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	<title>letturalenta &#187; scrittura</title>
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	<description>Non scrivere più nulla che non porti alla disperazione ogni genere di gente frettolosa</description>
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		<title>L&#8217;etteratura è morta</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Apr 2010 23:01:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>letturalenta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;etteratura è morta, dicono. C&#8217;è chi dice che è morta da almeno trent&#8217;anni, altri da trentacinque. I più pessimisti datano la morte dell&#8217;etteratura ai primi anni del ventesimo secolo. Pare infatti che a differenza di uomini, animali, piante e altri agglomerati di sostanze organiche senzienti e non, non esista ancora un metodo condiviso per stabilire [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img style="FLOAT: left; MARGIN: 0pt 10px 0px 0pt" src="http://letturalenta.net/wp-images/blog/etto.jpg" alt="tratto da www.edarts.net/access/100cal.jpg"/>L&#8217;etteratura è morta, dicono. C&#8217;è chi dice che è morta da almeno trent&#8217;anni, altri da trentacinque. I più pessimisti datano la morte dell&#8217;etteratura ai primi anni del ventesimo secolo. Pare infatti che a differenza di uomini, animali, piante e altri agglomerati di sostanze organiche senzienti e non, non esista ancora un metodo condiviso per stabilire l&#8217;esistenza in vita dell&#8217;etteratura, con il risultato che ognuno si può prendere la libertà di farla morire un po&#8217; quando gli pare.</p>
<p>Tant&#8217;è che &#8212; sembra assurdo, lo so, ma è così &#8212; c&#8217;è perfino gente che sostiene che l&#8217;etteratura in realtà è viva e non se la passa neanche tanto male.</p>
<p>Le cause di queste difficoltà di accertamento e datazione del decesso non sono completamente note, né facilmente deducibili dal fenomeno in sé, e tuttavia non è irragionevole ipotizzare che fra esse ci sia la mancanza di un accordo fra gli operatori del settore circa l&#8217;assetto ontologico dell&#8217;etteratura. Fra le molte scuole di pensiero citeremo qui solo le principali.</p>
<p>La <em>scuola empirica</em> insegna che l&#8217;etteratura è l&#8217;insieme di ciò che è contenuto negl&#8217;ibri. Alle numerose richieste di un parere scientifico su cosa siano gl&#8217;ibri, i massimi esponenti della scuola empirica han sempre fatto orecchie da mercante.</p>
<p>La <em>scuola soggettivista</em> fa coincidere l&#8217;etteratura con l&#8217;atto dell&#8217;èggere. Secondo questa scuola l&#8217;ettore è il vero artefice del fenomeno etterario. Ai frequentatori più assidui dell&#8217;annosa questione non sfugge il subdolo sottinteso etimologico di questa posizione.</p>
<p>La <em>scuola accademica</em> afferma che l&#8217;etteratura è il museo delle opere storicamente accolte nel canone etterario da un&#8217;élite di ettori specialisti. Se richiesti di specificare i requisiti necessari per entrare a far parte di quella élite, i membri della scuola accademica generalmente fischiettano.</p>
<p>La <em>scuola ideologica</em>, infine, sostiene che l&#8217;etteratura è la rappresentazione simbolica dei miti e delle fobie di un popolo. Va da sé che se chiedete a un ideologico di definire <em>popolo</em>, egli vi rimanderà alla sociologia, all&#8217;antropologia, alla glottologia o a qualsivoglia altra materia in cui si sarà preventivamente dichiarato incompetente.</p>
<p>Essendo impossibile dare una risposta condivisa alla domanda <em>cos&#8217;è l&#8217;etteratura?</em>, gli esperti solitamente si accordano su proposizioni apodittiche del tipo <em>l&#8217;etteratura c&#8217;è</em>, spostando di fatto il discorso da un contesto razionale a uno fideistico e rimandando <em>sine die</em> una definizione articolata dell&#8217;ente. L&#8217;esistenza dell&#8217;etteratura, insomma, sembra essere una questione di fede, non di ragione e, date queste premesse, stabilire se l&#8217;etteratura è viva o morta è di fatto una disputa teologica. </p>
<p>Nessuna sorpresa, quindi, se l&#8217;ettore laico e diabolicamente materialista, quando qualche esponente di una o più delle succitate scuole gli viene a raccontare che l&#8217;etteratura è morta, risponda con l&#8217;inciviltà che lo contraddistingue <em>e un bel chissenefrega non vogliamo mettercelo?</em> e continui di poi a èggere, beffardo e imperterrito, incurante della costernazione del necroforo di turno.</p>
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		<title>Elegia</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Apr 2010 23:01:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>letturalenta</dc:creator>
				<category><![CDATA[scrittura]]></category>
		<category><![CDATA[elegia]]></category>

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		<description><![CDATA[Io lo so, l&#8217;ho sempre saputo, che la vita ruba molto e rende poco. Io so che voi tutti, amici antichi e nuovi, così loquaci un tempo, oggi tacete perché la vita, gran ladra, vi ha rubato. Io lo so che questo silenzio attonito non è una vostra scelta, ma la conseguenza naturale del fatto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Io lo so, l&#8217;ho sempre saputo, che la vita ruba molto e rende poco. Io so che voi tutti, amici antichi e nuovi, così loquaci un tempo, oggi tacete perché la vita, gran ladra, vi ha rubato. Io lo so che questo silenzio attonito non è una vostra scelta, ma la conseguenza naturale del fatto che la vita, immensa truffatrice, vi ha rubato tutto, voce compresa.</p>
<p>Ricordate, amici, i tempi belli? Ricordate anche voi quei tempi in cui il sole non aveva il permesso di tramontare senza che noi ci fossimo incontrati sulla piazza per parlare, discutere, dissezionare le cose con lame taglientissime forgiate nel discorso, nella logica, nella passione invincibile di chi ha tutto il tempo di immaginare un mondo migliore?</p>
<p>Cosa è successo dopo? Quale forza imprevista perfino da noi &#8212; gente così abile a scandagliare le cause e a prevedere gli effetti &#8212; ha potuto sciogliere la nostra congrega senza nemmeno lasciarci il tempo di rendercene conto? Per quale ragione la piazza è rimasta deserta senza che uno solo fra noi abbia scelto deliberatamente di abbandonarla?</p>
<p>Ci siete stati ultimamente? Avete visitato i luoghi in cui eravamo soliti riunirci per tirare di scherma coi nostri ragionamenti, fra risate plenarie e reciproche canzonature, alla luce di lampioni che potevamo spegnere quando volevamo a calci o a gomitate? Ci siete stati? Avete visto che disastro, che desolazione, che spreco di spazio, che silenzio?</p>
<p>Puttana di quella vacca di un vita: possibile che basti crescere, maturare, sposarsi, diventare adulti e responsabili, lavorare, fare figli, accendere mutui, perdere il lavoro o divorziare per dimenticare tutto quello che siamo stati, per dimenticare tutto quello che volevamo essere, per dimenticare tutto?</p>
<p>Sia come sia, vada come vada, io non vi dimentico. Di ciascuno di voi conservo un ricordo, a mo&#8217; di speranza di incontrarvi ancora quando la vita puttana concederà a voi e a me una tregua, o magari dopo. Ricordo le serate passate a designare chi avrebbe dovuto verniciare cazzi neri sul candido muro di quel grandissimo stronzo del Carugati; ricordo le dure invettive contro il cattocomunismo; ricordo le ore passate a stabilire se sia più grande Tolstoj o Dostoevskij, Schopenhauer o Hegel, Borg o McEnroe; ricordo i mal di pancia provvidenziali per restare solo con Chiara; ricordo le transumanze verso qualunque meta sapesse di agriturismo o di bistecca, pur di radunarci; ricordo le terrazze romane e il trenino per Acilia; ricordo tutti gli incontri occasionali, tutte le chiacchiere, tutti gli arrivi e tutti i passaggi in stazione per ripartire; ricordo tutti i libri prestati e mai restituiti; ricordo tutti i libri consegnati e mai pagati; ricordo tutti i libri mai consegnati.</p>
<p>Io, uno che a malapena ricorda a sera quel che ha fatto la mattina, ricordo tutto di ognuno di voi. Qualunque cosa accada, amici antichi e nuovi, ricordate anche voi per sempre le mie parole: non vi libererete tanto facilmente di me.</p>
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		<title>Una scrittura bella</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Dec 2009 12:01:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>letturalenta</dc:creator>
				<category><![CDATA[scrittura]]></category>
		<category><![CDATA[critica]]></category>

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		<description><![CDATA[Talvolta capita, leggendo in giro, che il lettore scovi ponderose riflessioni e accesi dibattiti sui doveri dello scrittore: e chi dice che lo scrittore ci deve avere l&#8217;impegno civile; e chi dice che la scrittura deve cambiare il mondo; e chi dice che lo scrittore deve scrivere chiaro; e chi dice che deve scrivere scuro; [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Talvolta capita, leggendo in giro, che il lettore scovi ponderose riflessioni e accesi dibattiti sui doveri dello scrittore: e chi dice che lo scrittore ci deve avere l&#8217;impegno civile; e chi dice che la scrittura deve cambiare il mondo; e chi dice che lo scrittore deve scrivere chiaro; e chi dice che deve scrivere scuro; e chi dice. Gli autori di queste ponderose riflessioni son il più delle volte persone che pubblicano libri: romanzi, poemi, saggi di critica letteraria.</p>
<p>Altre volte capita, leggendo in giro, che il medesimo lettore si imbatta in una scrittura bella, semplicemente bella, con uno stile miracolosamente commisurato al contenuto, un bel ritmo, una singolare capacità comunicativa. Una scrittura che dice, senza che nessuno le dica cosa dovrebbe dire. Una scrittura che è, senza preoccuparsi di come dovrebbe essere. Potrei sbagliare, ma scommetto che l&#8217;autrice di <a href="http://eradinotte.blogspot.com/2009/12/pause.html">questo gioiellino</a> non ha mai pubblicato un romanzo, un poema, un saggio di critica letteraria.</p>
<p>Quello volte lì, quando trova una scrittura bella, il lettore intuisce che chi scrive ha un dovere solo: scrivere bene.</p>
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		<title>Amleto</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Nov 2009 23:01:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>letturalenta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Callisto: Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quan Mario: Mario. Mi chiamo Mario. C.&#160;E che c&#8217;entra, scusa? M.&#160;C&#8217;entra che se tu vuoi parlare con uno che si chiama Mario chiamandolo Orazio, c&#8217;è anche caso che Mario non ti ascolti, Callisto. C.&#160;Va bene, riformulo. Ci sono più cose in cielo e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Callisto:</strong> Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quan<br />
<strong>Mario:</strong> Mario. Mi chiamo Mario.</p>
<p><strong>C.</strong>&nbsp;E che c&#8217;entra, scusa?<br />
<strong>M.</strong>&nbsp;C&#8217;entra che se tu vuoi parlare con uno che si chiama Mario chiamandolo Orazio, c&#8217;è anche caso che Mario non ti ascolti, Callisto.</p>
<p><strong>C.</strong>&nbsp;Va bene, riformulo. Ci sono più cose in cielo e in terra, Mario, di quante ne sogni la tua filosofia.<br />
<strong>M.</strong>&nbsp;Non sono un filosofo, sono un idraulico.<br />
<strong>C.</strong>&nbsp;Ah be&#8217;, ma allora dillo che non ti va mai bene niente. Quanto sei indisponente!<br />
<strong>M.</strong>&nbsp;No, sono solo preciso. Se ritieni eccessiva questa mia cura dei dettagli, l&#8217;aggettivo corretto è pedante, non indisponente.</p>
<p><strong>C.</strong>&nbsp;Prendo atto della correzione, Mario. Possiamo andare avanti?<br />
<strong>M.</strong>&nbsp;Sì. Stavi dicendo, Callisto?<br />
<strong>C.</strong>&nbsp;Dicevo che in cielo e in terra ci sono più cose di quante tu ne possa immaginare. Sei d&#8217;accordo?<br />
<strong>M.</strong>&nbsp;Mica tanto. Fammi un esempio.<br />
<strong>C.</strong>&nbsp;Ma insomma, di che esempi avrai mai bisogno? Guardati un po&#8217; attorno no? Non vedi anche tu che</p>
<p><strong>M.</strong>&nbsp;Alt!<br />
<strong>C.</strong>&nbsp;Cosa c&#8217;è che non va adesso?</p>
<p><strong>M.</strong>&nbsp;C&#8217;è che prima mi dici che in cielo e in terra ci sono più cose di quante io ne immagini, poi mi inviti a verificare questa tua affermazione guardando e vedendo, usando cioè il senso della vista, che è cosa affatto diversa dall&#8217;immaginazione. Semmai avresti dovuto chiedermi di immaginare cose, per poi verificare (spetta a te, infatti, l&#8217;onere della prova) se la capienza della mia immaginazione sia inferiore a quella del cielo e della terra, come tu sostieni.</p>
<p><strong>C.</strong>&nbsp;Mario.<br />
<strong>M.</strong>&nbsp;Sì?<br />
<strong>C.</strong>&nbsp;Immagina cose, per favore.</p>
<p><strong>M.</strong>&nbsp;In questo momento sto immaginando un pastore maremmano in sella a una bicicletta con le ruote quadrate. Entra in pista, parte velocissimo, cicca la biglia di Gimondi e quella di Girardengo e si ferma a meno di un palmo da entrambe. Il pastore maremmano scende dalla bici, mette in tasca le biglie conquistate e si avvia tutto contento a prendere la metropolitana.<br />
<strong>C.</strong>&nbsp;Ah ah ah! Tutto qui? Per batterti mi basta citare le foglie di quella siepe d&#8217;alloro: riesci a contarle? Sono centinaia, molto più numerose delle cose che hai immaginato.</p>
<p><strong>M.</strong>&nbsp;Sì, ma tu hai mai preso la biglia di Gimondi e quella di Girardengo in un colpo solo a ciccopalmo?<br />
<strong>C.</strong>&nbsp;No.<br />
<strong>M.</strong>&nbsp;Allora ho vinto io, perché ho immaginato una cosa che per tua stessa ammissione non sta né in cielo né in terra, mentre io posso immaginare le foglie di quella siepe una a una, e persino immaginarne altre che nella siepe non ci sono.</p>
<p><strong>C.</strong>&nbsp;Sei diabolico, Mario.<br />
<strong>M.</strong>&nbsp;No, sono solo preciso.</p>
<p>&#8230;</p>
<p><strong>M.</strong>&nbsp;Callisto, quella frase di prima, quella che ci sono più cose eccetera, non la dice Amleto nell&#8217;<em>Amleto</em> di Shakespeare?<br />
<strong>C.</strong>&nbsp;Certo, Mario.</p>
<p><strong>M.</strong>&nbsp;E allora, se la dice Amleto, perché tu ti chiami Callisto?</p>
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		<title>Riflessione per sottrazione</title>
		<link>http://letturalenta.net/2009/11/riflessione-per-sottrazione/</link>
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		<pubDate>Tue, 17 Nov 2009 23:01:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>letturalenta</dc:creator>
				<category><![CDATA[scrittura]]></category>

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		<description><![CDATA[La riflessione per sottrazione parte da un luogo comune pronunciato da Un Tizio Qualunque (UTQ) e procede per passi, con UTQ che a ogni giro toglie alla frase una o più parole. Man mano che la frase muta, l&#8217;Aspirante Riflettore Sottrattivo (ARS) esprimerà considerazioni proprie sulla parte restante. Al termine dell&#8217;esercizio l&#8217;ARS avrà compreso che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>La riflessione per sottrazione parte da un luogo comune pronunciato da Un Tizio Qualunque (UTQ) e procede per passi, con UTQ che a ogni giro toglie alla frase una o più parole. Man mano che la frase muta, l&#8217;Aspirante Riflettore Sottrattivo (ARS) esprimerà considerazioni proprie sulla parte restante. Al termine dell&#8217;esercizio l&#8217;ARS avrà compreso che i luoghi comuni sono involucri di innocua apparenza usati dagli esseri umani per celare ordigni letali. Segue un esercizio svolto.</em></p>
<p>***</p>
<p><em><strong>UTQ:</strong> La vita è una cosa meravigliosa</em><br />
<strong>ARS:</strong> Oh, che bello! Grazie per avermelo detto! Ero giusto qui che cercavo di capire perché ogni giorno che passa l&#8217;unica cosa che aumenta è la mia età, mentre diminuiscono senza che io possa farci niente altre cose a cui pure terrei, come la probabilità di arrivare vivo alla pensione, la speranza di lasciare ai posteri un mondo più accogliente e &#8212; non ultimo &#8212; diminuisce il tempo che mi separa dalla morte. Mi chiedevo appunto che senso ha la vita, se non quello di una corsa dissennata verso l&#8217;avello, ma tu ora mi dici &#8212; caro! &#8212; che la vita è una cosa meravigliosa! Proprio le parole di cui avevo bisogno per smettere di pensare! Grazie, grazie, grazie.</p>
<p><em><strong>UTQ:</strong> La vita è una cosa</em><br />
<strong>ARS:</strong> Una cosa, un oggetto come un altro. Ogni cosa ha un valore d&#8217;uso e uno di scambio. Uno dei trucchi per accumulare ricchezza è quello di alzare surrettiziamente il valore di scambio delle cose meno utili, e il trucco per aumentare il valore di scambio in carenza di utilità è limitare l&#8217;accesso a quelle cose per renderle desiderabili: più è difficile procurarsele, più assomigliano a un privilegio, più valgono. La vita è troppo utile e troppo accessibile per valere qualcosa.</p>
<p><em><strong>UTQ:</strong> La vita è una</em><br />
<strong>ARS:</strong> E chi ti dice questo solitamente assume un&#8217;espressione grave e cogitabonda, e aggiunge: &#8220;quindi vedi di non sprecarla&#8221;. E se fossero molte, le vite? Se il segreto stesse proprio nel viverne quante più possibile, avendo cura di dissiparle tutte con intelligenza per il bene proprio e altrui?</p>
<p><em><strong>UTQ:</strong> La vita è</em><br />
<strong>ARS:</strong> L&#8217;inganno dell&#8217;eterno presente, l&#8217;illusione che vivere significhi esserci adesso. Sto dimenticando a poco a poco che la vita fu e che sarà, sto rinunciando al dovere e al piacere di fare memoria e a quello di passare le consegne. Presto sarò pronto per l&#8217;imbalsamatore.</p>
<p><em><strong>UTQ:</strong> La vita</em><br />
<strong>ARS:</strong> Eh, la vita, la vita&#8230;</p>
<p><em><strong>UTQ:</strong> La</em><br />
<strong>ARS:</strong> Articolo terminativo.</p>
<p><em><strong>UTQ:</strong> (&#8230;)</em><br />
<strong>ARS:</strong> .</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Invettiva contro un improvvido laudator di giorni</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Nov 2009 17:01:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>letturalenta</dc:creator>
				<category><![CDATA[scrittura]]></category>

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		<description><![CDATA[Improvvido laudator di giorni: «Oh, che bella giornata!» Inveito interlocutore: «Innanzitutto, mio giocondo inavvertito esclamatore, considera che sono le sette di mattina, un po&#8217; presto per esprimere un giudizio estetico su un&#8217;entità &#8212; la giornata, appunto &#8212; che ha ancora davanti a sé la maggior parte della sua esistenza, e dunque tempo sufficiente per mutar [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img style="FLOAT: left; MARGIN: 0pt 10px 0px 0pt" src="http://letturalenta.net/wp-images/blog/bellagiornata.jpg" alt="tratto da: http://www.waco-texas.com/city_depts/fire/images/tornado.JPG"/><strong>Improvvido laudator di giorni</strong>: «Oh, che bella giornata!»</p>
<p><strong>Inveito interlocutore</strong>: «Innanzitutto, mio giocondo inavvertito esclamatore, considera che sono le sette di mattina, un po&#8217; presto per esprimere un giudizio estetico su un&#8217;entità &#8212; la giornata, appunto &#8212; che ha ancora davanti a sé la maggior parte della sua esistenza, e dunque tempo sufficiente per mutar registro e prendere direzioni inopinate fino a guastarsi in via definitiva. Non che io speri che la tua mente infiacchita sia in grado di reggere il peso di un paragone, ma che diresti se di fronte a un neonato qualcuno esclamasse &#8220;oh, che bell&#8217;uomo! che bel carattere! quanta rettitudine nei suoi atti e quanta grazia nei suoi ragionamenti!&#8221;?: non ti sembrerebbero prematuri codesti giudizi, e prossimo alla demenza colui che li esprime? Ma ammettiamo pure, per amor di discussione, che quel tuo fiato esclamativo rappresentasse ellitticamente non un giudizio su un fatto compiuto, bensì un auspicio sul suo divenire, e che presa nella sua interezza la frase suonasse piuttosto &#8220;oh, come si preannunzia bella questa giornata!&#8221;, ebbene, non avresti ancora detto alcunché di sensato, perché marcato come sei da una superficialità degna di un canotto, ti sei accontentato di un raggio di sole che rischiara l&#8217;oriente per abbandonarti all&#8217;ottimismo, mentre basterebbe anche solo un&#8217;occhiata distratta laggiù, a ovest, per capire che quella striscia nera in avvicinamento promette pioggia a martello.</p>
<p>Ma una giornata, mi dirai tentando di cambiare discorso, può essere bella sotto altri aspetti, anche se grigia e piovosa sul piano meteorologico. Ma bene&#8230; ma bravo&#8230; ma che innata simpatia&#8230; Maramaldo! Possibile che il mondo, la realtà, le cose, le materialissime, durissime, taglienti cose, al tuo cospetto si trasformino in uno svolazzo di farfalle che a mala pena ti sfiora? Possibile che niente, e dico niente di quel che succede qui, ora, a un palmo da te, abbia la capacità di attirare la tua attenzione, di accendere in te la luce del pensiero &#8212; e ci si accontenterebbe di un lumino votivo, neh, mica si pretende un faro &#8212; e di farti pronunciare parole che lascino intuire anche solo vagamente di essere il frutto di un ragionamento, dell&#8217;elaborazione mentale di dati di realtà, di una riflessione magari non profondissima e originale, ma sufficiente a presupporre un encefalogramma non piatto?</p>
<p>Allora è bene che tu sappia che oggi scade la bolletta della luce, che il conto è in rosso da una settimana, che il mio stipendio, se arriva, arriva fra quindici giorni, che c&#8217;è lo sciopero degli autobus e arriverò tardi in ufficio e che &#8212; unica notizia positiva &#8212; la lampadina del tinello è ancora fulminata, così almeno risparmiamo corrente, ma soprattutto è bene che tu sappia, o inutile scarto del creato, che, da qualunque lato la si guardi, questa ha tutte le carte in regola per diventare una vera, inappellabile e paradigmatica giornata di merda».</p>
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		<title>Bisognerebbe scrivere un libro</title>
		<link>http://letturalenta.net/2009/10/bisognerebbe-scrivere-un-libro/</link>
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		<pubDate>Wed, 28 Oct 2009 13:01:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>letturalenta</dc:creator>
				<category><![CDATA[scrittura]]></category>

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		<description><![CDATA[Bisognerebbe scrivere un libro in cui non succede mai niente di importante. Bisognerebbe scrivere un libro in cui due signori si incrociano per strada. «Ciao» dice il primo «saranno trent&#8217;anni che non ci vediamo». «Proprio vero. Allora ciao» dice l&#8217;altro, e corre via. Bisognerebbe scrivere un libro in cui un uomo e una donna sono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Bisognerebbe scrivere un libro in cui non succede mai niente di importante.</p>
<p>Bisognerebbe scrivere un libro in cui due signori si incrociano per strada. «Ciao» dice il primo «saranno trent&#8217;anni che non ci vediamo». «Proprio vero. Allora ciao» dice l&#8217;altro, e corre via.</p>
<p>Bisognerebbe scrivere un libro in cui un uomo e una donna sono seduti al tavolino di un bar. Lei dice «sei carino», lui dice «sei carina», allora lei si alza, va alla cassa e dice «cappuccio e cornetto», la cassiera risponde «due e dieci», lei paga, esce dal bar e prende a destra, poi lui si alza, va alla cassa e dice «cappuccio e cornetto», la cassiera risponde «due e dieci», lui paga, esce dal bar e prende a sinistra.</p>
<p>Bisognerebbe scrivere un libro in cui sono vietate le descrizioni generiche.</p>
<p>Bisognerebbe scrivere un libro in cui invece di scrivere «la stanza è spaziosa» si scriverebbe «il pavimento contiene ventisette piastrelle venti per venti da est a ovest e trentatrè piastrelle venti per venti da nord a sud, quindi la stanza misura cinque metri e quaranta per sei e sessanta, che fanno trentacinque virgola sessantaquattro metri quadri: ne ho viste di più piccole».</p>
<p>Bisognerebbe scrivere un libro in cui invece di scrivere «portava un maglione amaranto» si scriverebbe «portava un indumento che gli avvolgeva il busto dal collo alla cintura e le braccia dalle spalle ai polsi, di un colore che a occhio e croce poteva essere un RGB 195,30,30».</p>
<p>Bisognerebbe scrivere un libro di critica spietata alle idee ricevute.</p>
<p>Bisognerebbe scrivere un libro in cui un insegnante di geografia delle medie entra in classe il primo giorno di scuola e dice «ragazzi, vi avranno detto non so quante volte che Roma è in Italia, che l&#8217;Italia è in Europa, che l&#8217;Europa è nell&#8217;emisfero boreale, che l&#8217;emisfero boreale è nel pianeta Terra e che il pianeta Terra è nel sistema solare. Sono tutte cazzate».</p>
<p>Bisognerebbe scrivere un libro in cui un teologo incontra un altro teologo e gli chiede «Dio esiste?» e l&#8217;altro risponde «dipende».</p>
<p>Bisognerebbe scrivere un libro, ma mica oggi.</p>
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		<title>Invettiva contro un incauto accenditor di lampadine</title>
		<link>http://letturalenta.net/2009/09/invettiva-contro-un-incauto-accenditor-di-lampadine/</link>
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		<pubDate>Thu, 10 Sep 2009 06:01:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>letturalenta</dc:creator>
				<category><![CDATA[scrittura]]></category>

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		<description><![CDATA[Incauto accenditor di lampadine: «Comincia a fare scuro. Accendo la luce». Inveito interlocutore: «Tanto per cominciare, quando tu premi l&#8217;interruttore senti un clic. Quel clic, caro te, non è soltanto un rumoretto che interrompe lo stato di quiete perenne che domina il vuoto della tua testa immune al virus del pensiero. Quel clic sospende l&#8217;interruzione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img style="FLOAT: left; MARGIN: 0pt 10px 0px 0pt" src="http://letturalenta.net/wp-images/blog/lampadina.jpg" alt="panama giallo"/><strong>Incauto accenditor di lampadine</strong>: «Comincia a fare scuro. Accendo la luce».</p>
<p><strong>Inveito interlocutore</strong>: «Tanto per cominciare, quando tu premi l&#8217;interruttore senti un clic. Quel clic, caro te, non è soltanto un rumoretto che interrompe lo stato di quiete perenne che domina il vuoto della tua testa immune al virus del pensiero. Quel clic sospende l&#8217;interruzione del circuito elettrico che governa l&#8217;accensione e lo spegnimento della lampadina: circuito aperto, lampadina spenta; circuito chiuso, lampadina accesa. Ponendo fine allo stato di interruzione del circuito, quel clic consente alla corrente elettrica di percorrere il tratto di filo che congiunge l&#8217;interruttore alla lampadina, la quale, miracolo!, da spenta che era diventa accesa.</p>
<p>Ma perché questo avvenga, testina, è necessario che la corrente raggiunga prima l&#8217;interruttore medesimo, e questo succede grazie a un altro tratto di filo che partendo dalla rete di distribuzione locale arriva in casa tua passando attraverso un foro praticato nel muro da qualcuno che, senza impegnarsi più di tanto, ragionava mille volte meglio di te. E quel filo non è mica appeso al nulla, nevvero. No!<br />
<span id="more-638"></span><br />
Quel filo, razza di batrace a cui qualche nume distratto ha dato sembianze umane, quel filo è saldamente collegato ai cavi che corrono sui tralicci che puoi vedere laggiù, se solo ti degni di dirigere il tuo sguardo inebetito oltre la luce di quella finestra, cavi che al termine del loro viaggio sospeso fra terra e cielo raggiungono un impianto che produce energia elettrica, la quale energia non è generata da formule magiche o da divino volere, ma dalla combustione di gas o di carbone, oppure dalla caduta di grandi masse d&#8217;acqua, oppure da generose folate di vento o da altri fenomeni naturali che un&#8217;ingegnosità a te negata ha nei secoli studiato e piegato alle necessità dell&#8217;umana specie, costruendo macchine in grado di trasformare forze selvatiche in docili flussi di corrente, macchine che non sorgono per incantamento da un nulla simile a quello che devasta il tuo spirito, ma dall&#8217;assemblaggio sapiente di metallo, cemento e altri materiali che gli uomini strappano alla terra scavando miniere e pozzi là dove il pianeta ha voluto dislocarli, e costruendo strade e ferrovie, carri, locomotive, navi, oleodotti, autotreni e ogni altro mezzo idoneo a trasportarli là dove altri uomini potranno amalgamarli, fonderli, batterli, tòrcerli e trasformarli in blocchi, lastre o filamenti secondo la bisogna, uomini che non hanno succhiato le loro arti assieme al latte che per sventura tua madre non ti rifiutò, ma che le hanno apprese dedicando allo studio un congruo periodo della loro esistenza.</p>
<p>E nemmeno dopo che questa lunga catena di ingegno e laboriosità avrà costruito la centrale elettrica necessaria a salvare dalle tenebre i tuoi occhi (nessuna speranza per la mente), quando la corrente inizierà il suo viaggio lungo i cavi aerei dei tralicci e quelli murati delle forassiti, nemmeno allora basterà la pressione di un tuo indice sull&#8217;interruttore per garantirti l&#8217;accensione della lampadina, perché bisognerà lubrificare le turbine, sostituire le parti guaste, garantire gli approvvigionamenti, organizzare i turni di lavoro, pagare i fornitori e incassare dai clienti, vigilare giorno e notte, e lo faranno uomini e donne che per lavorare avranno pur bisogno di mangiare, no?, e non potrebbero mangiare se non ci fossero altri uomini e donne che coltivano i campi, altri che trasformano il grano in pane, altri ancora che lo vendono al mercato, e tutti costoro sono esseri umani che per non morire hanno bisogno di medici e di medicine e che per non impazzire hanno bisogno di svagarsi, di guardare un film o leggere un libro ogni tanto, e allora serviranno guitti e impresari, cineasti e produttori, scrittori e librai, e poeti, musicisti, cantanti, suonatori, e architetti per progettare teatri e cinematografi, e dio solo sa quanta energia elettrica per accendere ciascuno la sua lampadina!</p>
<p>E tutto questo senza contare, o sfortunata progenie di antichi arboricoli, che la lampadina del tinello è fulminata da ieri».</p>
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		<title>Congedo</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Aug 2009 09:01:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>letturalenta</dc:creator>
				<category><![CDATA[scrittura]]></category>

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		<description><![CDATA[(dedicato a f.c.) Vedi, amore mio, quanto sono occupato? Guarda quante carte ci sono su questo tavolo, quanti plichi sugli scaffali, quanti ninnoli tutto intorno, e matite scorciate, biglietti da visita sconosciuti, boccette di inchiostri polverizzati. E gli armadi? Se tu vedessi! Quanti abiti larghi, quante calze sfondate, quanti polsini lisi e colletti consunti! Ora [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>(dedicato a f.c.)</em></p>
<p>Vedi, amore mio, quanto sono occupato? Guarda quante carte ci sono su questo tavolo, quanti plichi sugli scaffali, quanti ninnoli tutto intorno, e matite scorciate, biglietti da visita sconosciuti, boccette di inchiostri polverizzati. E gli armadi? Se tu vedessi! Quanti abiti larghi, quante calze sfondate, quanti polsini lisi e colletti consunti! Ora capisci perché se mi chiami non rispondo? Capisci perché allontano la tua mano quando cerca i miei capelli?</p>
<p>Devi lasciarmi in pace, vita mia, perché ho troppe cose da buttare, troppe macerie da rimuovere e non ho tempo per farmi consolare. Ho un&#8217;ultima cosa da fare, e la voglio fare bene: lasciare tutto pulito, vuoto, in ordine, perché, vedi, ora che devo andarmene non potrei mai perdonarmi di aver lasciato un segno anche minimo del mio esserci stato. Sai quante lacrime scorrerebbero, se il destinatario di questa lettera mai spedita la leggesse? Sai quanto dolore assalirebbe chi mi ha amato, se si rigirasse tra le mani questo pupazzetto di gomma pensando a quanto gli ero affezionato?</p>
<p>E i libri? Hai idea di quanta tristezza potrebbero scatenare questi fastelli di carta inchiostrata? Via, via anche loro, fuori di qui! Mi hanno accompagnato per troppo tempo, sono troppo segnati dall&#8217;impronta delle mie mani e dei miei occhi, sono pericolosi per chi da domani dovrà iniziare a dimenticarmi.</p>
<p>Se potessi, tesoro mio adorato, racchiuderei le tue guance fra le mani, come facevo quando eri piccolo, e attirerei il tuo viso al mio fino a farci toccare le fronti e i nasi, e ti guarderei dritto negli occhi, che da così vicino diventano uno solo, e tu guarderesti dritto nel mio, e in quel momento pronuncerei la formula magica per cancellare da te ogni mia traccia. Lo farei, se potessi, per risparmiarti i tormenti del ricordo e della nostalgia.</p>
<p>È arrivato, figlio mio, è arrivato il giorno in cui bisogna che io mi faccia piccolo fino a sparire, perché tu possa diventare grande. Vorrei dirti le cose che si dicono in questi momenti, quelle frasi di circostanza fatte apposta per addolcire i distacchi, ma non sono abbastanza egoista per farlo. Lascia a me il dolore e la tristezza e prenditi la vita. Ama senza aspettare di essere amato e senza rimpiangere di esserlo stato.</p>
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		<title>Lo scrittore simbolista</title>
		<link>http://letturalenta.net/2009/07/lo-scrittore-simbolista/</link>
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		<pubDate>Tue, 21 Jul 2009 07:01:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>letturalenta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In quel tempo giunse sull&#8217;isola uno scrittore simbolista, e se un lettore distratto mi domandasse il nome dell&#8217;isola o quello dello scrittore, lo rimanderei senz&#8217;altro a tutto quanto le parole isola e scrittore possono significare in ogni senso, specialmente quando si trovano accostate nel medesimo testo, separate soltanto dalla cortina sottile dell&#8217;aggettivo uno, sorgente ancestrale [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img style="FLOAT: left; MARGIN: 0pt 10px 0px 0pt" src="http://letturalenta.net/wp-images/blog/panama.jpg" alt="panama giallo"/>In quel tempo giunse sull&#8217;isola uno scrittore simbolista, e se un lettore distratto mi domandasse il nome dell&#8217;isola o quello dello scrittore, lo rimanderei senz&#8217;altro a tutto quanto le parole <em>isola</em> e <em>scrittore</em> possono significare in ogni senso, specialmente quando si trovano accostate nel medesimo testo, separate soltanto dalla cortina sottile dell&#8217;aggettivo <em>uno</em>, sorgente ancestrale d&#8217;ogni possibile simbologia, poiché mi sembra naturale, per non dire ovvio, che questo apologo sia intriso di simboliche evocazioni, data la natura del protagonista.</p>
<p>S&#8217;aggirava lo scrittore per l&#8217;isola, e pareva inquieto, e nel suo vagabondare disdegnava i sentieri che si spingevano all&#8217;interno, prediligendo piuttosto il periplo della costa. Viveva colà un vecchio pescatore ormai inabile a prendere il mare e avvezzo a spendere le sue giornate su un pontile ancor più in disarmo di lui, riparando reti così strappate da aver perso ormai da anni la speranza di essere calate in acqua. Non avendo in realtà molto da fare, se non attendere con pazienza il tramonto, costui osservava incuriosito quello straniero che ogni mattina &#8212; un buffo panama giallo in testa e un taccuino nero in mano &#8212; usciva poco dopo l&#8217;alba dalla casetta che aveva presa in affitto e si incamminava con passo svelto e nervoso lungo la costa a est del pontile, per poi ricomparire a ovest verso sera e rinchiudersi infine nella sua dimora fino al mattino successivo.<br />
<span id="more-564"></span><br />
Quel giorno, vinto dalla curiosità, lo salutò con cortesia e calore e sebbene lo scrittore temesse sopra ogni cosa che una conversazione potesse interrompere il libero fluire dei suoi pensieri, la sua buona educazione non ammetteva la villania di ignorare un saluto, e così rispose a quello del pescatore, che a quel punto prese a interrogarlo:</p>
<p>&#8211; Chi sei tu, straniero, che ogni giorno ti incammini lungo le coste della mia piccola isola natìa?<br />
&#8211; Sono uno scrittore simbolista, o pescatore.<br />
&#8211; Sarebbe a dire?<br />
&#8211; Io cerco il significato definitivo dell&#8217;universo e della presenza umana nell&#8217;universo, e so che questo significato mi apparirà in piena evidenza solo quando riuscirò ad accostare tutte le parole in modo tale che contiguità insolite di significanti svelino le verità che la trivialità del linguaggio quotidiano ha nascosto e reso inattingibili al senso comune. Io cerco il Simbolo, brav&#8217;uomo, il Simbolo che tutto svela e nulla copre.<br />
&#8211; E per quale motivo tu lo cerchi lungo la riva? Non dovresti penetrare nel cuore delle cose per riuscire decifrarne la lingua?  Non dovresti dirigere i tuoi passi al centro dell&#8217;isola?<br />
&#8211; Al contrario, mio caro: il significato ultimo si cela al confine fra parola e parola, fra cosa e cosa. Come riconosciamo le figure geometriche dalla forma del loro perimetro, così possiamo conoscere quest&#8217;isola e così il tutto: l&#8217;isola non è tale per ciò che contiene, ma perché confina con il mare da ogni lato.</p>
<p>Da quel giorno lo scrittore simbolista prese l&#8217;abitudine di iniziare la giornata con un breve colloquio in cui illustrava al vecchio pescatore i particolari della sua ricerca e lo teneva aggiornato sui progressi quotidiani. Una volta gli diceva d&#8217;aver trovato nel modo in cui l&#8217;acqua lambiva la costa &#8212; ora sfiorandola con dolcezza, ora battendola con rabbia &#8212; il simbolo della varietà di relazioni fra uomo e uomo e fra uomo e natura; un&#8217;altra gli spiegava come gli scogli, che si lasciano erodere docilmente dalla furia delle mareggiate senza mai crollare del tutto, erano l&#8217;emblema dell&#8217;umanità che nelle catastrofi si trasforma senza perdersi. E sempre concludeva la conversazione allo stesso modo: «Un giorno» diceva «riuscirò a trovare l&#8217;unica combinazione di parole in grado di riprodurre esattamente tutto questo, e sarà un poema così perfetto e così ricco di significato da rendere superflua ogni altra letteratura».</p>
<p>Passarono i mesi, e al solstizio d&#8217;estate si compì l&#8217;anno da quando lo scrittore simbolista era sbarcato sull&#8217;isola. Il vecchio pescatore alzò gli occhi dalle reti consumate e li posò in un punto a lui noto, verso il tramonto di giacinto e d&#8217;oro. Restò in attesa per qualche minuto, mezz&#8217;ora, un&#8217;ora, ma ormai annottava ed era inutile aspettare oltre. Il giorno seguente, a sole già alto, andò a bussare alla porta dello casupola affittata, ma nessuno rispose, quindi si avviò sulla riva a ovest del pontile e dopo alcune ore di cammino vide il taccuino nero posato su un masso a pochi metri dalla battigia, ma dello scrittore non c&#8217;era traccia. Si sedette sul masso e aprì il taccuino alla prima pagina, che era bianca, a meno di una freccetta in basso a destra che sembrava un invito a proseguire la lettura. Bianca anche la seconda e la terza pagina, e così la quarta e la quinta, e immancabile la freccetta al fondo delle pagine dispari.</p>
<p>Il vecchio voltò le pagine una a una, lentamente, forse nemmeno sperando di trovare prima o poi una parola, una frase, un discorso. L&#8217;ultima pagina non terminava con la solita freccetta, ma con un punto. Allora il pescatore si rattristò, posò il taccuino sul masso e si alzò, si avvicinò all&#8217;acqua e cominciò a scrutarla facendosi visiera con la mano destra: scorse al largo un battello che nel vaporìo della canicola tremolava come un ubriaco, senza rotta e senza equipaggio; il resto del mare pareva deserto, ma il pescatore continuò a interrogarlo fin quando a poche decine di metri dalla riva vide galleggiare il buffo panama giallo, quasi immobile, come se un invisibile nume marino lo trattenesse per impedire alla corrente di riportarlo a terra.</p>
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