Archive for the ‘libri e dintorni’ Category

Amor vincit omnia (tranne il cattivo gusto)

Friday, March 12th, 2010

Capisco l’ineluttabile necessità di pubblicare l’instant book elettorale del padrone; capisco che non si sputa nel piatto in cui si mangia; capisco che per amor di bilancio si ceda alla tentazione di pubblicare robaccia.

Ma una copertina così orrenda, santiddìo, che bisogno c’era?

Microcenturie (fine)

Tuesday, March 2nd, 2010

Il progetto è giunto a compimento in data 1 marzo 2010, con la pubblicazione della centuria n. 99. Auspichiamo che i molti contributi inviati e non pubblicati perché eccedenti il numero previsto vengano comunque smarriti negli interstizi del reale. Il bisogno del mondo di essere raccontato non ha termine mai.

Dall’indice

Wednesday, February 10th, 2010

Dall’indice di un libro che sto leggendo:

Pag. I: Introduzione del curatore
Pag. XXXI: Postilla del 1983
Pag. XXXIX: Bibliografia
Pag. XLIII: Prefazione all’edizione italiana
Pag. 5: Prefazione alla seconda edizione tedesca
Pag. 18: Introduzione dell’autore

Poi comincia il libro, a pagina 25.

Fiutano la disperazione nelle capanne e la comprano

Wednesday, January 13th, 2010

tratto da www.latinamericanstudies.org1884. Edmondo De Amicis sale a bordo del piroscafo Nord America, destinazione Montevideo. Cinque anni più tardi il racconto di quel viaggio sarebbe stato pubblicato con il titolo Sull’oceano, un libro strano e lievemente teratologico: un po’ resoconto giornalistico, un po’ esercizio di ritrattistica letteraria, un po’ saggio sui vizi, le virtù e i destini della specie umana. Un mostriciattolo, ma non sgradevole, ingentilito da una scrittura limpida e pacata, colloquiale, confidenziale. Il piroscafo aveva biglietti di prima, seconda e terza classe, e in quest’ultima viaggiavano le avanguardie di quell’imponente flusso migratorio che a partire dalla fine dell’800 avrebbe portato milioni di diseredati italiani a cercare fortuna all’estero.

Dato l’argomento, non è raro che la lettura inneschi rimandi alle migrazioni contemporanee, fenomeno in cui il ruolo dell’Italia risulta invertito, da porto di partenza ad agognata meta di masse disperate. Trascrivo un brano che — mutando l’America in Italia e l’Italia in Africa — potrebbe essere letto con profitto da chi oggi nega l’umanissima miseria che “ci urla e ci singhiozza alla porta” e la usa come merce di scambio politico, non molto diverso, in questo, dai delinquenti che “fiutano la disperazione nelle capanne e la comprano”.

Certo, in quel gran numero, ci saranno stati molti che avrebbero potuto campare onestamente in patria, e che non emigravano se non per uscire da una mediocrità, di cui avevano torto di non accontentarsi; ed anche molti altri che, lasciati a casa dei debiti dolosi e la reputazione perduta, non andavano in America per lavorare, ma per vedere se vi fosse miglior aria che in Italia per l’ozio e la furfanteria. Ma la maggior parte, bisognava riconoscerlo, eran gente costretta a emigrare dalla fame, dopo essersi dibattuta inutilmente, per anni, sotto l’artiglio della miseria.

(…) La pietà era loro dovuta intera e profonda. E mettevano più pietà, se si pensava a quanti di loro avevan già forse in tasca dei contratti rovinosi, stretti con gli incettatori che fiutano la disperazione nelle capanne e la comprano; a quanti sarebbero stati afferrati all’arrivo da altri truffatori e sfruttati tirannicamente per anni; a quanti altri forse portavano già nel corpo, da troppo tempo malnutrito e fiaccato dalle fatiche, il germe d’una malattia che li avrebbe uccisi nel nuovo mondo.

E avevo un bel pensare alle cagioni remote e complesse di quella miseria, davanti alla quale, come disse un ministro, “ci troviamo altrettanto addolorati che impotenti”, all’impoverimento progressivo del suolo, all’agricoltura trasandata per la rivoluzione, alle imposte aggravate per necessità politica, alle eredità del passato, alla concorrenza straniera, alla malaria. (…) Non mi potevo levar dal cuore che ci avevano pure una gran parte di colpa, in quella miseria, la malvagità e l’egoismo umano: tanti signori indolenti per cui la campagna non è che uno spasso spensierato di pochi giorni e la vita grama dei lavoratori una querimonia convenzionale d’umanitari utopisti, tanti fittavoli senza discrezione né coscienza, tanti usurai senza cuore né legge, tanta caterva d’impresari e di trafficanti, che voglion far quattrini a ogni patto.

(…) E poi mi venivano in mente i mille altri, che, empitisi di cotone gli orecchi, si fregan le mani, e canticchiano; e pensavo che c’è qualche cosa di peggio che sfruttar la miseria e sprezzarla: ed è il negare che esista, mentre ci urla e ci singhiozza alla porta.

[Edmondo De Amicis, Sull'Oceano, Ibis 1991, pag. 51-54]

Auroralia

Monday, November 30th, 2009

tratto da www.uelsmann.net
 
50 racconti x 1 fotografia = Auroralia.

Da una fotografia di Jerry Uelsmann, a cura di Gaja Cenciarelli, Zona editore.

Un libro concepito in rete che sta per essere partorito in libreria. Poi non dite che non vi avevo avvisati.

Due pensieri

Saturday, November 21st, 2009

tratto da http://en.wikipedia.org/wiki/File:Klee,_Angelus_novus.gifUno

C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta. [W.Benjamin, Tesi di filosofia della storia (1940), in Angelus Novus, Einaudi 1962, trad. Renato Solmi, pag. 80]

***

Due

Poi finalmente ho messo le mani su I detective selvaggi e leggendo dei poeti realvisceralisti (chiedetemi se amo Bolaño)

[...] Secondo lui, gli attuali realvisceralisti camminavano all’indietro. Come all’indietro? domandai.
– Di spalle, guardando un punto ma allontanandosene, in linea retta verso l’ignoto.

mi sono detta che evidentemente faccio parte della cricca. Con l’unica differenza che a me da ormai troppo tempo sembra di avere una pistola puntata contro. Forse di quando in quando alzo anche le mani. [Fragments of wishdom, 9 novembre 2009]

***

L’accostamento di questi due pensieri restituisce un’immagine piuttosto precisa dell’andamento declinante della nostra beneamata civiltà. Già il punto di vista di Benjamin non era propriamente ottimista: scaraventati verso un futuro incerto senza riuscire a distogliere lo sguardo dalle macerie del passato. Ma almeno il movimento era in avanti, e poi gli angeli volano e sono immortali.

Oggi, con i piedi ben piantati a terra e lo sguardo rivolto a un futuro parimente incerto, retrocediamo verso un passato che non conosciamo con precisione, ma di cui conserviamo vaghi ricordi inquietanti, ricordi di catastrofi e cumuli di macerie. E non siamo angeli, non siamo immortali, sappiamo che quella pistola puntata contro di noi può farci molto male. Alziamo le mani e teniamo aperte quelle, in mancanza di ali.

(disclaimer: questo non è un post triste)

L’eterno fascino della diatriba

Saturday, November 14th, 2009

La diatriba è l’anima della cultura. Platonici vs. Aristotelici, Nutella vs. CiaoCrem, Tolstoj vs. Dostoevskij, Coca vs. Pepsi, Antichi vs. Moderni, Indiani vs. Cowboy, e via così. Date in pasto all’umanità una materia opinabile, e subito sorgeranno due eserciti contrapposti e armati fino ai denti.

Questa natura essenzialmente bellica della comunicazione culturale pone qualche problema organizzativo, perché discutere una questione a randellate tende a por fine al dibattito per mancanza di contendenti prima che si trovi una soluzione, e questo non è bello a vedersi, né vantaggioso per il progresso della conoscenza.

Se ne rese conto per primo un intellettuale vissuto circa settantamila anni fa, di cui purtroppo non resta che il cranio conservato in un museo paleontologico kenyota. Un giorno costui raccolse una noce di cocco e si accingeva a spaccarla con l’ascia, quand’ebbe l’idea di chiedere ad alta voce: «secondo voi si spacca prima se l’appoggio per terra o se l’appoggio su questa bella pietra piatta?». Non l’avesse mai fatto. Fra i raccoglitori della sua squadra si formarono seduta stante due partiti, i terristi e i pietristi, che iniziarono a discutere animatamente, non senza pesanti scambi di motti salaci e reciproci sberleffi.

Quando i raccoglitori rientrarono al villaggio, la discussione si allargò a tutti gli abitanti e non ci volle molto per arrivare ai calci e ai ceffoni. L’intellettuale allora emise un grido ferocissimo che come per incanto immobilizzò i contendenti, taluni con le mani attorno al collo del vicino, altri col ginocchio a pochi centimetri dagli altrui genitali, altri ancora piegati in due per il colpo appena ricevuto. Quando fu sicuro di aver guadagnato l’universale attenzione, l’intellettuale disse: «facciamo così: cinque terristi di qua, cinque pietristi di là, ognuno con la sua bella noce da spaccare. Vince la squadra che finisce prima». Così fecero, e i pietristi conclusero la prova con ampio vantaggio sugli avversari.

Quella sera stessa tutti si sedettero in cerchio attorno a un grande fuoco al centro del villaggio, sbranando montagne di carne arrostita e tracannando latte di cocco fermentato. La discussione proseguì su tutt’altri toni: «se funziona con le noci di cocco» disse un raccoglitore «potrebbe andar bene anche con le selci, no?» e un arrotaselci rispose: «ottima idea. Domattina proverò ad affilarle sopra una pietra, anziché per terra, poi vi faccio sapere come è andata». E quello fu il primo circolo ermeneutico di cui si conservi il ricordo.

(tutto questo per dire che va bene provocare, va bene discutere, va bene lamentare le infime sorti e regressive dell’industria culturale, ma poi, a un certo punto, bisognerebbe cominciare a fare proposte in positivo. Per esempio, la butto lì, pubblicare in rete le opere di “valore non discutibile” (Cortellessa) e spiegare, sempre in rete, il perché e il percome il loro valore non sia discutibile (e mettere nel conto le eventuali legittime pernacchie)).

Le vie del corpo

Tuesday, November 3rd, 2009

Sono una intera, non sono più un’accozzaglia di frammenti, di parti. Abbasso gli occhi per guardare la parte inferiore del mio corpo. Mi fermo davanti a una vetrina per vedermi tutta.

Prima la cosa più importante: filate subito a leggere lo splendido racconto Le vie del corpo di Gaja Cenciarelli, qui. Marsch!

Segue, meno importante assai, qualche mia noterella sul racconto medesimo.
(more…)

La geniale politica di marketing di Paravia

Tuesday, October 13th, 2009

tratto da: http://old.demauroparavia.itOrmai tutti sanno che il buon vecchio De Mauro online, il dizionario italiano più cliccato della rete, non è più disponibile. L’editore Paravia spiega laconicamente che l’opera non è più in linea “perché è fuori catalogo”.

Bella cazzata.

Chiudendo il sito l’editore ha fatto fuori una risorsa pubblicitaria gratuita e formidabile: molte persone in tutto il mondo sanno che Paravia è un editore solo perché usano il dizionario online. Senza contare che, grazie alla lungimiranza di Paravia, chi ha bisogno di consultare un vocabolario italiano in rete si rivolgerà inevitabilmente alla concorrenza.

Quindi, per premiare la geniale politica di marketing di Paravia, ecco nome e indirizzo di qualche valido concorrente:

Garzanti Linguistica (previa registrazione gratuita)
Treccani Online
Sabatini Coletti, Gruppo RCS
Aldo Gabrielli, Hoepli

In rete si può firmare una petizione per il ripristino del De Mauro. L’editore non se lo merita, ma io ho firmato.

Una buona lettura

Thursday, August 20th, 2009

Agostino, un bel racconto di Luigi Weber (bello anche se evoca Moravia :-))

Asserti irrefutabili

Thursday, July 2nd, 2009

Anna Karenina non staccava gli occhi dalle ruote del secondo vagone che si avvicinava. E proprio nel momento in cui il punto mediano fra le ruote giunse alla sua altezza, ella estrasse dal sacchetto rosso una rivoltella, se la puntò alla tempia e sparò.
[Dal romanzo Anna Karenina di anonimo del XXI secolo]

Eppure Umberto Eco, in un articolo su Repubblica, sostiene che Anna Karenina è morta suicida sotto un treno è un asserto irrefutabile, e che “la funzione epistemologica degli asserti romanzeschi è che possono essere usati come cartina di tornasole per l’irrefutabilità di ogni altro asserto. Sono il solo criterio che possediamo per definire che cosa sia la verità”.

(che poi, a margine, mi chiedevo: si sente davvero tutto questo bisogno di mettere in mano all’umanità un corposo insieme di asserti irrefutabili e di verità inconfutabili? Voglio dire, quanto alla letteratura: sapere che Anna Karenina è morta suicida sotto un treno è un asserto irrefutabile non fa un po’ passare la voglia di leggere Anna Karenina? Analogamente, quanto al mondo: non è che il giorno in cui sapremo tutta la verità su tutto quanto non ci resterà altro che buttarci sotto un treno?)

(e poi, a margine del margine: siamo sicuri che un’asserzione irrefutabile sia necessariamente vera, e che un’asserzione vera sia necessariamente irrefutabile?)

L’uomo che odiava il punto e virgola

Thursday, June 25th, 2009

Dario FranceschiniL’8 maggio 2006 Dario Franceschini rispose al commento di un lettore del suo romanzo Nelle vene quell’acqua d’argento con queste precise parole:

«Non c’è neanche un punto e virgola. Per scelta. Non ho mai capito quella via di mezzo che non lascia la pausa giusta e mi pare anche esteticamente non bello da vedere sulla pagina».

Orpo!

Va be’ che — in perfetto stile democristiano — s’affrettò ad aggiungere «Ma chissà. Forse invecchiando mi riconcilierò anche con loro», però questa idiosincrasia interpuntoria mi ha sorpreso per diverse ragioni.

Salta agli occhi in primo luogo il contrasto fra la rilassatezza grammaticale della frase sopra citata e il rigore etico dell’enunciato. Per esempio, “quella via di mezzo” riceve poco dopo l’attributo “non bello”, alla faccia della concordanza di genere; poi l’autore dichiara una probabile futura riconciliazione con “loro”, mandando allegramente a ramengo anche quella di numero. Beninteso, non ho alcuna intenzione di cruscheggiare, è solo che non riesco a conciliare il programmatico annientamento del povero punto e virgola con un periodare così disinvolto.

Il secondo motivo di sorpresa nasce da un altro contrasto, quello fra il centrismo politico dell’uomo e il suo estremismo ortografico. Sarò all’antica, ma che un democristiano di lungo corso dichiari guerra alle vie di mezzo mi lascia basito, e mi chiedo: non è che dietro la maschera di uomo politico mite e moderato il Franceschini mi nasconde uno spirito ribelle, pugnace, insurrezionalista? Non dico che la cosa mi dispiacerebbe, sia chiaro, specialmente in un politico che si candida a guidare il primo partito di opposizione, e tuttavia resto spiazzato.

Mi ha sorpreso infine proprio l’oggetto del contendere, il punto e virgola, che mi sembra avviato da anni a una spontanea e irreversibile estinzione. Prendere posizione contro il punto e virgola è un po’ l’equivalente ortografico di una campagna contro il panda o la foca monaca, soggetti per cui sarebbe molto più sensata un’azione di salvaguardia.

E qui la questione diventa immediatamente politica: scegliere bene gli obbiettivi e i mezzi per raggiungerli mi sembra una dote indispensabile per un politico che si candida al governo del paese. Poniamo per assurdo che Franceschini diventi segretario del PD, che il PD vinca le prossime elezioni politiche e che Franceschini diventi presidente del consiglio. Non è che invece di risolvere i problemi italiani — mafie, evasione fiscale, corruzione, debito pubblico, ecc. — il Dario mi piazza in cima all’agenda, che so, il rilancio turistico del Polesine o la derattizzazione di palazzo Chigi?

Chi vivrà vedrà. Nel frattempo suggerirei a Franceschini di leggere il dattiloscritto originale di Terra matta, la straordinaria autobiografia di Vincenzo Rabito. In quelle mille sudatissime pagine troverà il significato ultimo del punto e virgola e tutta la sua struggente bellezza;

Continua a mancarmi

Wednesday, June 10th, 2009

Carlo maria strofa Berselli è morto un anno fa, all’improvviso, senza avvisare.

Quando ho ricevuto la notizia ho creduto che fosse uno scherzo, e so di non essere stato il solo a crederlo. L’incredulità che accompagna la morte improvvisa di una persona cara dev’essere una protezione istintiva contro un dolore troppo forte per poter essere affrontato tutto e subito, in piena coscienza. È come se la mente si concedesse una pausa dilatoria, come se si ritirasse un poco per raccogliere le forze necessarie a parare il colpo.

Sul perché e il percome Carlo sia stato per me una persona cara, forse un giorno scriverò un trattatello apologetico che darò alle fiamme subito dopo averlo terminato, perché ci sono parole private che possono essere dette in pubblico, ma ce ne sono altre che devono restare private.

Qui dico solo che — fatta la tara di un anno intero di forzata separazione — Carlo continua a mancarmi. In un certo senso è come se mi ostinassi a credere che la notizia della sua morte sia stata davvero uno scherzo. E qui mi fermo per sopravvenuto magone.

Chi te lo fa fare?

Monday, March 16th, 2009

Dice: non è che hai smesso di leggere? Di libri non parli quasi più.

Dico: macché, colpa degli effetti combinati di diverse circostanze sfavorevoli, come il lavoro che aumenta a vista d’occhio, o i figli che man mano che crescono prendono sempre più tempo, specialmente nei fine settimana.

Ma la causa principale sta quasi certamente in questo: ho deciso di leggere le Provinciali di Pascal, e per gustarle appieno ho deciso di immergermi nell’ambiente e nelle polemiche dell’epoca leggendo prima il Port-Royal di Charles Augustin de Sainte-Beuve, il quale libro è composto da due tomi di più di mille pagine ciascuno, note escluse, ed è a tratti talmente noioso da imporre un passo di lettura non superiore alle tre o quattro pagine al giorno.

Dice: ma chi te lo fa fare?

Dico: il gusto di poter procedere lentamente, molto lentamente, almeno quando leggo.

(e poi — dico a margine — se Sainte-Beuve ci ha messo vent’anni a scrivere il Port-Royal, cosa vuoi mai che sia mettercene uno o due a leggerlo?)

Chiosa al disvelamento paratestuale di Hilarotragoedia (seconda edizione)

Saturday, December 6th, 2008

Chiosa –> spiegazione, interpretazione. Così recita la sbiadita nota a margine della mia copia di Hilarotragoedia, seconda edizione del 1972. L’ignoto lettore che mi precedette nel possesso del volume non ha lasciato altri esempi della sua calligrafia. Riesco a immaginarlo, pensoso e perplesso, togliere dalla libreria un ponderoso dizionario, cercare con impegno la parola misteriosa, e infine trascrivere a matita sul libro un sunto in due parole della definizione appena scoperta.

Nel momento esatto in cui annotò, l’anonimo annotatore appose a sua volta una chiosa al testo di Manganelli, e per di più a un capitolo intitolato dall’autore chiosa del precedente. Questa chiosa al quadrato è molto manganelliana e particolarmente adatta a un libro che è anche una parodia di certa trattatistica erudita non avara di glosse, note a margine e commenti.

E come tutte le chiose che si rispettino, anche questa contiene un enigma. Perché mai quel lettore invocò il soccorso del dizionario soltanto per una parola tutto sommato non inconsueta? Possibile che solo quella gli procurò un brivido di incomprensione? Colse forse senza bisogno di sussidio alcuno il senso di fràngole e tecche, che avrebbe letto di lì a poco? Possibile che abbia assimilato al primo colpo i ciambreri, le illecebre, gli spiralanti ecatodentati?