Archive for the ‘libri e dintorni’ Category

Umane lettere

Wednesday, March 30th, 2011

L’Italia non ha bisogno di molti laureati in discipline umanistiche. Ha bisogno di una buona cultura diffusa, ma questo è tutt’altro discorso: e l’aiuto che le facoltà umanistiche possono dare in questo senso consiste soprattutto nel formare insegnanti eccellenti e intellettuali dotati di senso critico, non nel laureare in Lettere l’intera nazione. Questo non è ‘portare la cultura al popolo’, è prenderlo in giro.

Leggi tutto l’articolo Test d’ingresso nelle facoltà umanistiche. Adesso sul blog di Claudio Giunta.

***

Claudio Giunta scrive con uno stile molto chiaro, figlio, immagino, di una notevole chiarezza di idee. Già questo basta a ripagare il tempo speso a leggere i suoi post. Questa volta, però, mi ha fatto piacere leggerlo anche perché quel che scrive mi riguarda.

Mi sono laureato in Storia alla tenera età di trentasei anni — già padre di un bellissimo cucciolo di un anno e in attesa del secondo, bellissimo fin dalle prime ecografie — il 19 marzo 1998, non a caso festa del papà. Il mio corso di studi si era svolto qualche anno prima, fra il 1981 e il 1986, rallentato all’inizio dalla scelta infelice di iscrivermi a Ingegneria e alla fine dalla scelta felice di trovarmi un lavoro che non avesse punto a che vedere né con l’ingegneria né con la storia.

Racconto questa botta di fatti miei perché mi sembra un’illustrazione abbastanza adatta per l’articolo di Claudio Giunta. Io fui tra quelli che si iscrivono a una facoltà umanistica per passione, cioè fui tra quelli che Claudio Giunta stigmatizza con educata ferocia nel suo post e sui quali lancia una fosca profezia:

Molti finiranno disoccupati a vita; molti cominceranno a fare a trentacinque anni un lavoro che avrebbero dovuto cominciare a fare a venticinque: dieci anni sprecati.

A me è andata meglio, un po’ per talento e un po’ perché — come disse Bora Milutinovic giusto pochi mesi dopo la mia laurea — “nella vita ci vuole culo e io ho molto culo”. Mi è andata decisamente meglio, ma non posso dire di non aver corso il rischio.

Col senno di poi, e per interposto senno di Claudio Giunta, oggi sconsiglierei a chiunque di intraprendere un corso di studi umanistico solo per passione, in primo luogo perché non tutti hanno il culo che ho io, in secondo luogo perché posso testimoniare che la passione per le umane lettere si può coltivare anche facendo qualcosa di diverso. Solo la passione, neh, non la competenza: per quella tocca proprio iscriversi a una facoltà umanistica e invocare da un nume a scelta la grazia di trovarci buoni professori, perché fino a quando l’idea del numero chiuso perorata da Giunta non diventerà realtà, il rischio di trovarci professori per passione è molto elevato.

Mi rammarico di saper andare in bicicletta

Wednesday, March 30th, 2011

Ad Antonio Gurrado non piace leggere, mentre a me piace leggere i post di Antonio Gurrado. Non è che mi piacciano tutte le cose che Antonio Gurrado scrive nei suoi post, però mi piace come le scrive, tanto che alla fine mi rammarico di non poter essere del tutto d’accordo con cose scritte così bene. Quanto al post citato, per esempio, mi rammarico di saper andare in bicicletta e di avere la patente.

Il suo corpo come una mappa

Monday, March 7th, 2011

Giorgio Manganelli, Ti ucciderò, mia capitale, Adelphi 2011Dal risvolto dell’imminente prossimo libro di Giorgio Manganelli:

Avventurandosi in questa silloge di scritti inediti, stesi fra il 1940 e il 1982, chiunque credesse di conoscere Manganelli dovrà ricredersi, giacché l’intera sua produzione risulta illuminata come da una luce radente — quella che emana da un laboratorio segreto e traboccante di sorprese. A partire dal tenebroso racconto che dà il titolo al volume:

«M’ero disegnato il suo corpo come una mappa, con vene di strade e arterie di ramblas e avenues carotidee e i crescentes capezzolati e le esedre genitali».

***

Giovedì, 31 marzo 2011, ore 18.00

Presentazione del volume postumo di:

GIORGIO MANGANELLI, Ti ucciderò, mia capitale
a cura di SALVATORE SILVANO NIGRO
Adelphi, Milano 2011.

Saranno presenti Salvatore Silvano Nigro (curatore del volume) ed Ermanno Paccagnini.
Coordina Armando Torno

Sala XXIII della Pinacoteca Ambrosiana
Entrata da Piazza Pio XI, 2 – Milano
Per informazioni, 02 725731

Cento disegni per Centuria

Saturday, February 19th, 2011

Per informazioni:
Istituzione Biblioteca Classense, Via Baccarini 3, 48121 Ravenna.
Tel 0544 482112 — segreteriaclas@classese.ra.it — www.classense.ra.it

Paolo della Bella in Wikipedia.

PRESENTAZIONE della mostra (Dal sito di Paolo della Bella)
di Carlo Tossi

«Ho l’impressione che i racconti di Centuria siano un po’ come i romanzi cui sia stata tolta tutta l’aria. Ecco: vuole una mia definizione del romanzo? Quaranta righe più due metri cubi d’aria. Io ho lasciato solo le quaranta righe: oltretutto occupano meno spazio, e lei sa bene che con i libri lo spazio è sempre un problema enorme».

Questa citazione di Giorgio Manganelli, Paolo della Bella ce l’ha scolpita in testa e l’accompagna da molto tempo in tutte le sue elucubrazioni artistiche; per lui, non a caso amante dei racconti più che dei romanzi, togliere l’aria non vuol dire necessariamente togliere il superfluo, convinto com’è che esista anche un superfluo necessario. Manganelli, sostiene della Bella con inconsueta risolutezza, ha tolto sì l’aria, ma solo quella cattiva: l’aria che asfissia… il lettore! Perché allora non “usarli” questi racconti fatti di sola aria balsamica, si è detto; e, proprio come Manganelli, si è imposto il formato (22×31,7). «Avevo per caso molti fogli da macchina leggermente più grandi del normale, – è sempre Manganelli che parla – e mi è venuta la tentazione di scrivere sequenze narrative che in ogni caso non superassero la misura di un foglio: è un po’ il mito del sonetto, cioè di una struttura rigida e vessatoria con la quale lo scrittore deve necessariamente misurarsi. Ma il fascino è tutto qui: in un tipo di scrittura che ti obbliga all’essenziale, che ti costringe a combattere contro l’espansione incontrollata. Insomma credo che se non avessi avuto quei fogli non sarei mai riuscito a scrivere questo libro».

Cento disegni per Centuria. Questa mostra non nasce per caso, anche se il caso gioca la sua parte, come direbbe Dubuffet; l’idea di farsi trascinare dai racconti di questo splendido libro, pieno di stimoli, di sollecitazioni e provocazioni, era troppo seducente e lusinghiera per un disegnatore, anch’esso anomalo, paradossale e, perché no, oserei dire manganelliano. Paolo della Bella non ha e non ha voluto illustrare i racconti, è un compito che non gli compete, lui non rappresenta, ma interpreta. D’altra parte non si trattava di fare un’operazione editoriale, che so un “libro parallelo” bensì una mostra, anche se una mostra di disegni tratti o ispirati da un libro di racconti assurdi, surreali, fantastici; scritti da «uno scrittore che non assomiglia a nessun altro, inconfondibile in ogni sua frase, un inventore inesauribile e irresistibile nel gioco del linguaggio e delle idee», come scrive Italo Calvino nell’introduzione all’edizione francese di Centuria datata 1985. Paolo della Bella che ha letto Manganelli, che lo ha “consultato”, perché credo che Manganelli sia un autore anche da consultare, ha per Centuria una venerazione particolare; questi cento piccoli romanzi fiume lo hanno ispirato, guidato e “ossessionato” con la loro verità menzognera, la loro stravagante bizzarria. Questi disegni, altrettanto menzogneri e apparentemente incoerenti, rappresentano, proprio come i racconti, la sintesi tra l’essenziale e la ricercatezza; tra la spontaneità e la costrizione. Tuttavia, anche per la natura stessa dei racconti, essi non hanno influito direttamente e/o necessariamente sui disegni, ma si sono insinuati nella coscienza critica, nella personalità, di questo curioso e stravagante artista. Egli ci racconta che dopo aver letto, anni fa, e riletto, di recente, proprio per predisporsi a questa impresa, Centuria, di averlo poi chiuso e, alla maniera di Paul Klee (scusatelo forse si è lasciato un po’ prendere la mano), ha «chiuso [anche] gli occhi per vedere»!

Il suo amico

Wednesday, February 16th, 2011

Il suo amico sembra avere una curiosa disposizione a percepire le cose inesistenti, o assenti, con la stessa forza, se non con una forza più intensa, con la quale una persona qualunque percepisce le cose esistenti e presenti.

[G.Mozzi, Lettera accompagnatoria, in Questo è il giardino, Theoria 1993, Mondadori 1998, Sironi 2005].

Il primo racconto di Giulio Mozzi compie vent’anni, e come regalo ha scelto di regalarsi a noi lettori in comodo e gratuito formato elettronico.

Lei lo trova esagerato

Friday, January 21st, 2011

Rogo di libri, tratto da en.wikipedia.org/wiki/File:NewYorkSocietyForTheSuppressionOfVice.jpg«Trovo esagerato ed ardito, oltre che privo di senso, il paragone con la solita immagine del rogo dei libri». Lo dichiara Elena Donazzan.

Elena Donazzan è l’assessore all’istruzione della Regione Veneto che pochi giorni fa ha avuto questa luminosa idea: invitare «i direttori scolastici a non adottare testi di autori che continuano a mantenere la loro firma all’appello del 2004 a sostegno di Cesare Battisti».

Ancora parole sue, neh, virgolettate dal Gazzettino, da cui forse — anche per consentire alla Donazzan una migliore comprensione di sé medesima — vale la pena di estrarre ed evidenziare il concetto fondante della luminosa idea:

non adottare testi di autori che sul caso Battisti la pensano diversamente dalla Donazzan.

Questa è precisamente la base ideologica dei roghi di libri dall’antichità ai giorni nostri: non potendo bruciare le idee sgradite, perché sono incorporee, o gli autori sgraditi, perché non sta bene e poi la gente si impressiona, si bruciano i simboli di quelle idee e di quegli autori, cioè i libri.

E se non bastasse l’equivalenza ideologica, c’è anche l’equivalenza degli effetti: se per assurdo i presidi veneti impazzissero tutti assieme e mettessero in pratica il suggerimento della Donazzan, quei libri sparirebbero dalle scuole, esattamente come se fossero stati bruciati.

Il paragone regge eccome. Nell’attesa che se ne renda conto anche Elena Donazzan, è possibile scorrere un elenco parziale dei suoi antenati.

Pubbliche amnesie

Monday, January 3rd, 2011

La stessa Lietta, lamenta giustamente in un suo intervento (…) che se l’apparato pubblico s’è dimostrato tanto distratto, non è venuta da parte dei privati troppa partecipazione. E conclude — comprensibilmente sfiduciata — che questo potrebbe in parte dare ragioni agli amministratori tanto dimentichi. Elegante pensiero, ma le cose non stanno così. I soggetti privati “possono” prestare ascolto, i soggetti pubblici “devono”.

(Tratto da una nota di Armando Adolgiso sulla smemoratezza delle istituzioni culturali nel ventesimo anniversario della morte di Giorgio Manganelli. Da leggere.)

Pirandello

Monday, January 3rd, 2011

Per sopravvivere bastano dieci o dodici parole: ho fame; ho sete; lasciami solo; fottiti; baciami; è stato bello. Per vivere decentemente ne servono quattro o cinquecento al massimo. Per scrivere bisogna manovrarne parecchie migliaia, per via del fatto che la parola scritta non può avvalersi dei numerosissimi significanti emessi dal corpo umano durante una normale conversazione a quattr’occhi.

Dev’essere questo il motivo per cui il sagace Pirandello quella volta disse che la vita si vive o si scrive.

Pubblico e “privato”

Saturday, December 18th, 2010

[ricevo e pubblico. lt]

di Lietta Manganelli

Mi accingevo a stendere un bilancio sul coinvolgimento pubblico alle “scommemorazioni” per i venti anni dalla morte di mio padre, Giorgio Manganelli, quando sono rimasta idealmente con la penna a mezz’aria.
Certo le amministrazioni pubbliche hanno fatto qualcosa, non lo nego: il “Cantiere Manganelli 2” a Roma, che anche se ridimensionato più volte in corso d’opera per mancanza di fondi, alla fine è risultato coinvolgente e interessante.
“La scommemorazione” presso l’Università di Pavia, a cura del Centro Manoscritti, con il suo apporto di studiosi manganelliani “storici” e non, ha presentato un panorama che più completo non si poteva, e ha registrato un “tutto esaurito” di pubblico.
Certo si poteva (e si potrebbe) fare ancora molto, se è vero, come si dice, che Manganelli è uno dei maggiori scrittori del Novecento… Ma a questo punto mi sorge spontanea una domanda: “Perché mai il “pubblico” dovrebbe impegnarsi economicamente per sostenere una iniziativa che al “privato” non interessa assolutamente?”
Mi spiego meglio: E’ girato in rete un mio appello per far sì che il nascente (o meglio, il non nato) Centro Studi Manganelli potesse continuare la sua attività di studio e di ricerca a favore di studiosi e di studenti, persone che in questi anni hanno usufruito delle attività del Centro stesso. Si chiedeva un minimo impegno personale economico, in modo che l’attività non pesasse tutta sulle spalle di una persona sola, che se prima, sia pure con fatica, poteva far fronte, ora non è più in grado di farlo.
La risposta? 6 persone, sì avete letto bene, sei.
A questo punto mi chiedo: per quale motivo il pubblico dovrebbe investire su delle iniziative che interessano a un così esiguo numero di persone? Che senso avrebbe? Potrebbe venir accusato, e nemmeno a torto, di sperperare il denaro pubblico!!!
Certo da un lato non mi meraviglia: è un costume italiano pensare che lo Stato debba fare e provvedere anche a quello che nessuno chiede, ma forse in questo caso un po’ di movimento dal basso, da quella che politicamente si chiama la “base”, avrebbe potuto convincere il “pubblico” che forse non sarebbero stati soldi sprecati. Bene questo movimento non c’è stato.
Una piccola e semplice considerazione: il sito di mio padre conta di più di 800 visitatori, sarebbe bastato che la metà di questi avesse contribuito con 50 euro ciascuno, per dare ossigeno al Centro e permettere la realizzazione di tutte quelle attività che erano state programmate o forse solamente sognate.
Temo a questo punto di dover, mio malgrado, dare ragione al ministro Tremonti: “Con la cultura non si mangia” E noi aggiungiamo, senza tema di smentita: “Se con la Divina Commedia non ci si mangia, con Manganelli non si beve nemmeno il caffè”.

Incartarci il pesce

Tuesday, December 14th, 2010

Costui non conosce né le persone a cui si rivolge né la natura specifica dei desideri e dei problemi di nessuno di loro. Tuttavia la sua posizione di autorità lo costringe a parlare come se le conoscesse e come se le costellazioni gli fornissero risposte soddisfacenti, sufficienti e univoche. Non può permettersi né di scontentare i suoi lettori non impegnandosi affatto né di compromettere la propria autorità magica, sulla quale si fonda il suo valore commerciale, con asserzioni palesemente false. Deve affrontare la quadratura del cerchio. Quello che dice deve suonare come se avesse una conoscenza concreta dei problemi che assillano ciascuno dei suoi potenziali seguaci nati sotto un qualche segno in un momento particolare. Deve tuttavia mantenersi sempre sufficientemente vago in modo da non essere facilmente messo in dubbio.(*)

[Theodor W. Adorno, Stelle su misura, Einaudi 2010, pag 31]

Quindi, o deprimenti elettori berlusconiani, la prossima volta che vi imbattete in un imbecille plastificato che sfoderando un sorriso odontoiatricamente sospetto tenta di convincervi che la crisi non c’è, che l’Aquila è stata ricostruita, che la disoccupazione non esiste, che di rifiuti a Napoli manco l’ombra, che Putin e Gheddafi son bravi ragazzi, che Tremonti è veramente un ministro dell’economia e Bondi della cultura, invece di votarlo fareste meglio a incartarci il pesce. Coglioni.

——
(*) Adorno scriveva queste cose nel 1957, riferendosi al titolare di una rubrica astrologica sul Los Angeles Times, ma non mancando di rilevare in nota: Da un certo punto di vista egli si trova in una posiziona analoga a quella del demagogo politico che deve fare alcune promesse a tutti.

Domanda epocale

Monday, December 6th, 2010

Quando di me si sia fatto il catalogo dei liquami, e il censimento dei vermi, e il contrappello delle pelurie, che mai resterà di cui discorrere?
[G.Manganelli, Discorso sulla difficoltà di comunicare con i morti, in Agli dei ulteriori, Einaudi 1972, pag. 133]

Mangagenda

Saturday, November 27th, 2010

Giorgio Manganelli

Scheda della mostra
sedizioni, tel. 02 720 000 55, citofono10@me.com

E inoltre:

Presentazioni bolognesi dell’Album fotografico di Giorgio Manganelli, Quodlibet 2010:

Venerdì 3 dicembre, ore 18, Libreria delle Moline, Via delle Moline 3
Presenta Lietta Manganelli con Jean Talon e Filippo Milani

Venerdì 3 dicembre, ore 21, Spazio Bartleby, Via san Petronio Vecchio 30/a
Presenta Lietta Manganelli con Ermanno Cavazzoni e Filippo Milani

Una vertigine geometrica

Saturday, November 13th, 2010

Tullio Pericoli: Giorgio Manganelli, china su carta, 1986. Tratto da Woody, Freud e gli altri, Garzanti 1988

[Pericoli, Giorgio Manganelli, 1986, china su carta 35×28 cm, tratto da Tullio Pericoli, Woody, Freud e gli altri, Garzanti 1988]

Un libro non si legge; vi si precipita; esso sta, in ogni momento, attorno a noi. Quando siamo non già nel suo centro, ma in uno degli infiniti centri del libro, ci accorgiamo che il libro non solo è illimitato, ma è unico. Non esistono altri libri; tutti gli altri libri sono nascosti e rivelati in questo. In ogni libro stanno tutti gli altri libri; in ogni parola tutte le parole; in ogni libro, tutte le parole; in ogni parola, tutti i libri. Dunque questo «libro parallelo» non sta né accanto, né in margine, né in calce; sta «dentro», come tutti i libri, giacché non v’è libro che non sia «parallelo».
[Giorgio Manganelli, Pinocchio, un libro parallelo, Einaudi 1977, pag. 101]

[Qui termina la parte essenziale del post. Segue postilla]

Immagine vertiginosa, questa di Manganelli, ma è una vertigine non ignara di geometria, sebbene si tratti di una geometria imparentata con l’allucinazione. Immaginare una figura geometrica dotata di infiniti centri — e tale da contenere infinite figure parallele che a loro volta la contengono — è un’impresa da spaccarsi la testa. Eppure basta leggere due o tre libri per sentire verosimile questa rappresentazione della lettura, esperienza appunto vertiginosa, infinita caduta in un precipizio (un libro non si legge; vi si precipita), ma non priva di una sua geometrica esattezza.

Il precipizio è immobile. Il libro, infatti, sta, e come il libro stanno le parole, mentre il lettore è (quando siamo non già nel suo centro…). Il sistema universale che contiene tutti i suoi simili è immobile, ma predisposto per accogliere il moto del lettore in caduta. Si noti infine che il contenuto del libro comprende il lettore che vi precipita dentro. Durante la caduta il lettore occupa di volta in volta uno degli infiniti centri del libro — centri che supponiamo essere parole, spazi tra parola e parola e tra riga e riga, segni di interpunzione, pagine e margini — e da ognuna di queste posizioni provvisoriamente centrali il lettore ha accesso non solo al libro intero, ma a «tutti gli altri libri», cioè a quella parola che di questi tempi è pericolosissimo pronunciare: letteratura.

Abbiamo dunque un universo immobile e infinitocentrico, quindi infinitamente periferico, poiché ogni centro implica una periferia. Il libro, infatti, «sta, in ogni momento, attorno a noi». Il libro è costantemente periferia del lettore precipitante. La periferia è un luogo inafferrabile; «sta attorno», e una volta raggiunta non è più periferia, ma centro. Abitare in periferia è un paradosso, perché la periferia è irraggiungibile, quindi inabitabile. Il lettore non può abitare nel libro, ma solo essere costantemente e infinitamente al suo centro. E in questo essere si annida il mistero della lettura.

La visione di Manganelli è un rovesciamento totale del modo in cui la lettura viene comunemente intesa. Quante volte, lettore, ti sarà capitato di sentirti dire che un libro va capito, che un testo va compreso? Comprendere e capire sono verbi che suggeriscono un’azione di contenimento. Secondo questa lezione diffusa e, ahimè, completamente irragionevole, il lettore dovrebbe contenere il libro, esserne margine e periferia, fornirlo di confini. Ma il libro, avverte Manganelli, è «illimitato» e non tollera contenitore diverso da «tutti gli altri libri». Non si può capire un libro ma solo essere capiti dal libro. Non si può comprendere un testo, o una parola, ma solo esserne compresi. Non si può leggere, ma solo essere letti. In questo senso il mistero della lettura è tutto in quell’essere nel libro.

In realtà ci sarebbe un modo per capire i libri, per comprenderli: diventare libro, rinunciare alla cara figura antropomorfica che tanto amiamo contemplare allo specchio e trasmutarci in volumi rilegati o brossure o rotoli ricoperti di scrittura. Solo un ipotetico lettore-libro può contenere tutti i libri, capirli e comprenderli. Il lettore disposto ad affrontare questa metamorfosi è destinato a riempire di sé medesimo gli scaffali di molte librerie.

Giorgio Manganelli

Monday, November 8th, 2010

Tratto da http://ricciardalenzi.files.wordpress.com/2008/08/giorgio-manganelli.jpg

Il 28 maggio 1990, vent’anni e rotti fa, moriva, ohimè!, il massimo fool d’ogni tempo delle patrie lettere: Giorgio Manganelli. Il giorno della sua morte coincide con il compleanno del mio migliore amico dell’adolescenza. Il giorno della sua nascita, il 15 novembre, coincide con il giorno in cui io nacqui, esattamente quarant’anni dopo di lui. Combinando il giorno della sua e della mia nascita e l’anno della sua morte, il 1990, si ottiene la data di morte di mio padre, amaro regalo di compleanno. Poi dicono che le cose accadono per caso.

Oggi, cioè ieri (il tempo manganelliano, si sa, ignora la diacronia), il mio amico Armando Adolgiso ha dedicato al nostro un servizio doppio sul suo quotidiano Cosmotaxi, che comprende un rapido e sapido botta e risposta con Lietta Manganelli, figlia del Mangagnifico e infaticabile curatrice della sua opera. Fiondatevi al succitato link per saperne di più.

L’opera più che meritoria di Lietta Manganelli oggi rischia di soccombere per mancanza di fondi. Ne ho già parlato, quindi sono titolato a replicare il messaggio fino alla noia: lettori di Giorgio Manganelli, allentate OGGI i cordoni della borsa! Se non volete che l’opera di recupero e conservazione di scritti manganelliani debba cessare per mancanza di fondi, sganciate OGGI il vostro obolo su uno dei seguenti conti, entrambi intestati a Manganelli Amelia Antonia:

— Conto corrente bancario: Cassa di Risparmio di Firenze, filale 5024 Navacchio (Pisa), IBAN: IT77 Z061 6070 9510 0000 0004 248
— Carta Postepay: 4023 6004 5085 3959

E se non avete voi il pekulio necessario, parlatene in giro, in rete e fuori. Qualche oscuro angelico mecenate vi ascolterà.

Il pekulio degli scrittori

Friday, November 5th, 2010

Giorgio Manganelli, Borborigmi di un'anima, Aragno 2010, a cura di Lietta ManganelliDel millenario problema di come sfamare i folli che decidono di campare scrivendo capolavori in poesia o in prosa si parla in questi giorni su Lipperatura.

La questione fu affrontata da Giorgio Manganelli cinquant’anni fa, quattro prima di pubblicare il suo primo libro. Luciano Anceschi gli aveva chiesto di curare una rassegna inglese su «il verri».

***

Roma, 13 gennaio 1960

Carissimo Anceschi,
[…] Non ti nasconderò qual è il problema pratico di fondo: io ho a mia disposizione assai poco tempo, poiché debbo acconciarmi a lavori non illustri, ma retribuiti, lavori cui non mi è possibile rinunciare per attendere ad altri più secondo il cuore mio, ma più ascetici e parchi. In proposito, con candore emiliano, vorrei chiederti: quanto pensi che possa offrire il Verri per questa collaborazione? E il problema dell’acquisto dei libri? Certi libri di cui vale la pena parlare sono assai costosi. Il problema è tutto qui: leggi bronzee dei salari, congiunture pratiche, sobrietà di ministeri collaborano a fare di me un bracciante delle lettere; né per ora vedo diverse prospettive. [Giorgio Manganelli, I borborigmi di un’anima, Aragno 2010, pag. 33]

***

(Il termine pekulio è usato da Manganelli in altra e più tarda lettera ad Anceschi. Il libro sopra linkato, a cura e con postfazione di Lietta Manganelli, è ovviamente da comprare e leggere, assieme al volume di lettere familiari Circolazione a più cuori. Non tra un po’: subito!)