Fiutano la disperazione nelle capanne e la comprano

January 13th, 2010

tratto da www.latinamericanstudies.org1884. Edmondo De Amicis sale a bordo del piroscafo Nord America, destinazione Montevideo. Cinque anni più tardi il racconto di quel viaggio sarebbe stato pubblicato con il titolo Sull’oceano, un libro strano e lievemente teratologico: un po’ resoconto giornalistico, un po’ esercizio di ritrattistica letteraria, un po’ saggio sui vizi, le virtù e i destini della specie umana. Un mostriciattolo, ma non sgradevole, ingentilito da una scrittura limpida e pacata, colloquiale, confidenziale. Il piroscafo aveva biglietti di prima, seconda e terza classe, e in quest’ultima viaggiavano le avanguardie di quell’imponente flusso migratorio che a partire dalla fine dell’800 avrebbe portato milioni di diseredati italiani a cercare fortuna all’estero.

Dato l’argomento, non è raro che la lettura inneschi rimandi alle migrazioni contemporanee, fenomeno in cui il ruolo dell’Italia risulta invertito, da porto di partenza ad agognata meta di masse disperate. Trascrivo un brano che — mutando l’America in Italia e l’Italia in Africa — potrebbe essere letto con profitto da chi oggi nega l’umanissima miseria che “ci urla e ci singhiozza alla porta” e la usa come merce di scambio politico, non molto diverso, in questo, dai delinquenti che “fiutano la disperazione nelle capanne e la comprano”.

Certo, in quel gran numero, ci saranno stati molti che avrebbero potuto campare onestamente in patria, e che non emigravano se non per uscire da una mediocrità, di cui avevano torto di non accontentarsi; ed anche molti altri che, lasciati a casa dei debiti dolosi e la reputazione perduta, non andavano in America per lavorare, ma per vedere se vi fosse miglior aria che in Italia per l’ozio e la furfanteria. Ma la maggior parte, bisognava riconoscerlo, eran gente costretta a emigrare dalla fame, dopo essersi dibattuta inutilmente, per anni, sotto l’artiglio della miseria.

(…) La pietà era loro dovuta intera e profonda. E mettevano più pietà, se si pensava a quanti di loro avevan già forse in tasca dei contratti rovinosi, stretti con gli incettatori che fiutano la disperazione nelle capanne e la comprano; a quanti sarebbero stati afferrati all’arrivo da altri truffatori e sfruttati tirannicamente per anni; a quanti altri forse portavano già nel corpo, da troppo tempo malnutrito e fiaccato dalle fatiche, il germe d’una malattia che li avrebbe uccisi nel nuovo mondo.

E avevo un bel pensare alle cagioni remote e complesse di quella miseria, davanti alla quale, come disse un ministro, “ci troviamo altrettanto addolorati che impotenti”, all’impoverimento progressivo del suolo, all’agricoltura trasandata per la rivoluzione, alle imposte aggravate per necessità politica, alle eredità del passato, alla concorrenza straniera, alla malaria. (…) Non mi potevo levar dal cuore che ci avevano pure una gran parte di colpa, in quella miseria, la malvagità e l’egoismo umano: tanti signori indolenti per cui la campagna non è che uno spasso spensierato di pochi giorni e la vita grama dei lavoratori una querimonia convenzionale d’umanitari utopisti, tanti fittavoli senza discrezione né coscienza, tanti usurai senza cuore né legge, tanta caterva d’impresari e di trafficanti, che voglion far quattrini a ogni patto.

(…) E poi mi venivano in mente i mille altri, che, empitisi di cotone gli orecchi, si fregan le mani, e canticchiano; e pensavo che c’è qualche cosa di peggio che sfruttar la miseria e sprezzarla: ed è il negare che esista, mentre ci urla e ci singhiozza alla porta.

[Edmondo De Amicis, Sull'Oceano, Ibis 1991, pag. 51-54]

Incontenibile desiderio di prolungare l’amoroso convegno

January 10th, 2010

L’uomo che qualche giorno fa ha mandato in tilt gli apparati di sicurezza dell’aeroporto di Newark è stato arrestato. Si chiama Haisong Jiang, cinese ventottenne, e i suoi vicini giurano che lui e i suoi compagni d’affitto in una casa “in stile coloniale” sono tipi “molto tranquilli, bravi studenti che non hanno mai dato una festa”. Nonostante queste ottime e noiosissime referenze, il ragazzo rischia trenta giorni di carcere per quello che noi chiameremmo disturbo della quiete pubblica.

Secondo me, invece, Haisong Jiang non solo non dovrebbe essere incriminato, ma dovrebbe ricevere una medaglia al valore civile (o equivalente statunitense) per avere svelato le falle dei sistemi di sicurezza mettendo eroicamente a repentaglio la propria incolumità personale e la propria fedina penale.

Pare che il ragazzo, dottorando in biotecnologie mediche, abbia eluso i severi controlli dell’area imbarchi per dare un ultimo bacio alla sua fidanzata in partenza, meritevole ai suoi occhi di aver intrapreso un lungo viaggio per trascorrere con lui pochi indimenticabili giorni. Incontenibile desiderio di prolungare l’amoroso convegno.

Quest’uomo è pazzo, innamorato e completamente rincoglionito, roba che Abelardo, l’Orlando furioso, Romeo e Don Chisciotte messi assieme gli fanno una pippa. Da’ retta a me, Obama: medaglia, non carcere.

E poi c’è sempre quel gran genio di Maroni

January 9th, 2010

Offri un dito a Maroni

E vabbè, dài, non è mica giusto prendersela sempre con Roberto Castelli, ex-ministro, quando c’è in giro uno come Roberto Maroni, che purtroppo ex non è, ma ministro in servizio permanente effettivo.

Secondo questo genio — il quale, vorrei sottolineare, è il diretto responsabile della sicurezza dello stato e dei cittadini — se a Rosarno qualche decina di immigrati si rivolta ad anni di sfruttamento, lavoro nero, umiliazioni indicibili, condizioni abitative e igieniche disumane, minacce e spedizioni punitive (più correttamente pogrom), la responsabilità è tutta loro, cioè delle vittime di questo vero e proprio neo-schiavismo, mentre chi guadagna sulla loro pelle e li obbliga a vivere come animali è puro e immacolato.

Lupo con gli ultimi della terra, agnello con i potenti.

La logica di Maroni meriterebbe un trattato, una monografia, una voce in wikipedia. Questo Maroni è il medesimo che ha voluto a tutti i costi il reato di clandestinità, ovvero la riedizione aggiornata delle leggi razziali del 1938: allora gli ebrei, oggi gli immigrati irregolari, dichiarati criminali non per ciò che fanno, ma per ciò che sono: criminalità ontologica, fine dello stato di diritto, fine della civiltà.

Questo Maroni è lo stesso Maroni che ha lanciato una campagna di schedatura preventiva dei rom e dei sinti, oltretutto senza avere le palle di darle il suo vero nome, ma chiamandola eufemisticamente censimento. Perché secondo la logica maroniana il rom, il sinti, specialmente quello costretto a vivere in miseria nei campi nomadi, è un potenziale delinquente. Secondo la logica maroniana il povero è colpevole in quanto tale. Maroni, se potesse, istituirebbe il reato di povertà.

E così, mentre la criminalità organizzata continua indisturbata a gestire la tratta degli schiavi; mentre la crisi economica sta innescando una bomba sociale fatta di precarietà, sfiducia definitiva nello stato, miseria e privazioni; mentre insomma la nostra sicurezza è minacciata quotidianamente da mafiosi, faccendieri, palazzinari, schiavisti, sfruttatori, evasori fiscali e ogni altra sorta di parassiti di lusso, il prode Maroni continua bel bello a fare il muso duro con i disgraziati. Che uomo, neh?

Dov’eri, ministro Maroni, quando gli immigrati di Rosarno sono stati ridotti in schiavitù? Cosa stavi facendo tu, mentre i caporali rastrellavano questi disgraziati all’alba per conto di possidenti mal disposti ad assumere manodopera regolare? A quale nuova misura preventiva contro i più deboli stavi lavorando mentre gli immigrati di Rosarno erano costretti a vivere in condizioni disumane? Un ministro degli Interni con un minimo sindacale di onestà intellettuale si dimetterebbe immediatamente di fronte a questo disastro civile che lui — responsabile della sicurezza dello stato e dei cittadini — aveva il dovere di impedire.

Confesso: ne ho le scatole piene. Il prossimo che mi viene a dire che votare Lega non è peccato, perché è un partito popolare che ascolta la ggente, lo prendo a calci in culo da qui a Ponte di Legno.

L’ex-ministro Castelli

January 8th, 2010

Ieri sera ho guardato Annozero, la trasmissione di Santoro. Tra gli ospiti c’era l’ex-ministro Roberto Castelli della Lega Nord. Uno dei servizi della puntata riguardava i lavoratori di un call center che da mesi non ricevono lo stipendio e che per avere notizie dalla direzione dell’azienda, che si rifiutava di parlare con loro, hanno chiuso le uscite del posto di lavoro e hanno detto ai dirigenti: uscite pure, ma prima di uscire ascoltateci e diteci che fine hanno fatto i notri soldi.

L’ex-ministro Castelli ha voluto dire la sua sulla questione e quindi ha detto, rivolto ai lavoratori: ragazzi, attenzione che il sequestro di persona è reato.

Ora, io non so se l’ex-ministro Castelli ha qualche problema di percezione della realtà, ma dal servizio risultava chiaramente che nessuno aveva sequestrato nessuno e che i lavoratori avevano solo alzato un po’ la voce per farsi ascoltare dalla direzione. Tant’è che uno dei portavoce di questi lavoratori avrà detto almeno tre volte che per risolvere la questione sono intervenute le forze dell’ordine, e che le forze dell’ordine non hanno denunciato nessuno per sequestro di persona, ma anzi hanno consigliato ai dirigenti di ascoltare le ragioni dei lavoratori e di dar loro qualche risposta.

Cazzo c’entra il sequestro di persona, o stolido ex-ministro Castelli?

Ma non è tutto. Verso la fine della trasmissione è stata data la parola a una signora siciliana di trentasei anni, se non ricordo male, insegnante precaria in Sicilia. Questa signora ha raccontato in modo molto civile cosa significa essere precari della scuola a trentasei anni, criticando le scelte del governo in materia scolastica e soffermandosi in particolare sul problema dell’affollamento: classi di trenta alunni, diceva, sono un problema serio.

L’ex-ministro Castelli ha voluto dire la sua anche su questo, purtroppo, e non ha trovato niente di meglio da dire se non raccontare che lui ha fatto il liceo assieme a Formigoni, e che in classe erano quarantaquattro, e che lui e Formigoni non sono mica stati lì a lamentarsi, ma si sono rimboccati le maniche e adesso guarda dove sono arrivati, e che la signora insegnante precaria, invece di lamentarsi di classi di appena trenta alunni, doveva anche lei rimboccarsi le maniche, essere ottimista, lavorare sodo e guadagnarsi la michetta come fecero quegli sfigati che hanno fatto il liceo in classi da quarantaquattro (sfigati, a onor del vero, lo dico io, perché per Castelli la sfiga di aver fatto il liceo in condizioni così indecenti sembrava un punto d’onore).

Ora, l’ex-ministro Castelli è nato nel 1946, quindi ha iniziato il liceo nel 1960 (salvo bocciature), cioè cinquant’anni fa. Io vorrei fare qualche domanda all’ex-ministro Castelli: credi tu, ex-ministro Castelli, che ci siano buone ragioni perché la scuola di oggi ripeta gli errori della scuola di cinquant’anni fa? Credi davvero, ex-ministro Castelli, che oggi, nel 2010, sia un atto decente insultare un’insegnate precaria dicendole che dovrebbe lavorare anziché lamentarsi dello sfascio della scuola pubblica? Credi davvero che avere avuto la sfiga di frequentare una classe affollatissima ti dia il diritto di prendere per il culo una civile insegnante precaria siciliana che si rifiuta di veder ripiombare la scuola pubblica ai livelli di cinquant’anni fa?

Io capisco che frequentare il liceo in quelle condizioni, oltretutto con Formigoni come compagno di classe, possa lasciare segni indelebili nella psiche di chiunque, ma farsi vanto delle proprie miserie è un gesto abietto e meschino. Le persone intelligenti e sensibili lottano per impedire che le proprie miserie si ripetano. Le persone decenti non rispondono ai problemi di oggi sbandierando i propri di cinquant’anni fa, o indecente ex-ministro Castelli.

Il baco del 2010

January 6th, 2010

Pare che su alcuni telefoni arrivino SMS dal futuro, precisamente dal 2016, una stranezza che può essere accolta con un’alzata di spalle e una risata. Anche una banca australiana, però, riceve transazioni con carta di credito datate 2016 e ci sono problemi simili in Germania. Qui la cosa si fa un po’ più seria, perché, se la carta di credito scade prima del 2016, i sistemi informatici della banca si rifiutano di sganciare il conquibus, e il malcapitato utente non può pagare la calza della befana per i bimbi, o il pieno dell’auto, o la cena con l’amorosa al ristorante chic.

Perché proprio il 2016? Hacker quaedisti all’opera per destabilizzare il capitalismo occidentale? Virus informatici a scoppio anticipato? Interruzione imprevista del continuum spazio-temporale? Complotto pippoplutomassonico? Macché: è un baco, il famigerato Y2.01K bug, il baco del 2010, uno strascico inatteso del famoso millenium bug.
Read the rest of this entry »

Pensa te cosa succede

January 5th, 2010

Quando ho letto che per Renato Brunetta “l’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro” — cioè l’incipit della Costituzione italiana — non significa alcunché, mi è subito venuto in mente Corrado, il presentatore televisivo, quando disse che “l’Italia è una repubblica democratica fondata sulle cambiali”, e si beccò un cazziatone dalla direzione della Rai. Quella lì, pensavo, è l’unica battuta memorabile di Corrado, che per il resto faceva ridere per un certo suo modo di muoversi, per certi suoi sguardi storditi e complici, più che per quello che diceva.

Mentre ero lì che pensavo a Corrado, ho pensato che Brunetta, invece, fa ridere per quello che dice, sì, ma di quel ridere denigratorio e un po’ cattivo che scatta quando si assiste a una gaffe o a un’asinata plateale, come quando D’Alema canna i congiuntivi, per capirci. In quelle occasioni scatta, la risata, non tanto per l’asinata in sé, quanto per il contrasto fra l’asinata e la posa intellettualistica e vagamente professorale del personaggio.

Alla fine mi sono ritrovato a immaginare un quiz televisivo sulla Costituzione italiana condotto da Corrado, con Brunetta e D’Alema come concorrenti. Corrado domandava “cosa significa il primo comma dell’articolo 1 della Costituzione?”. D’Alema schiacciava il pulsante e diceva “credo che vuole dire che se non c’erano stati i lavoratori…”, poi Brunetta schiacciava il pulsante e diceva “ma che cazzo vorrà mai dire? Sarà una delle solite stronzate dei comunisti”. Allora Corrado allargava le braccia e faceva quel suo sguardo stordito e complice, e quello sguardo — tutti gli spettatori lo sapevano — significava “in due non ne fanno uno buono” e allora ridevano tutti, gli spettatori.

Pensa te cosa succede al cittadino comune quando Brunetta apre bocca, per tacere di D’Alema.

Madeleine Santschi

January 5th, 2010

Poco fa ho saputo che Madeleine Santschi è morta il 3 gennaio. Si è spenta serenamente, dice l’email, che ho ricevuto, credo, perché tre anni fa ho dedicato qualche post ad Antonio Pizzuto, uno degli autori italiani che questa letterata elegante ha traghettato in lingua francese.

In rete non si trovano molte notizie su di lei. Sul sito di Leonardo libri c’è un suo breve profilo biografico. Poi Una bibliografia che rende conto del suo lavoro di traduzione dall’italiano: Dario Niccodemi, Antonio Pizzuto, Albino Pierro, Grazia Deledda, Laura Betti.

Infine un video in cui parla della sua esperienza con Antonio Pizzuto, che ricorda così: Era molto esigente, molto fraterno, direi dolce, ma nello stesso tempo di una densità infracassabile, dunque non si poteva spaccarlo. Era lì.

Di Pizzuto Madeleine Santschi ha tradotto la parte terminale dell’opera, Pagelle e Ultime, la parte più ardua e aerea, ostica per molti lettori italiani, anche fra quelli più attrezzati, ma non per questa signora delle lettere. Riposi in pace.

Gianni Rodari in mp3

January 3rd, 2010

In rete c’è un signore che non solo si è preso la briga di trasferire l’opera in effigie da cassetta a file mp3, ma l’ha pure messa a disposizione di noi mortali con tanto di copertina originale. Sempre gli siano favorevoli i numi della salute e della fortuna.

Tutti i dettagli dell’operazione nel blog del benemerito distributore di chicche.

(notizia appresa da Pensieri spettinati, via cutulisci e dottorcarlo).

Dieci domande per un nuovo decennio

December 31st, 2009

Un nuovo decennio incombe e la domanda aleggia: cosa resterà degli anni zero del ventunesimo secolo? La paura ingiustificata per il millenium bug? Il crollo delle Twin Towers? Le guerre più o meno telegeniche? Lo tsunami? Il terremoto di Bam? Quello dell’Aquila? Il boom economico di Cina e India? L’iPod? La Wii? Il primo presidente nero degli USA? Le scarpe lanciate contro Bush? Il duomo di Milano contro Berlusconi? Il global warming? La morte di Pavarotti? La sopravvivenza di Andreotti? La dipartita di Michael Jackson? I blog? I social network? Le poesie di Sandro Bondi?

Mah, boh, chi può dirlo.

Quel che resta, come tutti sanno, non dipende da ciò che è stato, ma da ciò che sarà: ricorderemo di questi anni le cose che tra dieci, venti o cent’anni i casi della vita e lo stato dell’umano genere renderanno di volta in volta degne di memoria. Porsi adesso la fatidica domanda è un esercizio non privo di stoltezza, diciamo pure un atto di demenza cosciente, un po’ come gli oroscopi.

Meglio comparare che divinare. Cinquant’anni fa, da queste parti, la simpatica specie di scimmie autocoscienti a cui appartengo era certamente messa peggio di oggi: c’era a mala pena il telefono, figuriamoci il cellulare. Non c’erano personal computer, non c’era internet e i pannelli fotovoltaici erano esperimenti spaziali. L’istruzione era un privilegio di pochi, la mentalità era chiusa e bigotta, la circolazione delle idee e delle persone era limitata.

E però dubito che il 31 dicembre 1959 qualcuno si chiedesse cosa sarebbe restato di quegli anni cinquanta. Ci si chiedeva casomai come sarebbero stati i dieci anni successivi. Domanda non meno stupida dell’altra, beninteso, ma che almeno indica un ottimismo di fondo, la voglia di guardare avanti, una discreta dose di fiducia nel futuro.

Per esempio, l’Unità del primo gennaio 1960 pubblicava dieci domande rivolte a un campione rappresentativo di cittadini sovietici. (Diversamente dalle famose dieci domande di Repubblica a Berlusconi, nella stessa pagina erano pubblicate anche le risposte, che però, va detto, han tutta l’aria di essere inventate di sana pianta). Eccole:

1) Cosa intendete con la parola comunismo?
2) Pensate che nei prossimi 10 anni avremo la pace o la guerra?
3) Cosa pensate di Stalin?
4) Cosa pensate di Krusciov?
5) Oggi in URSS si sta meglio che nel passato?
6) Pensate che l’URSS raggiunga l’America nel 1970?
7) Avete mai conosciuto americani?
8) Cosa vi manca e vorreste ottenere subito?
9) Che ne pensate della religione?
10) Che cosa intendete per cultura?

Lascio queste domande di cinquant’anni fa a tutti i lettori di passaggio assieme agli auguri di un ottimo 2010 e di sfolgoranti anni dieci.

Il nuovo gioco di zop

December 22nd, 2009

Dopo sette anni di onorato blogging e di innumerevoli ludi letterari, zop lancia il primo gioCOCOnCOrso in rete: VITE DA PRECARI tra creatività e follia. Per partecipare bisogna inviare a zop un racconto sul tema del precariato entro il 17 gennaio 2010, tenendo a mente che Saranno privilegiati i racconti ironici, fantasiosi e assurdi (astenersi componimenti patetici).

Tutte le istruzioni e i termini del gioco sono disponibili sul blog di zop che, come da tradizione, ti aspetta numeroso.

Oggi, quando ero giovane

December 21st, 2009

Oggi, alle due del pomeriggio, il termometro segnava otto gradi sotto zero. La minima di questa notte è stata meno tredici. Sabato mattina nel cortile di casa mia, che si trova a quindici metri sul livello del mare, c’erano quarantadue centimetri di neve. Finalmente un principio d’inverno come si deve, dopo anni e anni trascorsi quasi senza vedere un solo fiocco fioccare in pianura.

Quando ero giovane, se mai lo sono stato, passavo il capodanno in una casetta sull’appennino bolognese, a mille metri d’altitudine. Vicino a casa c’era un laghetto artificiale che in quel periodo dell’anno gelava. Ho ancora delle foto da qualche parte, dove si vede l’allegra brigata che gioca a pallone sul ghiaccio: la mia futura moglie, io, tre o quattro amici. Allora, metà anni ottanta del secolo scorso, c’era ancora il muro di Berlino e per mettere paura alla gente non si minacciava il global warming, ma la guerra atomica (chissà se chi è giovane adesso ha mai sentito parlare di euromissili).

Oggi cade il solstizio d’inverno, la notte più lunga, il giorno in cui gli antichi celebravano la festa del sole invitto per ricordarsi che sì, era vero che quel giorno lì iniziava l’inverno, la stagione più dura dell’anno, ma era anche vero che da lì in poi il sole avrebbe ricominciato a sopravanzare la tenebra, stendendo sui campi innevati un fausto presagio di primavera. Noi moderni non ci facciamo più tanto caso a questa faccenda delle giornate che riprendono ad allungarsi, perché a differenza degli antichi abbiamo l’illusione di dipendere meno dalla cruda natura e di poterci prendere il lusso di fottercene un po’ delle stagioni, perché tanto d’inverno ci sono i caloriferi e d’estate i condizionatori. Secondo me erano più saggi di noi, gli antichi, ma meno fortunati.

Quando ero giovane, negli stessi anni in cui trascorrevo il capodanno in montagna, d’estate andavo al mare all’Isola d’Elba, tra la metà di luglio e la metà di agosto. Là c’era un signore, il padre di un mio amico, che si divertiva a ripetere quasi ogni giorno una frase di dubbia sintassi: “non siamo neanche in estate che siamo già in inverno un’altra volta”. Il significato era più o meno questo: ma tu guarda, l’estate è iniziata da poco e già le giornate si accorciano, annunciando a noi mortali che la terra continua a girare intorno al sole verso l’inverno prossimo venturo. In quegli anni l’alternarsi delle stagioni era ancora un argomento di conversazione. In quegli anni esistevano ancora le conversazioni.

Oggi non siamo neanche in inverno che siamo già in estate un’altra volta.

Il maestro di Cremona

December 16th, 2009

Leggo che in una scuola di Cremona hanno deciso di rinominare il Natale. Cito:

Il maestro che ha preso la decisione non ha ripensamenti o dubbi: ci sono molti bambini di fede e nazionalità diverse, si rischiava di urtare la loro sensibilità. La nascita di Gesù si chiamerà «Festa delle luci».

Sono sbalordito dalla scorrettezza politica di questo maestro. E dire che bastava una piccola ricerca in google per capire quanto sia infelice la scelta di questo nome.

Se l’avesse fatta, avrebbe appreso che “Chanukkà o Hanukkah (in ebraico חנכה, ḥănukkāh) è una festività ebraica, conosciuta anche con il nome di Festa delle Luci“, e che Festa delle luci è anche la traduzione di Diwali, un’importante festa induista. Si sarebbe subito reso conto, il maestro di Cremona, che il passaggio del Natale dal cristianesimo all’ebraismo o all’induismo non risolve il problema di non urtare la sensibilità di bambini scintoisti, animisti, musulmani, bahai, agnostici, politeisti e fedeli del Grande Cocomero.

E non basta. La ricerca rivela che a Lione la Festa delle luci è uno degli eventi più attesi dell’anno. Questo nome mette quindi a dura prova anche la sensibilità di eventuali scolari lionesi, per tacere della sensibilità di quelli provenienti da città francesi che con Lione potrebbero avere vecchie ruggini o questioni di campanile.

Davvero non ci sono parole per definire la mancanza di tatto di quel maestro di Cremona.

L’incubo

December 14th, 2009

Johann Heinrich Füssli, The nightmare (1781) tratto da http://en.wikipedia.org/wiki/File:John_Henry_Fuseli_-_The_Nightmare.JPG
 
Una volta chiamai Giorgio Manganelli sbobinatore di incubi, e un amico rispose che poteva anche andare bene, sbobinare gli incubi, però non i propri, come sembra appunto accadere nel Manganelli narratore, ma quelli degli altri.

Questa notte ho avuto un incubo, una cosa che mi capita rarissimamente, per non dire mai. Altro fatto inconsueto per me, che di solito non rammento a sera quel che ho fatto a mezzogiorno, è che al risveglio ricordavo tutta intera la trama, per così dire, dell’incubo, nonché numerose scene e non pochi particolari.

Lì per lì ho pensato che avrei potuto sbobinarlo, l’incubo, in modo da lasciare ai posteri — e soprattutto al postero di me stesso che io sarò fra qualche anno — una traccia scritta di questo accadimento così raro e strano. Subito dopo, però, mi è tornata in mente la risposta dell’amico e l’ho immediatamente tradotta in avvertimento, segnale, pannello luminoso con scritta a intermittenza: non azzardarti a farlo.

Aveva ragione, l’amico: trascrivere i propri incubi può andare bene, al limite, come strumento psicanalitico o come personalissimo rito apotropaico: dare corpo alle proprie paure per poterle riconoscere, vedere, toccare ed eventualmente prendere a mazzate fino a renderle innocue. Difficilmente la sbobinatura servirà a intercettare gli incubi altrui, che è un’ambizione molto più appropriata per la scrittura.

Se diamo ragione a Shakespeare quando diceva che siamo fatti della stessa materia dei sogni, se seguiamo Schopenhauer quando dubitava che esistesse un criterio sicuro per distinguere il sogno dalla realtà, allora dobbiamo credere che il modo migliore per scrivere di incubi universali e condivisi, sia quello di narrare la dura materia e la vita vissuta a occhi aperti.

L’unica cosa sensata che posso dire a proposito del mio incubo, adesso che sono sveglio, è che questa notte ho avuto un incubo e che al risveglio lo ricordavo tutto intero. Ai posteri, me incluso, basterà la notizia. La trama, le scene, i particolari e di quale angoscia esso incubo fosse araldo, queste son tutte cose degne di essere taciute.

Una scrittura bella

December 11th, 2009

Talvolta capita, leggendo in giro, che il lettore scovi ponderose riflessioni e accesi dibattiti sui doveri dello scrittore: e chi dice che lo scrittore ci deve avere l’impegno civile; e chi dice che la scrittura deve cambiare il mondo; e chi dice che lo scrittore deve scrivere chiaro; e chi dice che deve scrivere scuro; e chi dice. Gli autori di queste ponderose riflessioni son il più delle volte persone che pubblicano libri: romanzi, poemi, saggi di critica letteraria.

Altre volte capita, leggendo in giro, che il medesimo lettore si imbatta in una scrittura bella, semplicemente bella, con uno stile miracolosamente commisurato al contenuto, un bel ritmo, una singolare capacità comunicativa. Una scrittura che dice, senza che nessuno le dica cosa dovrebbe dire. Una scrittura che è, senza preoccuparsi di come dovrebbe essere. Potrei sbagliare, ma scommetto che l’autrice di questo gioiellino non ha mai pubblicato un romanzo, un poema, un saggio di critica letteraria.

Quello volte lì, quando trova una scrittura bella, il lettore intuisce che chi scrive ha un dovere solo: scrivere bene.

Padri e figli

December 5th, 2009


 
Io, quando ho letto la famigerata lettera di Pier Luigi Celli al figlio, me n’è venuta in mente un’altra, una lettera che Niccolò Machiavelli scrisse al figlio Guido il 2 aprile 1527. L’ultima, perché il Segretario fiorentino sarebbe morto il 22 giugno successivo. Trascrivo i primi due paragrafi, sufficienti a marcare la differenza fra il burocrate di cinquecento anni fa e quello odierno.

Guido figliuolo mio carissimo. Io ho avuto una tua lettera, la quale mi è stata gratissima, maxime perché tu mi scrivi che sei guarito bene, che non potrei havere havuto maggiore nuova; che se Iddio ti presta vita, et a me, io credo farti huomo da bene, quando tu vuogli fare parte del debito tuo; perché, oltre alle grandi amicitie che io ho, io ho fatto nuova amicitia con il cardinale Cibo et tanta grande, che io stesso me ne maraviglio, la quale ti tornerà a proposito; ma bisogna che tu impari, et poiché tu non hai più scusa del male, dura fatica in imparare le lettere et la musica, ché vedi quanto honore fa a me un poco di virtù che io ho; sì che, figliuolo mio, se tu vuoi dare contento a me, et fare bene et honore a te, studia, fa bene, impara, ché se tu ti aiuterai, ciascuno ti aiuterà.

El mulettino, poiché gli è impazato, si vuole trattarlo al contrario degli altri pazzi: perché gli altri pazzi si legano, et io voglio che tu lo sciolga. Daràlo ad Vangelo, et dirai che lo meni in Montepugliano, et dipoi gli cavi la briglia et il capestro, et lascilo andare dove vuole ad guadagnarsi il vivere et ad cavarsi la pazzia. Il paese è largo, la bestia è piccola, non può fare male veruno; et così sanza haverne briga, si vedrà quello che vuol fare, et sarai a tempo ogni volta che rinsavisca a ripigliallo.

Nel primo paragrafo Machiavelli dice senza ipocrisia che, quando verrà il momento, sfrutterà la sua rete di relazioni per aiutare il figlio a fare carriera, cosa che Celli non ammetterebbe nemmeno sotto tortura. E però aggiunge: studia, fa bene, impara. In altre parole, laddove il Celli scioccamente ravvisa una palingenesi nell’espatrio, il Machiavelli avvisa il figlio che in mancanza di studio e applicazione resterà una capra ovunque egli vada.

Il secondo paragrafo è un capolavoro. Ma davvero, neh, mica per scherzo. È la prosecuzione per metafora di quello studia, fa bene, impara.

I figli, proprio come i puledri, a una certa età impazziscono: vogliono prendere strade inconsuete, fare di testa loro, sfidare il mondo. Ci sono padri come Celli che impongono ai figli impazati la briglia e il capestro dei propri pregiudizi: fai questo, fai quello, vai all’estero, da’ retta a me che sono uomo di mondo. Ci sono padri come Machiavelli che li lasciano andare dove vogliono a guadagnarsi il vivere, sperando che rinsaviscano.

Come figlio ho già dato, non posso tornare indietro. Come padre spero in un destino simile a quello di Niccolò Machiavelli: sparire da questo mondo molto prima di cedere alla tentazione di imporre briglia e capestro ai miei figli, quando impazziranno.