Archive for the ‘scrittura’ Category

Luglio

Thursday, April 17th, 2008

cascina, tratto da ibambiniforesto.splinder.comZitto in camera mia, e dormire fino a quando lei non sortirà dal pisolino, giunone adagiata su lenzuola bianche, nero e lustro il testile impiallacciato, lustra e nera la sottoveste di nailon, scuri accostati per tenere fuori il caldo e le mosche. Evadere è necessario, questo è chiaro, ma con accortezza. Se si sveglia sono guai. Se la sveglio fa la faccia cattiva fino a sera e grida, e ogni parola che dico merita scherno, e castigo ogni cosa che faccio.

Muoversi con prudenza, quindi. Ricorda: calibrare bene la forza applicata alla maniglia, che in questo caso non serve per aprire la porta (è solo accostata), ma per alzarla di qualche millimetro da terra. Spalancare velocissimo e poi accompagnare piano, in modo che ricada con dolcezza sui cardini. Combinando il lieve sollevamento con la rapidità d’esecuzione della manovra, si ottiene un’apertura silenziosa, esente da perniciosi cigolii e sfregamenti.
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Il campanaro e il prencipe

Monday, February 11th, 2008

Si ringraziano: messer Matteo Bandello per il lessico, la sintassi e gli interi periodi rapinati alle sue Novelle; madonna senzaqualità per le illustrazioni.

Dirò adunque una novella, la quale appresi, or non è guari, da un di que’ menestrelli che per cittadi e castella sogliono andare, rinovellando gesta antiche e nuove imprese cantando.

Dovete sapere che in quei giorni era governatore d’Italia il prencipe Romano, della casata de’ Prodi da Bologna, uomo assai prudente e saggio, più ricco di virtù che di fortuna. Da due anni sbrigava gli affari di governo senza lodi soverchie e senza infamia, chiamando al servizio di ministri e consiglieri i capi di molte picciole e grandi fazioni, così che per contentare l’uno doveva giocoforza un altro rattristare, e molto più tempo spendeva a comporre liti che non a promulgare buone leggi. Cotesti suoi sodali erano notabili d’ogni parte d’Italia: il conte Lamberto Dini da Firenze, il giudice Antonino di Pietro da Montenero, il vassallo di Russia Olliviero de’ Liberti, le famiglie romane de’ Rutelli e de’ Veltroni, il cavaliere milanese Fausto Bertinotti, e millanta altri che a nominarli uno a uno troppo lunga istoria sarebbe.

Ma su un di questi conviene che un poco mi soffermi, un tal Clemente, mastro campanaro in quel di Ceppaloni, uomo ambizioso e ottimo oratore. Pur di bassa condizione e povero de’ beni di fortuna, con gran pazienza aveva radunato sotto le sue insegne una schiera picciola ma bellicosa di signorotti e notabili suoi compaesani, e con questi fece e brigò in modo tale e con tanta perizia, che la sua fama crebbe in tutto il beneventano, e con quella le provigioni che nobili e duchi gli facevano per i suoi molti servigi. Egli ebbe per moglie la baronessa Alessandra de’ Lonardi, donna eccellentissima e d’ogni virtù ornata, la quale ad altro non attendeva, che onorare e intertenere tutti coloro che ella giudicava utili ad accrescere la fama e i beni di fortuna del marito.
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Chi compra e chi vende

Monday, September 17th, 2007

Karl Marx, tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Karl_MarxLavora con noi! Entra anche tu nella grande famiglia della Persiconi Immobiliare SpA. Ti offriamo un lavoro stimolante in un ambiente collaborativo, eccezionali opportunità di crescita professionale e l’occasione di mettere le tue capacità al servizio di un grande progetto di crescita economica e culturale.

Promette bene, questa Persiconi Immobiliare SpA. Quasi quasi vado a vedere.

– Buongiorno signor Persiconi.
– Buongiorno! Ma prego, s’accomodi! Faccia come se fosse a casa sua! Casa sua! Ha capito la battuta? Casa sua, dato che siamo un’immobiliare, capisce? Ah ah ah ah!
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La pizza e il mugiko

Tuesday, July 17th, 2007

fettaLa calura, si sa, favorisce l’evaporazione dell’acqua e degli umani, che in gran parte d’acqua sono composti. A questa osservazione naturalistica se ne aggiunga una d’ordine poetico: calura fa rima con clausura. Da codesti assiomi si evince che un individuo appartenente alla specie umana esposto a temperature elevate cercherà di ostacolare l’evaporazione di sé medesimo, imponendosi uno stile di vita claustrale.

Gli effetti del suddetto comportamento - dettato forse dal comune istinto di sopravvivenza, forse dalle superiori doti intellettuali dell’umano genere - sono le più disparate: stanchezza, indolenza, attacchi improvvisi di misantropia, sublimi onanismi mentali, visioni mistiche di campi innevati, e un generico rilassamento morale, che nei casi più acuti può spingere alle azioni più inconsulte, come seguire con interesse un talk show d’argomento socio-politico.

Questo, in sintesi, è quello che ho risposto a Fabio, che giusto ieri mi mandava un’email per invitarmi a mangiare una pizza, lui Mario e io. «Scusa neh» ha risposto Fabio quasi subito «ma non facevi prima a dire che non ne hai voglia?». Al che, lo confesso, mi sono risentito, ma mi sono armato di pazienza e ho risposto a mia volta:
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Il ghiaccio

Tuesday, June 19th, 2007

Sculture di ghiaccio, tratto da bergbahnen.zermatt.chIn prossimità dei poli sono flotta imperiale, perfida trappola tesa ad ogni vascello che ai limiti del mondo s’avventura. Di continenti vasti e impenetrabili io sono il Re, monarca assoluto e invitto, continente io stesso, io medesimo mondo, io universo, io tutto. Altrove sono un piccolo servo cubico e fedele, pronto a tuffarmi nei calici degli accaldati, felice di offrire la mia vita per loro, qual navicella trasparente su minimi flutti colorati e alcolici, naufrago nelle gole dei gaudenti estivi.

I bicchieri viaggiano a decine, dai banconi alle labbra di centurie assetate. Miriadi di piedi calzati alla leggera invadono la piazza ancora bollente, scacciando il sole dietro la torre dell’orologio. Camerieri di cento nazioni servono in silenzio gli assisi, mentre la folla degli appiedati diffonde nell’aria trilli di gioie e di bracciali dorati.
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Il tetto

Monday, March 19th, 2007

tetto, tratto da http://www.panoramio.com/photo/9545Magnifica giornata, non c’è che dire. Limpida, serena, cristallina come solo certe giornate d’inverno sanno essere, ma anche pervasa da un tepore amichevole e incoraggiante. Le condizioni atmosferiche influenzano da sempre l’umore dei tetti e la qualità delle loro speculazioni. Non v’è chi non sappia, per esempio, che un temporale rende un tetto felice fino all’euforia, mentre gli ardori canicolari lo sprofondano in stati malinconici prossimi alla depressione. Le giornate come questa stimolano la nostra indole meditativa.

Che io sia tetto, a dire il vero, è un’affermazione meno scontata di quanto possa apparire, e meriterebbe forse il sostegno di robusti puntelli argomentativi. Non è ancora assodato, infatti, in che cosa consista la vera essenza di un tetto, né quali attributi lo distinguano dal non tetto: non la collocazione sopraelevata, che condivide con balconi e cornicioni; non la funzione di copertura, giacché anche i solai coprono; non la forma, che può essere la più varia, né tanto meno i materiali impiegati a costruirlo. Eppure chiunque, osservando una casa, è in grado di indicarne il tetto - posto che quella casa ne abbia uno.
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Il gatto

Friday, January 5th, 2007

gatto egizio, tratto da http://commons.wikimedia.org/wiki/Category:Cats_in_Ancient_EgyptUscire dal salotto, e poi dalla casa, mi procura come al solito una piccola vertigine, che accolgo anche questa volta quale indizio della mia esistenza, al pari delle numerose esperienze sensibili che mi connotano: brividi, sussulti, tremori, fitte dolorose, accessi di panico, angosce e terrori di varia natura costituiscono la marca invalicabile di me stesso. Al di qua ci sono io, al di là il resto del mondo, ovvero ciò che non sussulta e non rabbrividisce in me, ciò che con infinita saggezza è ignaro di me. Che io non sia del tutto ignaro di ciò che mi ignora è la prova di quanto poco io sia saggio.

Un gatto attraversa la strada, corre per pochi metri sul muretto che costeggia il marciapiede e poi scivola attraverso le sbarre di una cancellata. Ora è immobile in un cortile illuminato soltanto da un quarto di luna, le orecchie appiattite sulla testa, gli occhi spalancati su di me o sul punto da cui è entrato. Forse teme che da lì possa venire l’assalto di una creatura mostruosa, ringhiante, ostile, decisa a sorprenderlo per affondare zanne enormi nei suoi fianchi.
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Il capro

Saturday, October 14th, 2006

Holman Hunt, The Scapegoat (1854), tratto da www.artchive.comIo sono il capro, fratello, e sono tuo fratello. I miei occhi vedono le cose che tu vedi e la mia bocca pronuncia le tue parole. Le mie interiora hanno la consistenza melmosa delle tue, e analoghe serpentesche sinuosità. Mangio il cibo che ti nutre, bevo alle fonti che ti dissetano. Il ventre di mia madre ti ha partorito, fratello, ed è per questo che tu sei mio fratello, ed è per questo che ti conosco così bene anche se tu mi disconosci, che ti amo anche se hai smesso di amarmi.

Ricordo quando mi confidavi la rabbia per i tuoi primi fallimenti. Eri debole, oppresso, infuriato contro un mondo che, dicevi, non ti capiva, non ti accettava, non ti dava strada. Sentivi di avere qualità eccelse, se solo qualcuno le avesse notate; sapevi di poter fare grandi cose, se solo qualcuno ti avesse ascoltato; eri sicuro di avere i numeri per sfondare, se solo qualcuno si fosse fatto da parte. Ma tutti si ostinavano a non notarti, a non ascoltarti, a non lasciarti passare. In quel tempo avrei dovuto scacciarti, avrei dovuto mostrarmi annoiato dalle tue lamentele e dai tuoi piagnistei. Avrei dovuto, ma non ne sono stato capace, e di questo ti chiedo perdono. Perché fu proprio allora, quando ti abbracciavo e ti asciugavo le lacrime, che hai iniziato a sospettare di me.
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La pendola di Napoleone

Sunday, September 3rd, 2006

Pendola a Matsumoto, Giappone, tratto da flickr.com/photos/richardsouder/34516041/Fuori fa un po’ freddo, quindi spengo la sigaretta e rientro. Mentre chiudo la porta finestra, getto un’occhiata al salotto da sopra la spalla e penso che c’è un discreto disordine qui dentro: carte sparse sulla scrivania; i cuscini del divano dislocati in posizioni improbabili; libri accatastati un po’ ovunque; polvere. Riprendo in mano il libro che ho finito poco fa e lo apro a caso, forse sperando che l’incanto della locanda si ripeta. Guardo le parole allineate sulle righe; le riguardo; leggo qualche frase. Non succede niente. Mi concentro sulle parole che leggo, le rileggo, ma non perdo mai il contatto con il salotto e con il suo disordine così materiale, concreto, sensibile, tutt’altro che metafisico, un disordine che sento familiare e amichevole, figura di un altro disordine che mi riguarda.
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L’assenza

Saturday, August 26th, 2006

Qui fuori, fra le molte cose che si manifestano ai miei sensi, ce n’è una che fatico a comprendere e a descrivere, tanto da sentirmi obbligato a dubitare della sua presenza. Mi accorgo che desidero conoscere appieno il senso e gli effetti di codesto dubitare, e questo desiderio mi suggerisce - con tono amichevolmente perentorio - di rimandare il tentativo di identificare l’oggetto del dubbio, per riflettere un poco sulla parola presenza.

Essere presente significa essere al cospetto di qualcuno, essere manifesto, concreto, tangibile, corporeo, percepibile, evidente, ostentato, affrontabile. Una presenza è qualcosa con cui posso intavolare una discussione o una contesa o una colluttazione, qualcosa a cui posso in qualche modo applicare la preposizione contro: posso scagliarmi contro un muro, posso argomentare contro un’idea che non condivido, posso lottare contro una malattia.
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La locanda

Monday, August 7th, 2006

Henri Regnault, Interno di Taverna, tratto da www.museodevigo.orgMi trovo in una locanda buia e fumosa. Che sia una locanda, a dire il vero, è solo una mia supposizione. Cosa sia veramente questo luogo, se di luogo si tratta, non saprei dirlo con esattezza. Più che fumosa, poi, dovrei dirla nebbiosa o indistinta o vaga: attorno a me vedo soltanto i contorni sfumati di oggetti presumibili, ma di esistenza assai incerta. Vedo tracce labili di tavoli potenziali; odo frammenti di suoni che alludono a voci; fiuto uste deboli e confuse di qualcosa che assomiglia al vino, o forse all’idea del vino, o a un suo lontano ricordo. Quanto all’oscurità, sarebbe più corretto definirla penombra, o meglio ancora citazione di una penombra traslucida, lattiginosa, opalescente.
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Il Progetto

Tuesday, July 11th, 2006

Copista, tratto da www.monasteriodeyuso.orgSono un copista, un riproduttore di parole altrui, un uomo addetto a passare allo scanner quel che altri uomini hanno creduto opportuno fissare sulla carta. Sono uno dei mille e mille copisti che stanno lavorando a un progetto semplice, ma formidabile. Qui, nella sede segreta che ci ospita da anni e in cui concluderemo le nostre oscure esistenze di copisti, lo chiamiamo semplicemente Il Progetto. Il Progetto è articolato in quattro fasi.

Fase 1, Biblioteca Universale: trascrivere tutti i libri del mondo in un database replicato su migliaia di macchine interconnesse, dislocate parte a terra e parte su satelliti orbitanti. Il database sarà interrogabile via Internet da qualunque punto del globo, in qualsiasi momento. Si potranno cercare singole parole, frasi, autori e opere; confrontare edizioni diverse della stessa opera e individuare le varianti sarà questione di attimi; in pochi decimi di secondo si potranno individuare tutti i libri in cui un aforisma o una sentenza sono citati.
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Il lettore smemorato

Thursday, June 1st, 2006

Anna Marongiu, Don Ferrante (1926) tratto da www.marongiu.orgC’era una volta un lettore smemorato che lesse un libro e lo dimenticò. Allora ne lesse subito un altro e dimenticò anche quello. Se un valente professore di letteratura l’avesse interrogato su quei libri, il lettore smemorato avrebbe fatto scena muta e il professore gli avrebbe detto: «Mi spiace, caro discente, la sua preparazione è insufficiente. Ritenti al prossimo appello, se se la sente».

Pensava spesso a una frase di Musil, il lettore smemorato: «è del tempo di Socrate dirsi ignoranti, del nostro tempo essere ignoranti», e gli dispiaceva sapere che Musil aveva detto quella cosa a proposito del non sapere; e ancor di più gli dispiaceva sapere che Musil diceva quella cosa avendo in mente il celebre aforisma di Socrate «so di non sapere». Sapere tutte quelle cose lo gettava nello sconforto. «È segno che non ho dimenticato abbastanza» pensava, e si consolava al pensiero di aver dimenticato almeno il libro in cui aveva letto quella frase di Musil.
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Il più grande romanzo di tutti i tempi

Friday, May 19th, 2006

Paul Delvaux, La nascita del giorno, 1937 Venezia Collezione Peggy Guggenheim, tratto da www.griseldaonline.itBasta! Ho deciso: scriverò un romanzo, un grande romanzo, il più grande romanzo di tutti i tempi! Niente e nessuno mi potrà fermare. Quando mi metto in testa una cosa, io.

La fabula, innanzitutto. Dovrà essere una storia vera, verissima, più vera del vero. Una storia che, mentre uno la legge, ogni due righe si sorprende a dire: è proprio vero! Per raggiungere questo primo obbiettivo s’impone una riflessione attenta e scrupolosa, mirata a selezionare temi, situazioni e argomenti che abbiano tutto il sapore della verità. Una storia vera dev’essere accaduta, altrimenti non sarebbe vera, ma solo verosimile, quindi dovrebbe essere abbastanza facile da trovare, per esempio frugando nelle pagine di cronaca dei quotidiani.

No, non va bene, perché le cronache giornalistiche non sono i nudi fatti, ma i loro resoconti scritti, e tu m’insegni che un resoconto scritto è un testo e che un testo è fatto di parole che, come tutti sanno, non sono fatti ma per l’appunto parole. No no, i giornali sono mezzi di comunicazione, quindi mediano. A me serve l’evento immediato, caldo di vita, non fresco di stampa. Ecco, la vita… la fonte diretta delle cose, la sorgente naturale e incorruttibile della verità. Lì devo attingere, se voglio che davvero il mio romanzo sia un grande romanzo, il più grande romanzo di tutti i tempi.
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L’imbianchino

Monday, May 8th, 2006

Post imbiancatoSono un imbianchino o decoratore o tinteggiatore che dir si voglia, e quindi è ragionevole dire di me che sono uno che tinteggia o decora o imbianca, ma fra tutte le parole che possono definire me o il mio lavoro io preferisco di gran lunga imbianchino e imbiancare, per via di quell’esplicito riferimento al bianco, parola carica di significati simbolici, emblema del vuoto, del gelo, dell’assenza, ma anche della purezza e soprattutto del candore.

Il candore: un modo di ricezione dell’esperienza e della conoscenza che, se praticato con onesta pervicacia, può sfociare nella più pura stupidità. Ho scritto pura d’istinto, senza pensarci su. Se questo testo fosse sottoposto a un accurato lavoro redazionale, quel pura, così vicino al purezza precedente, sarebbe quasi certamente sostituito da un sinonimo, per esempio cristallina. Tuttavia, a mio modesto avviso, questa sostituzione non sarebbe del tutto opportuna. Infatti, mentre esiste una relazione intuitiva abbastanza forte fra candore, purezza e stupidità, non ce n’è una altrettanto forte fra candore, cristallo e stupidità.
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