Archive for the ‘scrittura’ Category

Invettiva contro un incauto accenditor di lampadine

Thursday, September 10th, 2009

panama gialloIncauto accenditor di lampadine: «Comincia a fare scuro. Accendo la luce».

Inveito interlocutore: «Tanto per cominciare, quando tu premi l’interruttore senti un clic. Quel clic, caro te, non è soltanto un rumoretto che interrompe lo stato di quiete perenne che domina il vuoto della tua testa immune al virus del pensiero. Quel clic sospende l’interruzione del circuito elettrico che governa l’accensione e lo spegnimento della lampadina: circuito aperto, lampadina spenta; circuito chiuso, lampadina accesa. Ponendo fine allo stato di interruzione del circuito, quel clic consente alla corrente elettrica di percorrere il tratto di filo che congiunge l’interruttore alla lampadina, la quale, miracolo!, da spenta che era diventa accesa.

Ma perché questo avvenga, testina, è necessario che la corrente raggiunga prima l’interruttore medesimo, e questo succede grazie a un altro tratto di filo che partendo dalla rete di distribuzione locale arriva in casa tua passando attraverso un foro praticato nel muro da qualcuno che, senza impegnarsi più di tanto, ragionava mille volte meglio di te. E quel filo non è mica appeso al nulla, nevvero. No!
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Congedo

Friday, August 7th, 2009

(dedicato a f.c.)

Vedi, amore mio, quanto sono occupato? Guarda quante carte ci sono su questo tavolo, quanti plichi sugli scaffali, quanti ninnoli tutto intorno, e matite scorciate, biglietti da visita sconosciuti, boccette di inchiostri polverizzati. E gli armadi? Se tu vedessi! Quanti abiti larghi, quante calze sfondate, quanti polsini lisi e colletti consunti! Ora capisci perché se mi chiami non rispondo? Capisci perché allontano la tua mano quando cerca i miei capelli?

Devi lasciarmi in pace, vita mia, perché ho troppe cose da buttare, troppe macerie da rimuovere e non ho tempo per farmi consolare. Ho un’ultima cosa da fare, e la voglio fare bene: lasciare tutto pulito, vuoto, in ordine, perché, vedi, ora che devo andarmene non potrei mai perdonarmi di aver lasciato un segno anche minimo del mio esserci stato. Sai quante lacrime scorrerebbero, se il destinatario di questa lettera mai spedita la leggesse? Sai quanto dolore assalirebbe chi mi ha amato, se si rigirasse tra le mani questo pupazzetto di gomma pensando a quanto gli ero affezionato?

E i libri? Hai idea di quanta tristezza potrebbero scatenare questi fastelli di carta inchiostrata? Via, via anche loro, fuori di qui! Mi hanno accompagnato per troppo tempo, sono troppo segnati dall’impronta delle mie mani e dei miei occhi, sono pericolosi per chi da domani dovrà iniziare a dimenticarmi.

Se potessi, tesoro mio adorato, racchiuderei le tue guance fra le mani, come facevo quando eri piccolo, e attirerei il tuo viso al mio fino a farci toccare le fronti e i nasi, e ti guarderei dritto negli occhi, che da così vicino diventano uno solo, e tu guarderesti dritto nel mio, e in quel momento pronuncerei la formula magica per cancellare da te ogni mia traccia. Lo farei, se potessi, per risparmiarti i tormenti del ricordo e della nostalgia.

È arrivato, figlio mio, è arrivato il giorno in cui bisogna che io mi faccia piccolo fino a sparire, perché tu possa diventare grande. Vorrei dirti le cose che si dicono in questi momenti, quelle frasi di circostanza fatte apposta per addolcire i distacchi, ma non sono abbastanza egoista per farlo. Lascia a me il dolore e la tristezza e prenditi la vita. Ama senza aspettare di essere amato e senza rimpiangere di esserlo stato.

Lo scrittore simbolista

Tuesday, July 21st, 2009

panama gialloIn quel tempo giunse sull’isola uno scrittore simbolista, e se un lettore distratto mi domandasse il nome dell’isola o quello dello scrittore, lo rimanderei senz’altro a tutto quanto le parole isola e scrittore possono significare in ogni senso, specialmente quando si trovano accostate nel medesimo testo, separate soltanto dalla cortina sottile dell’aggettivo uno, sorgente ancestrale d’ogni possibile simbologia, poiché mi sembra naturale, per non dire ovvio, che questo apologo sia intriso di simboliche evocazioni, data la natura del protagonista.

S’aggirava lo scrittore per l’isola, e pareva inquieto, e nel suo vagabondare disdegnava i sentieri che si spingevano all’interno, prediligendo piuttosto il periplo della costa. Viveva colà un vecchio pescatore ormai inabile a prendere il mare e avvezzo a spendere le sue giornate su un pontile ancor più in disarmo di lui, riparando reti così strappate da aver perso ormai da anni la speranza di essere calate in acqua. Non avendo in realtà molto da fare, se non attendere con pazienza il tramonto, costui osservava incuriosito quello straniero che ogni mattina — un buffo panama giallo in testa e un taccuino nero in mano — usciva poco dopo l’alba dalla casetta che aveva presa in affitto e si incamminava con passo svelto e nervoso lungo la costa a est del pontile, per poi ricomparire a ovest verso sera e rinchiudersi infine nella sua dimora fino al mattino successivo.
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Lo scrittore realista

Wednesday, April 29th, 2009

Tratto da randomknowledge.wordpress.comC’era una volta uno scrittore realista, ma così realista da essersi dato come meta ultima della sua ricerca estetica la corrispondenza puntuale fra le cose del mondo e le parole da lui medesimo utilizzate per scriverle. Soleva dire, quello scrittore realista: «io scriverò il mondo, e lo scriverò con una precisione tale che il lettore, leggendo la mia opera, non noterà differenza alcuna fra l’esperienza che egli avrà avuto del mondo con i suoi propri sensi e quella che ne farà mediante le mie parole. La rosa che scriverò, o l’acqua, o la passione amorosa, saranno rosa e acqua e passione in modo così perfetto che chi le leggerà sulla pagina sarà rallegrato dal profumo della rosa, dissetato dall’acqua, preda dell’amore».

Fissati in tal modo i cardini della sua poetica, lo scrittore realista si accinse a metterli in pratica. Tolse un foglio da un quinterno intonso, aguzzò con cura il calamo, colmò la boccetta di inchiostro nero e uscì di buon’ora alla ricerca di qualcosa da scrivere secondo i suoi propositi. Cadeva in quel giorno l’equinozio di primavera e la natura metteva in scena l’ennesima replica dell’incipiente suo risveglio, con tanto di prati in fiore, verzure ondeggianti, nidi di rondine e tutto quanto. Lo scrittore realista sedette nei pressi di un arbusto e cominciò a scriverlo senza tralasciare alcun dettaglio.
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Quel bicchierino di idromele

Thursday, April 16th, 2009

Tratto da www.zarahome.comDio: Dimmi, Adamo, secondo te io esisto?
Adamo: C’è la domanda di riserva?
D: Perché? Rispondimi, orsù, che ti costa?
A: Temo che a discutere dell’esistenza di Dio si finisca per litigare. Vuoi litigare?
D: No davvero. Sai bene che ti amo e che ci tengo a mantenere buoni rapporti con te.
A: Appunto, dico. Se siamo amici, che t’importa sapere se esisti o non esisti? Non potremmo fare le solite due chiacchiere sul moto degli astri, magari davanti a un bicchierino dell’idromele che mi hai fatto assaggiare ieri?
D: Buono quello! Devo dire che quando mi metto d’impegno riesco a fare cose molto buone.

A: Vedi che basta poco per coccolare l’autostima? Perché non lasci perdere quelle baie sull’esistenza?
D: Ma per me è una questione importante, Adamo. Tu non ti sentiresti un po’ a disagio se qualcuno ti dicesse che non esisti?
A: Perché, qualcuno ti ha detto che non esisti?
D: Adamo, non prendermi per i fondelli. Siamo gli unici esseri loquenti in questo giardino, almeno fino a quando non avrò creato Eva, quindi chi altri avrebbe potuto dirmi alcunché?
A: E che ne so? Magari qualche angelo ribelle.
D: Quelli li ho già sistemati.

A: E chi sarebbe questa Eva?
D: Quale Eva?
A: Non fare il finto tonto, dài. Poco fa hai detto che avresti creato una certa Eva.
D: Ah, quella Eva! No, niente, è un progetto che mi frulla in testa da qualche tempo.
A: Fai il misterioso?
D: Certo che sei ben curioso, neh!
A: Ah, io sarei curioso. E tu che un giorno sì e l’altro pure vuoi sapere se esisti, tu che saresti? Sentiamo.
D: Adamo! un po’ di rispetto! Va bene la confidenza, ma sono pur sempre Dio, perdiana! Misura le parole.
A: Prima mi sfinisci di domande e poi mi tappi la bocca con questa faccenda che sei Dio. E chi ti credi di essere? Eh? Eh? ma vai a fare il bulletto coi serafini, va’, che con me non attacca.
D: Adamo!

A: E poi non dire che non ti avevo avvertito.
D: Di che parli?
A: Te l’avevo detto che discutere dell’esistenza di Dio porta al litigio.
D: Come facevi a saperlo? Hai forse mangiato il frutto che ti ho proibito di mangiare?
A: E basta con questa manfrina del frutto proibito! Sarai mica un po’ fissato per caso?
D: È che quell’albero lì, tutte le volte che lo guardo, ho come un brutto presentimento.
A: E l’albero di qua, e l’esistenza di là. Sì sì, dammi retta, sei fissato. Ma non potresti darti una calmata e goderti la pace e le delizie dell’Eden? A volte proprio non ti capisco.
D: Dev’essere un effetto dell’infinitudine questo mio pormi domande la cui risposta giace in un minuscolo punto della mia mente immensa, così minuscolo e infinitamente distante che impiego migliaia di ere per raggiungerlo. E quando lo raggiungo spesso ho già dimenticato la domanda, e così anche la mia inquietudine è infinita.
A: Cosa questa che, a ben pensarci, rende assai poco desiderabile l’immortalità.

D: Adamo.
A: Cos’altro?
D: Io esisto?
A: No.
D: Lo temevo.
A: Perché?
D: Perché vorrei esistere.
A: Esistere non è mestiere da dèi, Dio.
D: Ne sei certo?
A: Sì. L’esistenza è appropriata per creature minime e inessenziali, conglomerati di cellule che si arrabattano come possono per cogliere un raggio di luce fra l’abisso di tenebra che li ha preceduti e quello che li seguirà.
D: Dunque per esistere dovrei nascere?
A: Dovresti morire.
D: 

A: Dio.
D: Dimmi.
A: Quel bicchierino di idromele?

Io

Thursday, April 9th, 2009

— Io scrivo poco e quando scrivo non scrivo mai di me.
— Questo non può essere vero: tutte le scritture sono autobiografiche.
— Dimostralo.
— Facile: il soggetto della prima frase di questo dialoghetto è io.
— E dunque?
— Tu hai scritto quella frase, dunque chi dice io in quella frase sei tu, dunque quella frase è al contempo scrittura e autobiografia. Quod erat demonstrandum.

— E ‘sti cazzi?
— Prego?
— Intendo dire che il tuo procedimento more geometrico contiene un errore.
— Dimostralo.
— Facile: dal fatto che io ho scritto quella frase — così come sto scrivendo tutte le frasi che compongono il nostro dialogo — tu deduci frettolosamente che chi dice io in quella frase sono io, e questo è falso.
— E chi decide che è falso?
— Io.
— Con quale autorità?

— Non si tratta di autorità, ma di necessità: in mancanza di elementi contestuali, testimonianze, riscontri, solo io posso decidere se chi dice io in una frase che ho scritto io sono io. Non può essere diversamente.
— Potrei concedertelo in generale, ma nel caso di specie il contesto e il testimone ci sono, ed entrambi ti smentiscono.

— Dimostralo.
— Facile: quanto al contesto, tu hai scritto quella frase nell’ambito di un dialogo che si svolge qui e ora fra te e me, e tutti sanno che nel corso di un dialogo chi dice io sta parlando di sé medesimo. Intendi negarlo?
— Non lo nego, ma questa osservazione non è un argomento a sostegno della tua ipotesi. Nell’ambito di un dialogo scritto, infatti, non tutte le frasi sono necessariamente parte del dialogo. La frase che apre il nostro potrebbe essere una citazione tratta da un libro, per esempio, oppure riportata da una conversazione precedente fra me e un terzo ignoto. Il contesto lascia aperte tutte le possibilità.

— E sia, e sia! Ma resta comunque il testimone a smentirti.
— E chi sarebbe costui?
— Sono io!

La scrittura come oblio

Tuesday, December 23rd, 2008

PerecSegnalo in ritardo (e ci mancherebbe) un bel post di Andrea Inglese uscito qualche giorno fa su Nazione Indiana. L’incipit rende l’idea, ma consiglio vivamente la lettura integrale:

Io ho sempre voluto dimenticare. Il mio problema specifico è dimenticare. Ho sempre avuto molte cose da dimenticare, e questo mi ha tenuto parecchio occupato durante quarantun anni di vita. Purtroppo come tutti ho dei ricordi.

Lo segnalo perché il tema della memoria e quello parallelo dell’oblio mi sono molto familiari. E familiari mi suonano in particolare il rammarico della memoria (purtroppo ho dei ricordi) e l’oblio inteso come lavoro consapevole di rimozione (ho sempre voluto dimenticare). Il lettore bisognoso di conferme e non privo di tempo da buttare clicchi qui.

Nel brano di Inglese la scrittura è vista come rimedio contro l’oblio, un modo per tenere traccia di eventi ordinari e poco memorabili, e giustamente l’autore chiama a sostegno di questa ipotesi Georges Perec, vera autorità in materia di rapporto fra scrittura e memoria (basti pensare al Je me souviens). E io mi diverto a citarlo all’incontrario, Perec, a sostegno di un’ipotesi che sento più vicina: non si scrive per conservare i ricordi, ma per scacciarli.

(I loro di questo brano sono i genitori di Perec. Il padre morì in guerra nel 1940, quando Perec aveva quattro anni. La madre fu deportata ad Auschwitz nel 1943).

Non so se non abbia niente da dire, ma so che non dico niente; non so se quello che avrei da dire non venga detto perché indicibile (l’indicibile non si annida nella scrittura, al contrario, è ciò che ne ha innescato il processo); so che quanto dico è vuoto, neutro, è il segno definitivo di un definitivo annientamento.

È questo che dico, è questo che scrivo e questo racchiudono le parole che traccio, le righe che queste parole disegnano, gli spazi bianchi che traspaiono tra una riga e l’altra: se anche facessi la posta ai miei lapsus (per esempio avevo scritto «ho commesso» invece di «ho fatto» a proposito degli errori di trascrizione nel nome di mia madre), o mi perdessi a fantasticare per due ore sulla lunghezza della mantella di mio padre, o cercassi nelle mie frasi, ovviamente trovandole subito, squisite eco dell’Edipo o della castrazione, non troverei, pur ripetendomi, mai altro che l’ombra fugace di una parola assente alla scrittura, lo scandalo del loro e del mio silenzio: non scrivo per dire che non dirò niente, non scrivo per dire che non ho niente da dire.

Scrivo: scrivo perché abbiamo vissuto insieme, perché sono stato uno di loro, ombra tra le ombre, corpo vicino ai loro corpi; scrivo perché hanno lasciato in me un’impronta indelebile e la scrittura ne è la traccia: il loro ricordo muore nella scrittura; la scrittura è il ricordo della loro morte e l’affermazione della mia vita.

[Georges Perec, W o il ricordo dell’infanzia, traduzione di Henri Cinoc, Einaudi 2005]

La telecamera

Tuesday, December 2nd, 2008

a c.c., g.m., l.w.

Posso sfruttare, in quanto telecamera, un punto d’osservazione non privo di vantaggi: quello di poter vedere senza essere vista, per esempio. O per meglio dire: il vantaggio di essere vista da tutti senza che qualcuno immagini che io possa a mia volta vedere. Meglio ancora – giacché una telecamera vede, e tutti lo sanno – il vantaggio di essere ritenuta inabile a eternare in parole ciò che vedo.

La sala si è popolata di individui di vario sesso ed estrazione sociale, ma tutti accomunati da una postura distratta e pensosa, fatta di movimenti lenti e sguardi diretti a punti imprecisabili del soffitto. Sul palco c’è un signore con pochi capelli bianchi sulla nuca, giacca aperta su una camicia a righe, senza cravatta. Un largo sorriso perenne, quasi benedicente, parte dalle sue labbra carnose per cadere benigno su ognuno degli astanti: egli è il critico. Alla sua sinistra (la destra per me che osservo) siede lo scrittore dai folti capelli, neri come la montatura quadrata dei suoi occhiali, felpa verde su pantaloni chiari di fustagno.
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Luglio

Thursday, April 17th, 2008

cascina, tratto da ibambiniforesto.splinder.comZitto in camera mia, e dormire fino a quando lei non sortirà dal pisolino, giunone adagiata su lenzuola bianche, nero e lustro il testile impiallacciato, lustra e nera la sottoveste di nailon, scuri accostati per tenere fuori il caldo e le mosche. Evadere è necessario, questo è chiaro, ma con accortezza. Se si sveglia sono guai. Se la sveglio fa la faccia cattiva fino a sera e grida, e ogni parola che dico merita scherno, e castigo ogni cosa che faccio.

Muoversi con prudenza, quindi. Ricorda: calibrare bene la forza applicata alla maniglia, che in questo caso non serve per aprire la porta (è solo accostata), ma per alzarla di qualche millimetro da terra. Spalancare velocissimo e poi accompagnare piano, in modo che ricada con dolcezza sui cardini. Combinando il lieve sollevamento con la rapidità d’esecuzione della manovra, si ottiene un’apertura silenziosa, esente da perniciosi cigolii e sfregamenti.
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Il campanaro e il prencipe

Monday, February 11th, 2008

Si ringraziano: messer Matteo Bandello per il lessico, la sintassi e gli interi periodi rapinati alle sue Novelle; madonna senzaqualità per le illustrazioni.

Dirò adunque una novella, la quale appresi, or non è guari, da un di que’ menestrelli che per cittadi e castella sogliono andare, rinovellando gesta antiche e nuove imprese cantando.

Dovete sapere che in quei giorni era governatore d’Italia il prencipe Romano, della casata de’ Prodi da Bologna, uomo assai prudente e saggio, più ricco di virtù che di fortuna. Da due anni sbrigava gli affari di governo senza lodi soverchie e senza infamia, chiamando al servizio di ministri e consiglieri i capi di molte picciole e grandi fazioni, così che per contentare l’uno doveva giocoforza un altro rattristare, e molto più tempo spendeva a comporre liti che non a promulgare buone leggi. Cotesti suoi sodali erano notabili d’ogni parte d’Italia: il conte Lamberto Dini da Firenze, il giudice Antonino di Pietro da Montenero, il vassallo di Russia Olliviero de’ Liberti, le famiglie romane de’ Rutelli e de’ Veltroni, il cavaliere milanese Fausto Bertinotti, e millanta altri che a nominarli uno a uno troppo lunga istoria sarebbe.

Ma su un di questi conviene che un poco mi soffermi, un tal Clemente, mastro campanaro in quel di Ceppaloni, uomo ambizioso e ottimo oratore. Pur di bassa condizione e povero de’ beni di fortuna, con gran pazienza aveva radunato sotto le sue insegne una schiera picciola ma bellicosa di signorotti e notabili suoi compaesani, e con questi fece e brigò in modo tale e con tanta perizia, che la sua fama crebbe in tutto il beneventano, e con quella le provigioni che nobili e duchi gli facevano per i suoi molti servigi. Egli ebbe per moglie la baronessa Alessandra de’ Lonardi, donna eccellentissima e d’ogni virtù ornata, la quale ad altro non attendeva, che onorare e intertenere tutti coloro che ella giudicava utili ad accrescere la fama e i beni di fortuna del marito.
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Chi compra e chi vende

Monday, September 17th, 2007

Karl Marx, tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Karl_MarxLavora con noi! Entra anche tu nella grande famiglia della Persiconi Immobiliare SpA. Ti offriamo un lavoro stimolante in un ambiente collaborativo, eccezionali opportunità di crescita professionale e l’occasione di mettere le tue capacità al servizio di un grande progetto di crescita economica e culturale.

Promette bene, questa Persiconi Immobiliare SpA. Quasi quasi vado a vedere.

– Buongiorno signor Persiconi.
– Buongiorno! Ma prego, s’accomodi! Faccia come se fosse a casa sua! Casa sua! Ha capito la battuta? Casa sua, dato che siamo un’immobiliare, capisce? Ah ah ah ah!
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La pizza e il mugiko

Tuesday, July 17th, 2007

fettaLa calura, si sa, favorisce l’evaporazione dell’acqua e degli umani, che in gran parte d’acqua sono composti. A questa osservazione naturalistica se ne aggiunga una d’ordine poetico: calura fa rima con clausura. Da codesti assiomi si evince che un individuo appartenente alla specie umana esposto a temperature elevate cercherà di ostacolare l’evaporazione di sé medesimo, imponendosi uno stile di vita claustrale.

Gli effetti del suddetto comportamento – dettato forse dal comune istinto di sopravvivenza, forse dalle superiori doti intellettuali dell’umano genere – sono le più disparate: stanchezza, indolenza, attacchi improvvisi di misantropia, sublimi onanismi mentali, visioni mistiche di campi innevati, e un generico rilassamento morale, che nei casi più acuti può spingere alle azioni più inconsulte, come seguire con interesse un talk show d’argomento socio-politico.

Questo, in sintesi, è quello che ho risposto a Fabio, che giusto ieri mi mandava un’email per invitarmi a mangiare una pizza, lui Mario e io. «Scusa neh» ha risposto Fabio quasi subito «ma non facevi prima a dire che non ne hai voglia?». Al che, lo confesso, mi sono risentito, ma mi sono armato di pazienza e ho risposto a mia volta:
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Il ghiaccio

Tuesday, June 19th, 2007

Sculture di ghiaccio, tratto da bergbahnen.zermatt.chIn prossimità dei poli sono flotta imperiale, perfida trappola tesa ad ogni vascello che ai limiti del mondo s’avventura. Di continenti vasti e impenetrabili io sono il Re, monarca assoluto e invitto, continente io stesso, io medesimo mondo, io universo, io tutto. Altrove sono un piccolo servo cubico e fedele, pronto a tuffarmi nei calici degli accaldati, felice di offrire la mia vita per loro, qual navicella trasparente su minimi flutti colorati e alcolici, naufrago nelle gole dei gaudenti estivi.

I bicchieri viaggiano a decine, dai banconi alle labbra di centurie assetate. Miriadi di piedi calzati alla leggera invadono la piazza ancora bollente, scacciando il sole dietro la torre dell’orologio. Camerieri di cento nazioni servono in silenzio gli assisi, mentre la folla degli appiedati diffonde nell’aria trilli di gioie e di bracciali dorati.
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Il tetto

Monday, March 19th, 2007

tetto, tratto da http://www.panoramio.com/photo/9545Magnifica giornata, non c’è che dire. Limpida, serena, cristallina come solo certe giornate d’inverno sanno essere, ma anche pervasa da un tepore amichevole e incoraggiante. Le condizioni atmosferiche influenzano da sempre l’umore dei tetti e la qualità delle loro speculazioni. Non v’è chi non sappia, per esempio, che un temporale rende un tetto felice fino all’euforia, mentre gli ardori canicolari lo sprofondano in stati malinconici prossimi alla depressione. Le giornate come questa stimolano la nostra indole meditativa.

Che io sia tetto, a dire il vero, è un’affermazione meno scontata di quanto possa apparire, e meriterebbe forse il sostegno di robusti puntelli argomentativi. Non è ancora assodato, infatti, in che cosa consista la vera essenza di un tetto, né quali attributi lo distinguano dal non tetto: non la collocazione sopraelevata, che condivide con balconi e cornicioni; non la funzione di copertura, giacché anche i solai coprono; non la forma, che può essere la più varia, né tanto meno i materiali impiegati a costruirlo. Eppure chiunque, osservando una casa, è in grado di indicarne il tetto – posto che quella casa ne abbia uno.
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Il gatto

Friday, January 5th, 2007

gatto egizio, tratto da http://commons.wikimedia.org/wiki/Category:Cats_in_Ancient_EgyptUscire dal salotto, e poi dalla casa, mi procura come al solito una piccola vertigine, che accolgo anche questa volta quale indizio della mia esistenza, al pari delle numerose esperienze sensibili che mi connotano: brividi, sussulti, tremori, fitte dolorose, accessi di panico, angosce e terrori di varia natura costituiscono la marca invalicabile di me stesso. Al di qua ci sono io, al di là il resto del mondo, ovvero ciò che non sussulta e non rabbrividisce in me, ciò che con infinita saggezza è ignaro di me. Che io non sia del tutto ignaro di ciò che mi ignora è la prova di quanto poco io sia saggio.

Un gatto attraversa la strada, corre per pochi metri sul muretto che costeggia il marciapiede e poi scivola attraverso le sbarre di una cancellata. Ora è immobile in un cortile illuminato soltanto da un quarto di luna, le orecchie appiattite sulla testa, gli occhi spalancati su di me o sul punto da cui è entrato. Forse teme che da lì possa venire l’assalto di una creatura mostruosa, ringhiante, ostile, decisa a sorprenderlo per affondare zanne enormi nei suoi fianchi.
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