;equivalente immaginario dei sensi. Potrei essere un naso prensile e ipovedente, o un occhio leggermente sordo, o una mano dal fiuto un po&#8217; scarso, ma temo che tutte queste ipotesi capziosamente antropomorfiche siano parimenti vane e indimostrabili.</p>
<p>Da un tavolo vicino al mio &#8211; in verità non ho alcuna garanzia che sia un tavolo e per quanto ne so potrebbe trovarsi in un&#8217;altra galassia &#8211; da quel tavolo, dicevo, proviene un suono che si sta facendo via via più distinto. Tendo l&#8217;orecchio, o ciò che in qualche modo governa il mio udito, e non senza sorpresa mi accorgo che sto ascoltando un discorso. Non so ancora se si tratta di una conversazione o di un monologo, ma posso captare parole comprensibili. Cerco di isolare il discorso dal rumore allusivo e indistinto in cui sono immerso. Più progredisco in questo esercizio, più mi accorgo che il discorso è sì comprensibile, ma affatto privo di voce: le parole colpiscono quella sorta di mio udito mentale senza toccare alcun organo di senso paragonabile a un orecchio. Questo implica che là, a quel tavolo, non siede nessuno intento a pronunciarle, ma che il discorso si pronuncia da sé medesimo e giunge a me per vie prodigiose che non so spiegare.</p>
<p>Continuo a chiamare questo fenomeno <em>discorso</em>, ma anche questo è inesatto. Questa parola, discorso, allude a un intento comunicativo, a un fine suasorio, a un messaggio da decifrare, ma niente di tutto questo è rintracciabile in ciò che sto ascoltando. Si tratta piuttosto di una successione apparentemente ordinata di parole che si manifestano come mosse soltanto da un clandestino piacere di mostrarsi, una specie di esibizionismo retorico o di seducente svestizione verbale. Questa mostra o vetrina di parole non si organizza attorno a significati precisi, non trasmette messaggi intenzionali, non colpisce l&#8217;intelligenza suscitando dubbi e domande o suggerendo risposte. Agisce piuttosto come una danzatrice che muove il proprio corpo, non per trasmettere l&#8217;idea del movimento, ma per alludere a esperienze fisiche, moti dell&#8217;animo, stati mentali.</p>
<p>Mentre ascolto questa danza, qualche luogo imprecisato di me medesimo raccoglie le allusioni seminate dalle parole e le trasforma &#8211; forse per mezzo di arti magiche o forse mediante un incognito apparato digerente &#8211; in ordigni che vanno a colpire i miei sensi immaginari: man mano che le parole si muovono, appaiono volti conosciuti che non vedevo da tempo, e che sùbito scompaiono; frammenti di antiche conversazioni fra amici partecipano per qualche istante alla danza; avverto moti di sdegno, talvolta di commozione. Mi rendo conto di sapere &#8211; questa volta con sorprendente chiarezza &#8211; di essere in viaggio, anche se non ricordo da dove vengo e non conosco la mia meta. Capisco che questo <em>luogo</em> che chiamo locanda è un punto in cui il viaggio si è concesso una pausa, non so quanto lunga, un&#8217;interruzione provvisoria che ha già in sé l&#8217;idea della ripartenza.</p>
<p>La danza verbale è cessata di colpo. Provo a rintracciarla nel brusìo indistinto della locanda, ma solo per accorgermi che non c&#8217;è più brusìo, né locanda. Mi guardo attorno e vedo distintamente la forma e il contenuto del salotto di casa mia. E mi accorgo, non senza un moto di giubilo bambinesco, di avere occhi e orecchie, naso e mani. Mi alzo dalla poltrona per sgranchirmi le gambe, e mi sorprendo a pensare che sì, in effetti ho anche le gambe. Un altro pensiero mi passa per la testa, quello di essere in viaggio, ma il mio stato di quiete al centro di una stanza basta a declassare anche questa idea a sciocca fantasia. Scuoto la testa in segno di autocompatimento per questi comportamenti infantili. </p>
<p>Ripongo il libro nella libreria ed esco in balcone a fumare una sigaretta.</p>
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		<title>Chiosa alle letture di Rousseau</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Jun 2006 17:26:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>letturalenta</dc:creator>
				<category><![CDATA[lettura]]></category>
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		<category><![CDATA[Rousseau]]></category>

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		<description><![CDATA[Lo confesso, sto leggendo Le Confessioni di Rousseau. Mi capita spesso di dedicare alla lettura di qualche classico le pause vacanziere che il vivere concitato e velocista dei nostri tempi così di rado concede. È questo un modo per mettere in pratica quella mia onesta e proba tendenza alla lentezza, alla pigrizia, all&#8217;ozio e alla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img style="FLOAT: left; MARGIN: 0pt 10px 10px 0pt" alt="Jean-Jacques Rousseau ritratto da Quentin Latour, tratto da www2.ac-lyon.fr" src="http://letturalenta.net/wp-images/blog/rousseau.jpg" />Lo confesso, sto leggendo <em>Le Confessioni</em> di Rousseau. Mi capita spesso di dedicare alla lettura di qualche classico le pause vacanziere che il vivere concitato e velocista dei nostri tempi così di rado concede. È questo un modo per mettere in pratica quella mia onesta e proba tendenza alla lentezza, alla pigrizia, all&#8217;ozio e alla perdita di tempo che troppo spesso rimane allo stadio di mera intenzione. Sì, perché i classici differiscono dall&#8217;orrenda letteratura cosiddetta <em>di consumo</em> soprattutto dal punto di vista tachigrafico: prova un po&#8217;, o fugace lettore, a leggere <em>Moby Dick</em> a sessanta pagine all&#8217;ora: ti ritroverai in testa una tal melma di scene di caccia al capodoglio, brani di cetologia, sermoni e dialoghi marinareschi da uscirne completamente rintronato.</p>
<p>Ebbene, avevo appena intrapreso la placida lettura delle <em>Confessioni</em> roussoviane, quand&#8217;ecco che tra i margini della pagina prese forma un pensiero che pareva scritto apposta per me, il lettore:<br />
<span id="more-143"></span></p>
<p style="MARGIN-LEFT: 1cm; MARGIN-RIGHT: 1cm">Mia madre aveva lasciato dei romanzi. Ci mettemmo a leggerli dopo cena, mio padre ed io. All&#8217;inizio, si trattava solo di esercitarmi alla lettura con qualche libro divertente; ma l&#8217;interesse divenne ben presto così vivo che leggevamo alternandoci senza sosta, e in questa occupazione trascorrevamo le notti. Non potevamo staccarcene che a libro finito. Qualche volta mio padre, sentendo le rondini del mattino, diceva tutto vergognoso: «Andiamo a letto, sono più bambino di te». Acquistai in breve tempo, con questo pericoloso metodo, non soltanto una facilità estrema di lettura e a capire me stesso, ma un&#8217;intelligenza delle passioni unica per la mia età. Ancora non avevo idea alcuna delle cose, e già conoscevo tutti i sentimenti. Non avevo concepito nulla, avevo sentito tutto. I turbamenti confusi che provavo uno dopo l&#8217;altro non influivano affatto sulla ragione, che ancora non avevo; ma me ne foggiarono una di tempra diversa, e mi dettero della vita umana nozioni bizzarre e romanzesche, dalle quali esperienza e riflessione non hanno mai potuto del tutto guarirmi. [J.J.Rousseau, <em>Le confessioni</em>, Garzanti 1976, trad. di Giorgio Cesarano, pag.8]</p>
<p>Fantastico. Il piccolo Rousseau (all&#8217;epoca di questo episodio aveva cinque o sei anni) andava formando i propri sentimenti, e le prime intuizioni sulla natura dell&#8217;umano genere, sulle trame e gli intrecci di rapinosi romanzetti, dei quali peraltro non ricorda o non ritiene opportuno ricordare nemmeno i titoli. Tuttavia non mi sembra azzardato, considerando gli effetti, supporre che si trattasse di romantiche (ante-litteram, s&#8217;intende) storie d&#8217;amore e di passione, quel genere intramontabile che oggi chiameremmo romanzo rosa. Il fine pensatore, politologo e pedagogo Rousseau, insomma, l&#8217;autore dell&#8217;<em>Emile</em> e del <em>Contratto sociale</em>, il padre putativo del pensiero libertario e democratico era latore di una visione del mondo e degli uomini saldamente fondata su «nozioni bizzarre e romanzesche». Cosa questa che me lo rende particolarmente simpatico, beninteso, e mi fa vagheggiare intellettuali contemporanei solidamente formati sui libri di Liala.</p>
<p>C&#8217;è poi una forte componente materna in quelle prime letture di Rousseau, annunciata da quella frase dal suono leggermente doloroso, «Mia madre aveva lasciato dei romanzi». Romanzi al posto di ricordi. Essendo morta sua madre nel darlo alla luce, non è improbabile che leggere i libri che le erano appartenuti fosse per lui anche un modo per renderla presente, per trovare in quello che lei leggeva una traccia del suo carattere e dei suoi sentimenti. Un tentativo inconscio di stabilire almeno un immaginario contatto spirituale. Il romanzo rosa come surrogato della madre: su questo tema sarebbe opportuno scrivere un trattatello particolareggiato e riccamente documentato, ma adesso non ho tempo.</p>
<p>Più avanti, nel 1719, a soli sette anni, Rousseau avrebbe abbandonato i romanzi per passare a nuove letture provenienti dalla biblioteca del padre di sua madre:</p>
<p style="MARGIN-LEFT: 1cm; MARGIN-RIGHT: 1cm">La <em>Storia della Chiesa e dell&#8217;Impero</em> di Le Seur; il <em>Discorso sulla Storia universale</em> di Bousset; gli <em>Uomini illustri</em> di Plutarco; la <em>Storia di Venezia</em> di Nani; le <em>Metamorfosi</em> di Ovidio; la <em>Bruyére</em>; i <em>Mondi</em> di Fontenelle, i suoi <em>Dialoghi dei Morti</em> e alcuni tomi di Molière. (&#8230;) Da queste letture appassionanti, dalle conversazioni che esse occasionavano fra mio padre e me, si formò quello spirito libero e repubblicano, quel carattere indomito e fiero, intollerante d&#8217;ogni giogo e d&#8217;ogni schiavitù, che mi ha tormentato per tutta la vita nelle situazioni meno proprie a dargli slancio. [<em>Ibidem</em>, pag. 9]</p>
<p>Ahimè, che scambio svantaggioso fu mai quello! Se i romanzi amorosi portavano al piccolo Rousseau barlumi di madre e intelligenza precoce delle passioni umane, le letture erudite e la letteratura più culta furono causa del suo cattivo carattere. Non che le istanze repubblicane e l&#8217;amore per la libertà siano in alcun modo deplorevoli in sé, sia chiaro, ma è l&#8217;autore stesso a confessare che il carattere uscito da quei libri sarebbe stato per lui un tormento per il resto dei suoi giorni. </p>
<p>Rousseau negli ultimi anni di vita soffrì di gravi disturbi psichici conditi da manie di persecuzione: vedeva nemici dappertutto, sempre intenti a ordire intrighi e complotti ai suoi danni. Mi sembra improbabile che la causa di questo disordine mentale sia da ricercare nella vita e nell&#8217;esperienza di Rousseau. È assai più ragionevole spiegarlo come effetto tardivo di quelle letture infantili: in età avanzata, gli intrecci romanzeschi si sono probabilmente confusi nella sua mente con le vite degli uomini illustri, le istorie, le commedie di Molière, e soprattutto con quei <em>Dialoghi dei Morti</em> che fin dal titolo si presentano come candidati ottimali per suscitare nella mente debole di un orfano oscure ossessioni e terrori inguaribili.</p>
<p>E qui concludo, o lettore, notando appena di striscio quanto la vicenda umana di quest&#8217;uomo sembri confermare l&#8217;esistenza di quel legame profondo e indissolubile fra lettura e demenza su cui da tempo vado meditando. </p>
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		<title>Il lettore smemorato</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Jun 2006 11:42:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>letturalenta</dc:creator>
				<category><![CDATA[lettura]]></category>
		<category><![CDATA[scrittura]]></category>
		<category><![CDATA[Don Ferrante]]></category>
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		<description><![CDATA[C&#8217;era una volta un lettore smemorato che lesse un libro e lo dimenticò. Allora ne lesse subito un altro e dimenticò anche quello. Se un valente professore di letteratura l&#8217;avesse interrogato su quei libri, il lettore smemorato avrebbe fatto scena muta e il professore gli avrebbe detto: «Mi spiace, caro discente, la sua preparazione è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img style="FLOAT: left; MARGIN: 0pt 10px 0px 0pt" alt="Anna Marongiu, Don Ferrante (1926) tratto da www.marongiu.org" src="http://letturalenta.net/wp-images/blog/donferrante.jpg" />C&#8217;era una volta un lettore smemorato che lesse un libro e lo dimenticò. Allora ne lesse subito un altro e dimenticò anche quello. Se un valente professore di  letteratura l&#8217;avesse interrogato su quei libri, il lettore smemorato avrebbe fatto scena muta e il professore gli avrebbe detto: «Mi spiace, caro discente, la sua preparazione è insufficiente. Ritenti al prossimo appello, se se la sente».</p>
<p>Pensava spesso a una frase di Musil, il lettore smemorato: «è del tempo di Socrate dirsi ignoranti, del nostro tempo essere ignoranti», e gli dispiaceva sapere che Musil aveva detto quella cosa a proposito del non sapere; e ancor di più gli dispiaceva sapere che Musil diceva quella cosa avendo in mente il celebre aforisma di Socrate «so di non sapere». Sapere tutte quelle cose lo gettava nello sconforto. «È segno che non ho dimenticato abbastanza» pensava, e si consolava al pensiero di aver dimenticato almeno il libro in cui aveva letto quella frase di Musil.<br />
<span id="more-134"></span><br />
Un giorno, mentre leggeva il carteggio fra due ambasciatori del Cinquecento, trovò questi versi citati in una lettera:</p>
<p style="MARGIN-LEFT: 1cm">Apri la mente a quel ch&#8217;io ti paleso<br />
e fermalvi entro; ché non fa scienza,<br />
sanza lo ritenere, avere inteso.</p>
<p>Pur mancando l&#8217;indicazione della fonte (il mittente dava per scontato che il destinatario non ne avesse bisogno), il lettore smemorato si rese conto di sapere che erano versi tratti da qualche parte della Divina Commedia di Dante, e perciò fece immediato e irrevocabile proposito di dimenticare al più presto Dante, o almeno la Divina Commedia. Tuttavia quei versi gli ricordavano qualcosa, ma era un ricordo sfocato e confuso. Allora il lettore smemorato decise di inseguirlo, di metterlo a fuoco e di chiarirlo per bene. Si ritirò nella sua cameretta, tolse un quaderno dal cassetto della scrivania e per giorni e giorni ragionò e scrisse, scrisse e ragionò, fino a quando il ricordo prese la sua forma definitiva, ovvero la seguente:</p>
<p style="MARGIN-LEFT: 1cm; MARGIN-RIGHT: 1cm">Non basta intendere, orecchiare, aver sentito dire, dice Dante, se l&#8217;obbiettivo è il sapere: occorre anche ritenere, ricordare, fermare le cose nella mente. E se Dante ha ragione (e chi sono io per dar torto a Dante?), la via maestra che conduce all&#8217;ignoranza è per forza di cose la dimenticanza, l&#8217;oblio, la perdita programmata e volontaria della memoria. È proprio del nostro tempo essere ignoranti, diceva Musil. Ne deriva che, per entrare in piena sintonia con lo <em>Zeitgeist</em> corrente, occorre lottare per conquistare l&#8217;ignoranza con tenacia e perseveranza. Dimenticare, dimenticare il più possibile, dimenticare tutto.</p>
<p style="MARGIN-LEFT: 1cm; MARGIN-RIGHT: 1cm">Ricordo che una volta &#8211; ero al liceo &#8211; un professore dal cipiglio tutt&#8217;altro che rassicurante m&#8217;intimò: «metta bene in evidenza, con parole sue, la poetica della Provvidenza nei Promessi Sposi del Manzoni». Risposi che codesta Provvidenza manzoniana io la trovavo un po&#8217; troppo selettiva e partigiana, perché si dava un sacco da fare per salvare i buoni, lasciando crepare fra atroci tormenti i cattivi e gli idioti, ovvero i più bisognosi del suo soccorso. Più che Provvidenza, aggiunsi, a me sembra Vendetta. «Lei non ha studiato!» gridò il professore dal duro cipiglio «Lei non sa niente!», e tosto tramutò la mia insipienza in un quattro sul registro. Quella fu una pietra miliare nella mia battaglia per la conquista del non sapere.</p>
<p style="MARGIN-LEFT: 1cm; MARGIN-RIGHT: 1cm">Il personaggio che preferisco nei Promessi Sposi è don Ferrante, emblema di un&#8217;ignoranza naturale e così perfetta da essere immune al virus della sapienza. Don Ferrante non sa di non sapere, ignora perfino la sua stessa ignoranza. E per giunta non riesce mai a sapere, a dispetto della sua splendida biblioteca e delle ore e ore dedicate allo studio. E che gran dono è questa sua refrattarietà al sapere! Così grande da vincere l&#8217;angoscia della morte. Don Ferrante morì sereno, sicuro in cuor suo di essere vittima di una congiunzione astrale contro cui non poteva far nulla. Altri morirono dopo aver fatto di tutto per evitare il contagio senza riuscirci. Morirono con il dubbio angosciante di essere loro stessi concausa della propria morte, per non aver fatto abbastanza, per aver sbagliato qualcosa.</p>
<p style="MARGIN-LEFT: 1cm; MARGIN-RIGHT: 1cm">Occorre studiare molto per diventare davvero ignoranti. Occorre leggere molti libri, e leggerli lentamente, fermando ciò che si legge nella mente, come dice Dante. Bisogna riflettere su quel che si legge, osservare i dettagli, le singole frasi, e ragionarci sopra a lungo, fino capire bene cosa dicono. Bisogna sapere, poi sapere di sapere, e infine sforzarsi di dimenticare tutto quello che si sa. A don Ferrante veniva naturale non sapere, ma noi comuni mortali dobbiamo esercitarci a lungo per raggiungere i suoi livelli.</p>
<p>Quand&#8217;ebbe messo il punto dopo <em>livelli</em>, il lettore smemorato rilesse quanto aveva scritto, e vide che era cosa buona, e ne fu molto soddisfatto. «Ora che ho chiarito bene quel mio pensiero confuso e vago» pensò «posso dedicare tutte le mie energie future a dimenticarlo, con impegno rigoroso e indeflettibile forza di volontà». Fece per alzarsi dalla sedia, ma non ci riuscì. Provò ancora, ma si rese conto che il corpo non obbediva più ai comandi della mente. Nei molti giorni dedicati a inseguire il suo pensiero, infatti, il lettore smemorato si era completamente dimenticato di mangiare, ed era morto d&#8217;inedia.</p>
<p>«Oh, mi sono dimenticato di morire» disse un attimo prima di dimenticare d&#8217;essere mai esistito.</p>
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		<title>Il test di Umberto Eco</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Apr 2006 22:25:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>letturalenta</dc:creator>
				<category><![CDATA[lettura]]></category>
		<category><![CDATA[Anna Karenina]]></category>
		<category><![CDATA[Cappuccetto Rosso]]></category>
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		<category><![CDATA[Umberto Eco]]></category>

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		<description><![CDATA[Dice Umberto Eco: Rispetto al mondo dei libri, proposizioni come Sherlock Holmes era scapolo, Cappuccetto Rosso viene divorata dal lupo ma poi è liberata dal cacciatore, Anna Karenina si uccide, rimarranno vere in eterno e non potranno mai essere confutate da nessuno. [U.Eco, Su alcune funzioni della letteratura, in Sulla letteratura, Bompiani 2002, pag. 12] [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img style="FLOAT: left; MARGIN: 0pt 10px 0px 0pt" src="http://letturalenta.net/wp-images/blog/cappuccettorosso.jpg" alt="Cappuccetto Rosso e il lupo, tratto da www.gazzaladra.it"/>Dice Umberto Eco:</p>
<p style="MARGIN-LEFT: 1cm; MARGIN-RIGHT: 1cm">Rispetto al mondo dei libri, proposizioni come <em>Sherlock Holmes era scapolo, Cappuccetto Rosso viene divorata dal lupo ma poi è liberata dal cacciatore, Anna Karenina si uccide</em>, rimarranno vere in eterno e non potranno mai essere confutate da nessuno. [U.Eco, Su alcune funzioni della letteratura, in <em>Sulla letteratura</em>, Bompiani 2002, pag. 12]</p>
<p>E poco dopo aggiunge:</p>
<p style="MARGIN-LEFT: 1cm; MARGIN-RIGHT: 1cm">Il mondo della letteratura è un universo nel quale è possibile fare dei <em>test</em> per stabilire se un lettore ha il senso della realtà o è preda delle sue allucinazioni. [<em>Ibidem</em> pag. 14]</p>
<p>Con questa seconda affermazione Eco crea un legame forte fra il mondo della letteratura e il mondo dei vivi, assegnando al primo il potere di decretare l&#8217;integrità psichica nel secondo: chi dovesse esprimere dubbi sullo stato civile di Sherlock Holmes può essere senz&#8217;altro segnalato ai servizi sociali. Ecco, io credo che Umberto Eco abbia ragione (fossi scemo, a dar torto a Umberto Eco!) e credo anche che ripetendo quei test su ciascun membro della fratellanza lettoria universale l&#8217;esito sarebbe invariabilmente il secondo: ogni lettore è preda delle sue allucinazioni.<br />
<span id="more-118"></span><br />
Prendiamo come caso zero il lettore Umberto Eco. Egli afferma perentoriamente che una frase come <em>Cappuccetto Rosso viene divorata dal lupo ma poi è liberata dal cacciatore</em> rimarrà vera in eterno. In eterno, neh, mica cotiche. Questo lo dice a pagina 12, ma già a pagina 15 riconosce che quella enunciata è la versione dei fratelli Grimm, mentre nel Cappuccetto Rosso secondo Perrault la piccola si limita a schiattare nella pancia del lupo, senza che verun cacciatore giunga a salvarla.</p>
<p>Dato che Umberto Eco ha ragione per definizione, non può aver torto quando dice che la prima affermazione su Cappuccetto Rosso rimarrà vera in eterno. Questo ci consente di stabilire con rara esattezza quale sia la durata dell&#8217;eternità secondo Umberto Eco: da pagina 12 a pagina 15. Realtà o allucinazione?</p>
<p>Ma c&#8217;è qualcosa di più inquietante in quelle frasi. Quegli enunciati, infatti, hanno senso solo se ci si dimentica dello statuto fittizio dei loro oggetti, attribuendo cioè a Cappuccetto Rosso, Sherlock Holmes e Anna Karenina lo stesso grado di esistenza e storicità di Matilde di Canossa, Al Capone e Madame de Staël.</p>
<p>Per affermare che <em>Sherlock Holmes era scapolo</em> l&#8217;emerito semiologo deve considerare certa l&#8217;iscrizione del signor Holmes Sherlock nei registri anagrafici di Sua Maestà britannica. Se <em>Anna Karenina si uccide</em> lanciandosi sotto un treno, esisterà certamente il rapporto di un capostazione delle ferrovie zariste che fa menzione del tragico evento. E i miseri resti di Cappuccetto Rosso, all&#8217;epoca dei fatti, potrebbero ben essere stati rinvenuti nel bolo gastrico di un lupo abbattuto nei paraggi.</p>
<p>È ben vero che i personaggi letterari <em>esistono</em> anche fuori dai libri, tanto da entrare spesso nell&#8217;immaginario di interi popoli per molte generazioni, ma questo non significa che siano nati, vissuti, morti&#8230; eppure Umberto Eco non esita ad affermare che <em>Serlock Holmes era scapolo</em> e che <em>Anna Karenina si uccide</em>. E dato che Umberto Eco non può aver torto per definizione, egli ha senz&#8217;altro ragione nell&#8217;asserire che Anna Karenina, Cappuccetto Rosso e Sherlock Holmes sono stati esseri umani in carne ed ossa, nati da una copula, vissuti, non sposati, sbranati da lupi o straziati da pesanti vagoni merci.</p>
<p>Mi sembra sufficiente a stabilire l&#8217;esito del test: il lettore Umberto Eco, come tutti i lettori, è preda delle sue allucinazioni, e questo, sia chiaro, me lo rende particolarmente simpatico. Già me lo vedo, chiuso nella sua cameretta, intrecciare arguti conversari filosofici con Guglielmo da Baskerville, o farsi una partitella a tressette con Casaubon, Belbo e Diotallevi.</p>
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		<title>Il testamento del lettore</title>
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		<pubDate>Wed, 05 Apr 2006 22:01:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>letturalenta</dc:creator>
				<category><![CDATA[lettura]]></category>
		<category><![CDATA[scrittura]]></category>
		<category><![CDATA[testamento]]></category>

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		<description><![CDATA[Sono un lettore e in questo momento mi trovo presso il notaio che mi aiuterà a redigere il mio testamento. Il notaio mi sta spiegando che l&#8217;incipit rituale di queste pratiche mortuarie è una frase del tipo «Io sottoscritto Tal dei Tali (seguono dati anagrafici), nel pieno possesso delle mie facoltà mentali&#8230;». Cominciamo male, vorrei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img style="FLOAT: left; MARGIN: 0pt 10px 0px 0pt" alt="Testamento. Tratto da www.sahara.it" src="http://letturalenta.net/wp-images/blog/testamento.jpg" /><em>Sono un lettore e in questo momento mi trovo presso il notaio che mi aiuterà a redigere il mio testamento. Il notaio mi sta spiegando che l&#8217;incipit rituale di queste pratiche mortuarie è una frase del tipo «Io sottoscritto Tal dei Tali (seguono dati anagrafici), nel pieno possesso delle mie facoltà mentali&#8230;»</em>.</p>
<p>Cominciamo male, vorrei dire al notaio, ma in realtà non apro bocca. Vorrei dirgli che questo incipit un poco mi spaura, perché temo che adottandolo così com&#8217;è io corra più d&#8217;un rischio di dire il falso. Innanzitutto c&#8217;è la questione dei dati anagrafici, che il notaio sembra dare per scontata, ma che per me è alquanto problematica: dove sono nato come lettore, e quando? Dovrei dichiarare il giorno il mese e l&#8217;anno in cui aprii il mio primo libro e il luogo in cui mi trovavo, ma proprio non riesco a ricordarlo. D&#8217;altronde, siamo seri, chi mai a questo mondo ha ricordi precisi e chiari sul momento della sua nascita? E poi non sono sicuro che sia corretto far corrispondere il parto lettoriale con la lettura del primo libro: prima dei libri ci sarà pur stato un abbecedario e cartelli stradali e insegne di negozi decifrate a fatica.<br />
<span id="more-106"></span><br />
Inoltre mi si chiede di dichiarare il pieno possesso delle mie facoltà mentali, ma di quali facoltà mentali può mai essere dotato un lettore? Leggere libri è già di per sé un&#8217;attività che si svolge sul crinale tra sanità e demenza &#8211; spesso scollinando sul versante della demenza &#8211; ma tenga conto signor notaio (vorre dire al notaio, ma in realtà lo penso soltanto) che nel mio testamento io dichiaro addirittura di <em>essere</em> lettore proprio come un avvocato direbbe di <em>essere</em> avvocato, assegnando cioè a questa parola il compito di definire la mia essenza e ammettendo così di essere per definizione in bilico fra lucidità e follia e quasi più spesso folle che lucido. Date le facoltà mentali di cui dispongo, insomma, temo che dichiararne il pieno possesso non sia una buona idea.</p>
<p><em>Poi il notaio illustra le dichiarazioni che dovrebbero comparire subito dopo l&#8217;incipit. Si tratterebbe di elencare gli eredi designati, specificando per ciascuno di loro i beni oggetto del lascito. Si dovrà inoltre stabilire con precisione il frazionamento di beni mobili e immobili, per evitare situazioni grottesche in cui, solo per fare un esempio, vengono assegnati i cinque quarti di una casa o di un terreno, o una somma di denari eccedente l&#8217;effettiva disponibilità</em>.</p>
<p>Si fa presto a dire beni e si fa presto a dire eredi, signor notaio &#8211; direi al notaio, se non fosse che in realtà me ne sto zitto &#8211; ma per un lettore non è così semplice. Gli eredi sono tali per via di un qualche tipo di legame, sia esso di parentela o di adozione o di affinità elettiva, ma il lettore è umbratile e schivo, appartato fino alla misantropia, geloso della propria solitudine. Quando si accinge a leggere egli reclama silenzio, rifugge la compagnia, tratta i suoi cari alla stregua di postulanti, si nega a vicini e conoscenti. Il lettore si prefigge come mete ascetiche l&#8217;irreperibilità, l&#8217;evanescenza, l&#8217;incorporeità, l&#8217;inesistenza. Può avere eredi costui?</p>
<p>Ma poniamo per assurdo che gli eredi si trovino: resta il problema dei beni. I quali beni, per essere oggetto di lascito testamentario, dovrebbero avere un valore di scambio ben definito, valore che i beni del lettore non hanno. Cosa possiedo, mi domando, dopo una vita spesa a scandagliare i fondali del mare letterario? Mi rispondo: possiedo una sterminata discarica di macerie verbali così vasta e disordinata da essere praticamente inutilizzabile. Milioni di grafismi depositati alla rinfusa dove capita, ormai privi di quei leganti ortografici e sintattici che un tempo davano loro una forma riconoscibile. Parole sparse ovunque, pezzi di frasi, moncherini di antichi aforismi, mucchietti di segni d&#8217;interpunzione, margini ormai disfatti, glosse disarticolate. Bisogna essere completamente pazzi e sconsiderati per accettare un&#8217;eredità del genere.</p>
<p><em>Dopo l&#8217;assegnazione dei beni agli eredi, spiega il notaio, è possibile inserire nel testamento istruzioni transitorie, desiderata, discorsi di commiato, volontà particolari, clausole vincolanti, minacce di maledizioni eterne, apologhi, o quant&#8217;altro il testatore ritenga utile e salutare comunicare ai suoi successori.</em></p>
<p>Mi ascolti signor notaio, dico tra me e me, lei si sarà già reso conto che per un lettore fare testamento è più complicato del previsto, tuttavia su quest&#8217;ultimo punto forse qualcosa si può scrivere. Qualcosa del genere:</p>
<p>«Chiunque tu sia, o mio erede, accetta il mio consiglio: rinuncia, fin che sei in tempo, all&#8217;inane accumulo di parole, frasi, paragrafi, capitoli e opere a cui io ho dedicato la vita intera. So quel che cerchi leggendo, perché l&#8217;ho cercato prima di te, e per questo ti posso dire con ragionevole certezza che quel che cerchi non si trova nei libri. Ho navigato in mille direzioni, seguendo rotte tracciate da altri o tentandone di nuove; più volte mi sono smarrito e più volte ho ritrovato la via; ho visto isole deserte e porti pieni di gente; mi sono immerso in più punti nel tentativo di strappare agli abissi i segreti che la superficie mi negava; ho sorvolato vasti tratti a volo radente, superato stretti irti di scogli, vinto tempeste e bonacce; mi sono fermato e sono ripartito, ma mai una volta ho potuto dire: sono arrivato. Alla fine del viaggio mi restano solo le macerie che ti lascio in eredità e la gioia d&#8217;aver viaggiato, che non posso lasciare a nessuno».</p>
<p><em>Il notaio mi guarda come se aspettasse qualcosa da me, un cenno di riscontro, una risposta qualsiasi. La sua espressione spazientita fornisce la misura esatta del mio silenzio di fronte ai suoi lodevoli tentativi d&#8217;istruirmi nell&#8217;arte di testare. Lo guardo per un momento ancora, poi mi faccio forza e dico a voce alta:</em> Quant&#8217;è?</p>
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