Non l’ho letto e mi piace

January 22nd, 2012

Gaia ServadioGaia Servadio ha scritto — secondo l’autorevole parere di Giulio Mozzi — “il romanzo più divertente di tutta la letteratura italiana del Novecento”. Il romanzo in questione, intitolato Tanto gentile e tanto onesta, fu pubblicato nel 1967 da Feltrinelli. Qui una recensione all’edizione americana uscita nel 1968 con il titolo Melinda.

Oggi, gironzolando per librerie, non solo ho beccato una quarta edizione di Tanto gentile e tanto onesta allo stratosferico prezzo di dieci euro, ma anche un altro libro a firma Servadio, Feltrinelli 1968, otto euro, che in realtà contiene due libri: Don Giovanni e L’azione consiste.

Entrambi i volumi fanno parte della collana “I Narratori”. Tanto gentile e tanto onesta ha la copertina rossa con il nome dell’autrice scritto in giallo. L’altro volume ha la copertina gialla con il nome dell’autrice scritto in rosso. In realtà ha due copertine, una per Don Giovanni e una per L’azione consiste. Per spiegare il modo in cui le due copertine (e, di conseguenza, le due parti del libro) sono giustapposte, capovolte, sottosopra, varrà, come suol dirsi, più l’immagine che la parola.

Gaia Servadio, Don Giovanni e L'azione consiste, Feltrinelli 1968

Tanto gentile e tanto onesta l’ho letto qualche tempo fa, per interposto Mozzi, e posso dire senza esitazione che mi piacque. Il duplice libro dalla copertina gialla ancora non l’ho letto, non del tutto, ma dico in anticipo che mi piace. Fin dalle prime battute, infatti, ci ho trovato il triplice segno che contraddistingue questa ahimè poco conosciuta principessa della letteratura italiana: allegria, eleganza e (auto)ironia. L’azione consiste inizia così:

“Voglio anche vedere che no.” Parlava in modo così strano. Bisogna che trovi un nome per quest’uomo. I nomi sono le cose più difficili dei romanzi. Se ci metto Marco o Carlo mi diventa subito raffo. Peggio Charles o Peter. Né nazionalità, né luogo, né tempo. Guardare nel dizionario mitologico e nel Who’s who. Per ora lo chiamo Q.
“Mi dice allora che fare?” disse la protagonista.
Lo stesso per lei. Un bel nome ci vuole. Deve essere un po’ sdato. Un nome già molto usato che con lei diventa tutto diverso.

Giusto per la cronaca, e senza voler anticipare nulla di questo invisibile capolavoro della letteratura italiana contemporanea, la protagonista si chiama Salomè.

Riporto infine le note biografiche dell’autrice che si trovano in prefazione alle due parti del volume giallo, lasciando al lettore il piacere e l’onere di decidere quale delle due sia più vicina al vero.

Da L’azione consiste:

Fin da giovanissima Gaia Servadio, nata a Roncolano nel 1894, si dedicò alla letteratura ed alla politica. Si parlò di lei per la prima volta quando, a Livorno, venne cacciata dal partito comunista. Più tardi, dopo essersi laureata in filologia nell’università dell’Ohio e in teologia copta in Minnesota, pubblicava in Italia gli ormai classici La Pacioccona, La Padovana e La Baldraccona. Vinceva nel ’33 il premio Campus Belli per la letteratura. Tornata in Italia collaborò a “I fasci lavoratori” per cinque anni. Nel ’42 vinceva il Premio Fiesso d’Artico per la saggistica. Dopo la guerra rifletteva sulle sue associazioni nell’ormai famosissimo libro Ho sbagliato e si iscriveva al partito comunista. Così, al pamphlet La razza ariana e la razza ebrea (pubblicato in tedesco e in italiano nel ’40) faceva seguire, idealmente, nel ’50, L’amore del prossimo. Nel ’53 le venivano attribuiti contemporaneamente lo Stresa e il Gardone. Poco prima di mancare, nel 1963, era stata eletta sindaco socialista di una cittadina degli Abruzzi. La sua posizione culturale e la sua schiettezza ed esuberanza politica hanno fatto di questa scrittrice uno dei più grandi personaggi italiani del secolo.

Da Don Giovanni:

Gaia Servadio è nata nel 1938. Dal 1956 risiede a Londra. Nel 1956 si trasferisce in questa città per specializzarsi in grafica e tipografia; studia alla Camberwell School, St. Martin’s, London University. Si laurea nel 1960 e, nello stesso anno, sposa William Mostyn-Owen, storico dell’arte e assistente di Bernard Berenson. Ha due bambini, Owen ed Allegra, vive tra Londra e la Scozia.
Ha collaborato a “Il Mondo”, “L’Espresso”, “Il Caffè”, “La Gazzetta di Parma”, “Il Corriere della Sera”, “The Daily Telegraph”, alla BBC Television, alla BBC italiana e alla RAI.
Il suo primo romanzo, Tanto gentile e tanto onesta, sta per essere pubblicato in Inghilterra, negli Stati Uniti, in Francia e in Germania.
Attualmente collabora a “La Stampa”, “Stampa-Sera” e alla “Fiera letteraria”.

Carmina dant panem (pochino, ma lo danno)

December 6th, 2011

Copincollo dal sito dell’editore SenzaPatria.

SenzaPatria Editore ringrazia quanti hanno finora acquistato il libro di fiabe C’era (quasi) una volta.
Un primo bonifico di 400 euro e’ stato accreditato sul conto intestato alla onlus NutriAid per la tutela dei diritti dell’infanzia.
Chi volesse finanziare il progetto puo’ richiedere il libro a info@senzapatriaeditore.it

49

November 15th, 2011

Oggi, quarantanovesimo compleanno del titolare, mi sembra adeguato ripescare un post di qualche anno fa.

L’incanto di pagina 49

Immagine tratta da home.earthlink.net/~cashinbook/pages/page-49.jpgNon potrebbe la vita essere tutta un sogno? In termini più precisi: c’è un criterio sicuro per distinguere il sogno dalla realtà, il fantasma dall’oggetto reale? [A.Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, pag. 49]

Ordunque lei mi chiede, egregio professor Schopenhauer, se non sia possibile che la vita tutta sia sogno. Se cioè l’uomo sia in grado di distinguere ciò che egli rappresenta alla propria coscienza in istato di veglia da ciò che gli appare quasi fantasmaticamente durante il riposo notturno. La domanda non è banale e richiede una risposta articolata e fondata su documenti di sicuro prestigio e autorità.

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Son profeta mica per niente

November 9th, 2011

Cinque mesi fa, alla vigilia del quadruplice referendum che secondo alcuni, se vinto, avrebbe determinato la caduta del governo, profetizzai:

Del significato politico dei referendum, se cioè possano contribuire alla caduta o alla tenuta del governo in carica, me ne infischio. Anni e anni di storia repubblicana dovrebbero aver insegnato che i governi nascono e muoiono in parlamento: con o senza manovre di palazzo, con o senza spallate, con o senza bizantinismi più o meno decifrabili, ma sempre in parlamento, e questa volta non sarà diversa dalle altre.

Dopo quello che è successo ieri, per l’appunto in parlamento, c’è qualche speranza che il peggior governo della storia repubblicana finisca davvero.

Un giocattolo per figli con la testa tra le nuvole

November 4th, 2011

“Mosso dal dubbio moderno e fuorviante che le fiabe siano racconti per bambini, mi sono avvicinato a questa raccolta con l’esitazione di un adulto che prende in mano un giocattolo per figli con la testa tra le nuvole”.

Matteo Telara recensisce C’era (quasi) una volta, il libro di quasi fiabe del terzo millennio, mostrando perché le fiabe non sono (solo) racconti per bambini.

Ti racconto la storia

October 22nd, 2011

Shoah, tratto da filosofiastoria.wordpress.com(preso pari pari da qui)

Sono online sul sito web dell’Archivio Centrale dello Stato di Roma, da fine settembre 2011, le testimonianze audiovisive di 433 superstiti italiani della Shoah.

L’archivio digitale è parte della più ampia racconta mondiale conservata dalla Shoah Foundation di Los Angeles, l’istituzione culturale creata da Steven Spielberg nel 1994 per la raccolta delle testimonianze dei sopravvissuti alla Shoah. Si tratta della più grande raccolta esistente di interviste audiovisive (circa 52.000, raccolte in 70 paesi e in 37 lingue diverse). Sono stati intervistati testimoni della persecuzione fascista e nazista contro gli ebrei, gli omosessuali, i sinti e rom e le vittime di esperimenti eugenetici, a partire dal 1933 e fino al termine della seconda guerra mondiale. Fra loro, i sopravvissuti ai campi di concentramento e sterminio, le persone che si sono salvate dall’arresto con la fuga o nascondendosi, chi li ha aiutati e soccorsi, e poi ancora uomini e donne appartenenti a formazioni della resistenza, soldati che hanno liberato i campi e persone che, a diverso titolo, hanno partecipato a processi per crimini di guerra.

Le 433 interviste in lingua italiana, oltre che nell’A rchivio Centrale dello Stato di Roma, sono conservate presso l’archivio dell’Istituto del Dornsife College of Letters, Arts & Sciences della University of Southern California. Il software per la fruizione online è stato messo a disposizione dalla Shoah Foundation, che permette la visione in streaming attraverso la conversione di oltre duemila filmati in formato digitale mpeg1 e flv.

L’accesso al materiale audiovisivo viene effettuato dall’utente previa registrazione online al servizio; malgrado l’esistenza delle liberatorie rilasciate dagli intervistati, la particolare delicatezza delle testimonianze ha suggerito una procedura non automatica di accesso ai filmati. Le credenziali vengono rilasciate comunque in tempi molto rapidi.

Sul realismo

September 30th, 2011

Un testo realista nel senso di perfettamente simile alla realtà, nei suoi aspetti minimali, è un’evidente assurdità.

Novello Auerbach, falso idillio riflette sul realismo in letteratura. Da leggere.

(il lettore volenteroso e incline a perdere tempo può trovare temi simili in un vecchio racconto vergato da me qui)

Il neutrino vittorioso

September 25th, 2011

Che l’attuale governo sia composto da una manica di incapaci l’ho già detto più volte, quindi non lo ripeterò (gramo espediente retorico: l’ho appena ripetuto). Aggiungo solo che avere Tremonti alla guida del ministero dell’economia o Maroni agli interni o Frattini agli esteri mi preoccupa molto più del fatto che a capo della pubblica istruzione ci sia Mariastella Gelmini: i danni prodotti dall’incompetenza dei primi tre possono avere conseguenze molto più immediate e letali di quelle pur drammatiche che può produrre l’ultima.

O forse no.

Come tutti sanno, l’altro ieri la Gelmini ha creato una delle migliori battute comiche dell’ultimo millennio sostenendo in un comunicato che l’Italia ha contribuito “alla costruzione del tunnel tra il Cern ed i laboratori del Gran Sasso”, ovvero il percorso che un fascio di neutrini avrebbe recentemente coperto a una velocità superiore a quella della luce, naturalmente in assenza di tunnel veruno. Vabbe’, la ministra è deboluccia in fisica, geografia e tunnelologia, e questo fa giustamente ridere.

C’è però un’altra perla in quel comunicato che è stata un po’ trascurata dalla rete[1], forse perché battuta sul filo di lana dell’assurdità dal tunnel fantasma. Eccola:

Il superamento della velocità della luce è una vittoria epocale per la ricerca scientifica di tutto il mondo.

Ho provato a immaginare la scena che doveva avere in mente la ministra un attimo prima di immortalarla in indelebile comunicato ufficiale: i ricercatori del Cern e quelli del Gran Sasso, armati di birra e popcorn, guardano la gara in TV (la finale dei 730 chilometri in tunnel deve esserci per forza in TV). Partiti! La luce scatta alla consueta velocità di duecentonovantanove e fischia mila chilometri al secondo. Per i primi nanosecondi i neutrini subiscono l’iniziativa dell’avversaria, quand’ecco che a trenta chilometri dalla fine accade l’imprevedibile: un neutrino finanziato dal governo italiano allunga la falcata; la luce tenta di reagire, ma è in evidente difficoltà; il neutrino la supera in volata tagliando per primo il traguardo con un vantaggio di quindici metri! Campioni del mondo! Campioni del mondo! Grida di vittoria dagli anfratti del Gran Sasso; un ricercatore del Cern abbraccia convulsamente i colleghi urlando “Vittoria! Vittoria! Vittoria epocale!”. Sono tutti felici tranne uno, poveretto, che aveva scommesso venti euro sulla luce.

Non riesco a decidere se devo ridere ancora di più o passare dal riso sarcastico al pianto sconsolato. Altro che declassamento del debito pubblico: una così può rovinarci la reputazione per i prossimi venti secoli.

——
[1] Un commento l’ho trovato qui

Libertà di stampa

September 23rd, 2011

Temete che il satellite UARS possa cascarvi sulla testa? Tranquilli! Da tempo la Nasa ha predisposto l’apposito sito per seguire da vicino le piroette di avvicinamento del coso al nostro pianeta.

L’ultimo aggiornamento risale alle 4 circa di questa mattina e dice questo:

As of 9:30 p.m. EDT Sept. 22, 2011, the orbit of UARS was 110 mi by 115 mi (175 km by 185 km). Re-entry is possible sometime during the afternoon or early evening of Sept. 23, Eastern Daylight Time. The satellite will not be passing over North America during that time period. It is still too early to predict the time and location of re-entry with any more certainty, but predictions will become more refined in the next 24 hours.

In soldoni, la Nasa ci informa che l’impatto con l’atmosfera avverrà più o meno questa notte, a un’ora imprecisata, in un luogo imprecisato, ma al di fuori del Nord America, e che al momento non è possibile fare previsioni più precise.

Questo secondo la fonte più autorevole in materia. A dar retta ai giornali italiani, invece, si può essere indotti a ipotizzare un serio rischio che i satellitari frammenti cadranno sul suolo patrio, precisamente a Parma e Piacenza, riunite per l’occasione nello storico ducato. (L’esempio viene da Repubblica, ma altre testate online non sono messe meglio).

Ecco, io non chiedo mica di abolire la libertà di stampa, che è un diritto fondamentale, ma abolire almeno la libertà di sparare cazzate a mezzo stampa è chiedere troppo?

Per il centro studi Giorgio Manganelli

September 6th, 2011

Lettera aperta di Armando Adolgiso a Stefano Boeri, assessore alla cultura del comune di Milano, per sollecitare un sostegno anche economico al benemerito Centro Studi Giorgio Manganelli. Spero che non resti lettera morta.

La scollatura della Marisa

September 4th, 2011

C’è modo e modo per dire le cose. Nella frase che precede questa, per esempio, il lettore scafato ne avrà senz’altro riconosciuti due: l’indicativo e l’infinito.

L’indicativo è il modo gentile e amichevole del colloquio, delle gite domenicali, delle chiacchiere pomeridiane al parco: sono andato al cinema con la Marisa e non ho visto il film, ma ho tenuto gli occhi inchiodati alla sua scollatura per tutto il tempo. Questo è il modo prìncipe della prosa, il modo in cui miliardi di individui dalla notte dei tempi hanno potuto esprimere tutto ciò che è quotidiano, familiare, rassicurante da un lato, ineluttabilmente noioso dall’altro.

L’infinito, al contrario, è il modo grazie al quale noi bipedi loquaci possiamo partire per la tangente, sognare, immaginare mondi alieni, fantasticare, è cioè il modo che ci consente di evadere dall’indicativo, di accantonare l’opprimente prosaicità quotidiana a favore di un tempo nuovo, dilatato, un po’ perso fra le nuvole: Oh, andare al cinema con la Marisa e non vedere il film, ma tenere gli occhi inchiodati alla sua scollatura per tutto il tempo!

Che il congiuntivo sia vagamente ecclesiastico e burocratico è un pregiudizio. Certo, la sua variante esortativa, parente stretta dell’imperativo, ricorda troppi professorini col ditino alzato e istiga alla ribellione linguistica, un po’ come il gesso che stride sulla lavagna, ma ciò non toglie che il congiuntivo sia anche tutto l’opposto, cioè un modo mite, incerto, incline al rossore e alla ritrosia, incapace di concludere, dubitativo, forse bisognoso di incoraggiamenti o di abbracci materni: E se andassi al cinema con la Marisa e non vedessi il film, ma tenessi gli occhi inchiodati alla sua scollatura per tutto il tempo?

Inguaribilmente burocratico è invece il gerundio, un modo che fin dal nome odora di timbri, archivi e ugge impiegatizie. Avendo un carattere pedante, essendo occhialuto e di natura subordinata e parassitaria, il gerundio non è abbastanza autonomo per dire qualcosa di suo, ma ha sempre bisogno di una principale a cui appoggiarsi: Andando al cinema con la Marisa e non vedendo il film, ma tenendo gli occhi incollati alla sua scollatura per tutto il tempo. Manca qualcosa, nevvero?

Il condizionale è ritenuto universalmente, e a ragione, il re dell’ipotetico. Non c’è modo migliore per dire ciò che potrebbe essere o che sarebbe potuto essere stato e, proprio per questo suo commercio con le congetture e le supposizioni, il condizionale ha la postura a un tempo mesta e desiderante degli insoddisfatti: Andrei al cinema con la Marisa e non vedrei il film, ma terrei gli occhi inchiodati alla sua scollatura per tutto il tempo.

C’è modo e modo per dire le cose e forse dovrei ancora spendere due parole sull’ambiguità del participio o sulla depressione dell’imperativo, ma dopo tutto, a parte il modo, quello che volevo dire è che la scollatura della Marisa è un film meraviglioso.

Odifreddi e altri polpettoni

August 30th, 2011

Avviso: questo post, oltre a essere un pippone, è infarcito di frasi di Piergiorgio Odifreddi. Poi non dite che non lo sapevate.

Dopo due settimane di serena disconnessione, apprendo dall’Estinto che Piergiorgio Odifreddi, probabilmente a causa della canicola agostana, ha deciso di avventurarsi in campo letterario, introducendosi in un dibattito in corso fra Umberto Eco ed Eugenio Scalfari [1].

Un dibattito che, considerata l’età e la carriera dei due intellettuali, suggerirebbe a chiunque di tenersi prudentemente alla larga, allo stesso modo in cui ogni persona assennata che mai abbia giocato in una squadra di serie A si terrebbe alla larga da una discussione calcistica in corso, che so, fra Gigi Riva e Sandro Mazzola. Ma Odifreddi no, lui non è abbastanza prudente e si lancia a corpo morto, diciamo così, nella mischia. Vediamo come:

Se mi permetto, da scienziato, di intromettermi nel dibattito come “terzo fra cotanto senno”, è solo perché mi sembra che sia Eco che Scalfari, da umanisti, tendano a sottovalutare l’effetto deleterio che dosi massicce di finzioni finiscono per avere sul principio di realtà.

Ora, non so voi, ma io mi aspetto che quando qualcuno si inserisce in una discussione lo faccia partendo da qualche enunciato degli interlocutori, per sostenerlo, modificarlo, integrarlo o magari demolirlo con argomenti appropriati. Odifreddi no. Lui parte dal presupposto che gli interlocutori abbiano peccato contro qualcosa, nel caso particolare contro la corretta valutazione del rapporto fra dosaggio finzionale e principio di realtà. Lo fa “da scienziato”, dice lui, ma non c’è traccia di metodo scientifico nel suo modo di procedere.

Proviamo comunque a prendere per buona l’obiezione e a vedere come si esplicita secondo Odifreddi questo effetto deleterio delle finzioni sul principio di realtà:

Proviamo a ripercorrere brevemente le tappe della formazione della psicosi universale, creata dal pervasivo e invasivo mercato dell’illusione. Non appena i bambini acquistano l’uso della parola, e incominciano a fare domande su come sono nati, vengono loro fornite risposte idiote che vanno dai cavoli alle cicogne.
Quand’essi approdano all’asilo, incominciano a ricevere i rudimenti di una visione magica del mondo popolata di angeli e demoni, miracoli e castighi divini, roveti ardenti e nubi parlanti, ciechi guariti e morti risorti, che continuerà a essere contrabbandata nell’ora di religione di tutte le scuole.

Non è dato sapere cosa sia la psicosi universale di cui parla Odifreddi, il quale forse, essendosi dichiarato genericamente “scienziato”, crede di poter usare termini medici senza definirli. Dice però che questa psicosi è creata dal “pervasivo e invasivo mercato dell’illusione”, dunque il lettore potrebbe ipotizzare che abbia qualcosa a che vedere con i meccanismi dell’industria culturale, cioè con il campo dell’economia o della sociologia, ma resta spiazzato quando l’autore tira in ballo cavoli e cicogne — che rimandano all’agraria e alla zoologia — per poi passare alla pedagogia infantile e alla religione. A parte questo gran polpettone disciplinare, non si capisce cosa c’entri tutto questo con la finzione letteraria, cioè con uno degli argomenti di cui l’articolo, stante il titolo, avrebbe dovuto trattare. Ma non disperiamo:

In quelle stesse scuole, verranno anche sistematicamente impartiti insegnamenti letterari e filosofici dello stesso genere, dagli dèi omerici dell’Iliade e l’Odissea, alla schizofrenica voce del daimon socratico, ai regni dell’aldilà della Commedia dantesca, ai deliri idealisti di Hegel e Croce, al motto nietzschiano che “non ci sono fatti, solo interpretazioni”.
Parallelamente all’indottrinamento scolastico, il trinitario mercato letterario, cinematografico e televisivo sommerge il pubblico di storie irreali o magiche, dalle saghe del Signore degli Anelli e di Harry Potter a quelle delle Guerre Stellari o del Robert Langdon di Dan Brown. Per non parlare delle fiction televisive, sacre e profane, che intasano il piccolo schermo.

Pur continuando a ingrossare il polpettone con un pizzico di filosofia, un po’ di massmediologia e finanche uno zinzino di psichiatria, finalmente Odifreddi, superata la metà dell’articolo, infila nel mucchio qualche opera letteraria, dai poemi omerici alle più recenti saghe britanniche, ma lo fa, ahimè, senza mantenere nemmeno la parvenza di un aggancio agli articoli di Eco e Scalfari.

Eco si era limitato a mostrare come il confine tra verità e invenzione nelle opere letterarie sia spesso frainteso, portando l’esempio di un lettore ignaro della fondamentale distinzione fra opinioni dei personaggi e opinioni dell’autore. Scalfari aveva aggiunto che, ferma restando la distinzione fra realtà e finzione, molte opere letterarie in passato hanno avuto effetti diretti sulla realtà, contribuendo a definire epoche e passaggi storici. Eco aveva a sua volta replicato che sì, anche questo è vero, ma che restando «alla dimensione “aletica” (che cioè ha a che fare con quella nozione di verità condivisa dai logici, dagli scienziati o dai giudici)» l’incapacità di distinguere vero da verosimile, realtà da finzione, può essere socialmente pericolosa.

E che ti fa Odifreddi? Se la prende con gli dei omerici e con l’aldilà dantesco, come se prendesse per buona, e quindi pericolosa, l’invenzione letteraria, confermando per colmo di ironia l’ipotesi di Eco, cioè che esistono lettori «talmente preoccupati a prendere sul serio la storia che non si chiedono se sia raccontata bene o male; non cercano di trarne insegnamenti; non si identificano affatto nei personaggi. Semplicemente manifestano quello che definirei un deficit finzionale, sono incapaci di “sospendere la credulità” [2].

Odifreddi è talmente convinto che quel che si legge nei romanzi è vero da ipotizzare un’iniezione diretta della finzione letteraria nella realtà, arrivando a immaginare «una società che non vive della e nella realtà, appunto, ma è immersa nella finzione generalizzata». «C’è forse da stupirsi» si chiede retoricamente «se, ormai assuefatta alle storie dei cantastorie, quella società finisca poi col diventare facile preda dei contastorie, politici o religiosi che siano?». Per rispondere positivamente a questa domanda bisogna presupporre un nesso causa-effetto fra finzione letteraria e mentalità popolare, come se davvero l’Iliade potesse indirizzare automaticamente i lettori al paganesimo o la Divina Commedia al cristianesimo. Un nesso siffatto se l’era inventato (appunto) Cervantes nel Don Chisciotte: la classica “roba da matti”, insomma.

Tralascio la conclusione dell’articolo di Odifreddi, che è poco più che una pezza, limitandomi a notare che in un articolo che si intitola Menzogne letterarie e verità scientifiche, le prime sono state trattate di striscio e a sproposito, mentre delle seconde non c’è la minima traccia. Chiudo a mia volta brutalmente, ma per distinguermi dallo scienziato non lo farò assertivamente ma interrogativamente: l’uomo è andato sulla luna perché gli scienziati della Nasa hanno congegnato un modo efficace per andarci o perché Jules Verne cent’anni prima si era inventato una balla?

——
[1] La replica di Eco si può leggere qui.
[2] Così nel testo, ma poco prima Eco parlava propriamente di sospensione dell’incredulità, e così credo che vada letto anche in questo passo.

C’era (quasi) una volta

August 3rd, 2011

C'era (quasi) una volta, Senzapatria editore.

Dalla quarta di copertina: “I fanciulli trovano il tutto nel nulla, gli uomini il nulla nel tutto”. Così il giovane Leopardi sintetizzava nelle pagine dello Zibaldone la sua nostalgia per l’infanzia, età aurea vivificata da un’immaginazione senza freni. Gli autori di questa raccolta di fiabe hanno voluto, almeno in questa occasione, tornare a guardare il mondo con gli occhi incantati del fanciullo che un tempo sono stati.

***

O transeunte lettore, sappi che in questo libro di fiabe ci sono ventisei fiabe, di cui una scritta da me. Non era mai successo che un mio racconto venisse pubblicato per la prima volta su carta, né che su questo blog non comparisse un mio racconto comparso altrove, né tantomeno avevo mai scritto una fiaba prima d’ora.

Con tutte queste novità vuoi non comprarlo, il libro? Compralo, compralo, tanto più che, comprandolo, darai una mano a Nutriaid, un’associazione che da anni lotta contro la malnutrizione infantile in diversi paesi africani.

Un sogno comune da realizzare

August 2nd, 2011

di Lietta Manganelli

Da tempo stavo pensando a un raduno di manganelliani. Un fine settimana durante il quale studiosi, studenti, amanti e appassionati di Manganelli a qualsiasi titolo e livello, potessero incontrarsi, conoscersi, scambiarsi pareri e conoscenze, visionare trasmissioni televisive ormai storiche, ascoltare trasmissioni radiofoniche spesso dimenticate, insomma un incontro durante il quale ognuno possa raccontare il “suo” Manganelli.

Molte sono state le risposte positive che mi hanno spinto a cercare di realizzare concretamente questo progetto.

Dalla fine di Agosto un esperto del settore si occuperà di reperire una location a costo zero. Ora però è necessario conoscere il numero delle adesioni, per poter iniziare a programmare il tutto.
Se vi interessa, se volete partecipare, inviate una e-mail all’indirizzo manganelli@delam.it. Sarete contattati personalmente.

Grazie.

Lietta Manganelli

Gli uomini non sono tutti uguali

July 19th, 2011

“Una sera sorprendo me stesso – una persona mite, una persona che ha studiato – a tirare una ciabatta contro il televisore, mentre su La7 un deputato di destra e un deputato di sinistra parlano di scuola”. Leggi tutto l’articolo sul blog di Claudio Giunta