Jean Améry, ancora
June 30th, 2008Molto più seriamente di me, Linnio Accorroni riflette sull’autore di Intellettuale ad Auschwitz. Vivamente consigliato, qui.
Molto più seriamente di me, Linnio Accorroni riflette sull’autore di Intellettuale ad Auschwitz. Vivamente consigliato, qui.
Due antichi greci chiacchierano davanti al Discobolo, circa un secolo dopo la morte di Mirone:
A. Bravo questo Mirone, non trovi?
B. Bravo, sì, ma anche un po’ stronzo.
A. E perché?
B. Perché gliel’ha fatto troppo piccolo.
A. Eh?
B. Ma sì, il coso, lì, il pisello. Quasi non si vede.
A. Sì, è vero, però dovresti spiegarmi la relazione fra scolpire cazzi piccoli e essere stronzi.
B. Ma come, non cogli la subdola intenzione denigratoria dell’artista?
A. No.
B. È evidente che Mirone, facendo del discobolo un ipodotato, intendeva mettere alla berlina tutta la classe atletica comtemporanea.
A. Non ti seguo. La statua, a mio avviso, esprime un ideale di bellezza e armonia di cui anche il piccolo fallo fa parte.
B. Dici così perché sei un ingenuo e non ti accorgi che Mirone, in realtà, ha voluto ridicolizzare gli atleti del suo tempo, rappresentandoli come minidotati incapaci di prestazioni sessuali soddisfacenti.
A. …
Se il dialoghetto qui sopra ti sembra paradossale, o lettore, a al pari del signor A. ritieni alquanto strambe le affermazioni del signor B., è solo perché non hai ancora letto Charles Bovary medico di campagna di Jean Améry (Bollati Boringhieri, 1992). Il quale Améry, per nostra e sua fortuna, sarà ricordato per libri ben più importanti e riusciti di questo.
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Giovedì sono andato a salutare per l’ultima volta Carlo “maria strofa” Berselli. Vado di resoconto, ma prima vorrei che il lettore desse un’occhiata qui, dove troverà l’elenco dei link più recenti al blog di Carlo. Impressionante, vero? Sono tanti, davvero tanti a ricordarlo. E c’è anche Remo Bassini, che sta pazientemente collezionando i link ai post di saluto: (o)pera [*] benemerita.
[*] Correzione richiesta dal diretto interessato nei commenti.
Sono arrivato in anticipo alla stazione di Carpi, dove noi blogger in transumanza pro-strofa ci eravamo dati appuntamento, e ho approfittato dei minuti a disposizione per fare colazione al bar di fronte, dove ho trovato una copia del Gazzettino di Carpi che ho iniziato a sfogliare tra un sorso di cappuccino e l’altro. Nelle pagine locali c’era un riquadro di annunci vari, tra cui un elenco di carpigiani defunti che si apriva così: Carlo Berselli, di anni 54.
Carlo, gli ho detto fra me e me, sei riuscito a primeggiare anche in questo, ti rendi conto? Sei il primo della lista! Ma vaffanculo, maria strofa, va’!
Mi sono trasferito davanti all’ingresso della stazione e dopo un po’ il cellulare ha squillato: “Ciao, sono Lucia“, ho sentito dire quando ho risposto. Però, che strano, l’ho sentito sia con l’orecchio sinistro (io per le telefonate sono mancino) sia con il destro. Ma che figata!, ho pensato, ciò il cellulare stereo! Poi mi sono voltato e ho visto alla mia destra una distinta stangona che parlava anche lei al cellulare, dicendo proprio le stesse cose che sentivo al mio. Anche lei si è voltata, ci siamo guardati in faccia e siamo scoppiati a ridere per la gag involontaria. Con Lucia c’era Cristina. Sono partite da città diverse, accomunate dalla levataccia che hanno dovuto fare per arrivare in orario.
Devono aver visto un’alba romagnola anche Andrea “contenebbia” e Paolo Ferrucci, che ci hanno raggiunti di lì a poco. Quasi assieme a loro è spuntata Serena, vestita di nero e affranta, ma anche circondata da amici: una piccola schiera di ventenni che quasi la soffocavano di abbracci e parole di conforto. Presentazioni, facce lunghe, lacrime, tentativi di sdrammatizzare, qualche sorriso. Si parte.
Davanti alla camera ardente, Serena ci ha presentato la mamma Tiziana e la nonna Alba, due donne che basta guardarle per pensare “la signora dev’essere tosta”, ipotesi che l’esperienza non avrebbe tardato a confermare. Da lì ci siamo trasferiti in macchina all’autostazione, punto di partenza per il corteo funebre, che è poi stata una passeggiata di dieci minuti durante la quale la piccola blog-pattuglia ha avuto tempo e agio di scambiare quattro chiacchiere per approfondire la reciproca conoscenza.
All’ingresso del cimitero i presenti, un centinaio di persone, si sono disposti a semicerchio davanti alla bara, e Serena ha letto il ricordo di suo padre, strappando lacrime anche alle tempre più posate e meno emotive, come me medesimo o il Conte. A Silvia qualche anima buona ha procurato una sedia, perché non ce la faceva a reggersi in piedi. Poi Serena ha recitato a memoria il breve e famosissimo monologo tratto da Blade Runner (ho visto cose che voi umani…) che ha imparato da suo padre alla tenera età di quattro anni. Quando ha pronunciato l’ultima frase, “è tempo di morire”, gli astanti hanno taciuto all’unisono per qualche secondo: un segno di cordoglio unanime che mi ha procurato un brivido di commozione.
Durante la sepoltura il silenzio era rotto con discrezione da brevi conversari: il Conte apprezza la scelta della sepoltura in terra, e io non perdo l’occasione per fare una considerazione idiota sulla prossimità semantica tra inumare e umanità, roba che, se Carlo mi sentisse, mi abbatterebbe sul posto con un mazzolone etimologico su humus e zone limitrofe. Alla fine, un grande cuscino di rose rosse è stato posato sul tumulo. Prima di uscire, Serena ci ha invitati a visitare la tomba di Pietro, il mitico papà del suo papà, sul quale Carlo non molto tempo fa ha prodotto l’unico suo testo pubblico di argomento intimo che io conosca.
Ci siamo incamminati verso le auto in compagnia di nonna Alba e mamma Tiziana, scambiandoci notizie, ricordi e aneddoti su Carlo e notando una curiosa convergenza fra i loro racconti e quelli di noi amici di tastiera. Una conferma indiretta della schiettezza con cui maria strofa stava in rete, riuscendo a essere sempre pienamente sé stesso, a dispetto dei numerosi travestimenti. Tiziana ha guidato il piccolo corteo, di nuovo motorizzato, fino a casa sua, dove ha riservato a una ventina di invitati, fra cui l’intiera rappresentanza blogosferica, un’accoglienza a dir poco imperiale, accompagnata da una familiarità di cui ancora adesso faccio fatica a capacitarmi: un osservatore esterno avrebbe giurato che ci conoscevamo tutti da trent’anni almeno.
Abbiamo parlato per ore. Di Carlo, certo, ma anche ciascuno di un pezzetto di sé, tanto che Tiziana e Paolo, per esempio, hanno scoperto comuni origini molisane. Tiziana ci ha raccontato che nella sua famiglia c’è da sempre l’usanza di fare convivio quando qualcuno muore, per mitigare il dolore con l’allegria, mescolando lacrime e risate. E abbiamo riso, oh se abbiamo riso, ascoltando gli aneddoti familiari raccontati dalle donne di Carlo: Alba, Tiziana, Serena, Silvia. Il Conte ha già riportato la frase-mito della giornata, by nonna Alba: la minigonna definita “mantovana della figa”. Un genio.
Siamo andati via alle otto di sera, con la promessa di rivederci ancora, e sai mai che non ci riusciamo davvero. Ho accompagnato Paolo e Andrea in stazione e ho puntato il muso dell’auto verso sud. Radio spenta, per lasciare la mente libera di ripercorrere le immagini e le parole di una giornata speciale, dove lutto e condivisione, riso e pianto, dolore e allegria si sono dati il cambio continuamente, quasi a imitare l’umore variabilissimo del compianto-festeggiato. Addio Carlomaria, e grazie per tutto quello che ci hai lasciato: l’amore per i libri, i tuoi libri, le tue ineguagliabili performance cibernetiche, le tue splendide donne.
Carlo Berselli non c’è più. Era una persona straordinaria, un uomo generosissimo, eccessivo in tutti i sentimenti, come solo i grandi sanno essere. Spero che nel luogo in cui andrà a stabilirsi ci sia una biblioteca sconfinata, aperta notte e giorno. Ci rivediamo là, Maria Strofa.
Romeno ucciso per l’assicurazione. Arrestata coppia di italiani
VERONA - L’hanno ucciso per incassare un milione di euro dall’assicurazione. Con l’accusa di omicidio volontario premeditato e occultamento di cadavere, è finita in cella una coppia trentenne di Verona. Era lei la beneficiaria dell’assicurazione.
Immagino già il prossimo decreto a firma Roberto Maroni, così articolato:
1. Istituzione di un Commissario Speciale per i veronesi.
2. Censimento e schedatura di tutti i veronesi, in quanto individui potenzialmente pericolosi per l’ordine e la sicurezza.
«Il primo atto ufficiale del commissario per i rom di Milano è proprio il monitoraggio della famiglia Bezzecchi, Rogoredo, Milano. “Sono arrivati alle cinque e mezzo - racconta Giorgio - hanno circondato il campo, lo hanno illuminato, sono venuti casa per casa, roulotte per roulotte, ci hanno svegliato, ci hanno fatto uscire, hanno fotografato le case e poi i nostri documenti. Hanno finito intorno alle sette e mezzo. Io credo - aggiunge Bezzecchi - che tutti debbano sapere e capire cosa sta succedendo: sono italiano, sono cristiano e sono stato schedato in base alla mia razza. Rimanere in silenzio oggi vuol dire essere responsabili dei disastri di domani” (…) “Mio nonno fu portato a Birkenau ed è uscito dal camino… Mio padre fu portato a Tossicia ed è tornato indietro. Stamani lo hanno svegliato all’alba e lo hanno messo in fila. Io oggi, italiano e sinti, dico vergogna”» [articolo di Claudia Fusani su Repubblica].
Succede in Italia, oggi, settant’anni dopo le leggi razziali. Rimanere in silenzio oggi vuol dire essere responsabili dei disastri di domani.
Aggiornamento: Domani 8 giugno, a Roma, c’è una manifestazione antirazzista promossa da intellettuali e organizzazioni rom (c’è anche quel pirla di Vattimo, ma non stiamo a sottilizzare).
Per approfondimenti e aggiornamenti sulla situazione di rom e sinti, in Italia e non solo, c’è il blog dell’associazione Sucar Drom.
Aggiornamento 2: Breve resoconto della manifestazione di ieri a Roma sul blog di Sucar Drom. Il discorso di Alexian Santino Spinelli e altri interessanti articoli su NO(b)LOGO.
Faccio mio l’invito di Kalle, nei commenti, a manifestare solidarietà a Giorgio Bezzecchi. Il suo indirizzo email è reperibile sul sito dell’opera nomadi di Milano: http://www.operanomadimilano.org/chi/chi.htm
Finalmente una nuova entusiasmante puntata delle pillole per niubbi filosofici. Da Ipazia, naturalmente. Oggi è la volta di Cartesio:
«Non c’è manuale che non lo identifichi come il punto di partenza della filosofia moderna, il momento della svolta del sapere e del pensiero filosofico. Dopo aver letto questo, in qualsiasi manuale nelle pagine seguenti c’è il florilegio delle cazzate cartesiane; sembra che Cartesio non ne abbia azzeccata una: dalla prima obiezione di Hobbes, che al cogito ergo sum contrappone un geniale “cammino quindi sono una passeggiata”, alla ghiandola pineale, alla teoria dei vortici (che in Inghilterra ancora si sbellicano dalle risate)».
Innanzitutto, grazie ad Alessandro Robecchi per i post e a restodelmondo e per la segnalazione.
Poi consiglio caldamente la lettura di questo post di Rudy Leonelli, su altre brillanti imprese di Giorgio Almirante.
I fatti: un paio di giorni fa il neoeletto sindaco di Roma Gianni Alemanno si è detto e ha detto in giro: ma perché non dedichiamo una strada romana a quel bravuomo di Giorgio Almirante? Proposta alla quale i rari antifascisti ancora circolanti hanno risposto con giusta indignazione.
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Una brillante lezione di scrittura creativa tenuta da Ermanno Cavazzoni. Su griseldaonline, beccato via la poesia e lo spirito.
«Se dovessi dare dei consigli ad uno a cui viene voglia di scrivere, gli direi: parti dalle interiezioni, che forse sono la parte più negletta della lingua scritta: ah, ahimè, porco cane eccetera, sono la parte più trascurata e invisa alla scuola».
«In ogni caso si ha non solo un abbozzo di personalità, ma è già partita una storia, perché dal perbacco (o dall’accipicchia, o da per la madosca ecc.) si è già avviata una situazione e un movimento: “Per la madosca”, disse Carlo…, e siamo già nel corso dei fatti».
Una delle differenze fra lei e me è questa: lei abita in Inghilterra, io abito in Italia. Nonostante questo, quel che lei dice di provare in questo post dista da quello che provo io assai meno di quanto l’Inghilterra dista dall’Italia. Spero che sia uno sconforto passeggero e che gli istinti pasionari alla fine prevalgano.
Parola di Giulio Mozzi, che di libri e di fiere del libro se ne intende parecchio.
Alla domanda che farà da fil rouge alle centinaia di «eventi» che costellano la Fiera – «Ci salverà la bellezza?» – io proprio non so rispondere. Spero solo che ci salvi dalla Fiera.

Sì, ci sono quelli che bruciano la bandiera di Israele e boicottano i libri degli israeliani, ma fortunatamente c’è anche gente che onora i libri e gente che le bandiere preferisce farle garrire al vento. Ancora più fortunatamente, gli imbecilli contano come il due di coppe con briscola bastoni, mentre gli altri ricoprono cariche istituzionali, dal comune di Trani fino alla presidenza della Repubblica.
Infine ci sono io - che conto come il due di coppe con briscola bastoni - che la bandiera di Israele la faccio garrire virtualmente in questa ridotta webbica. Auguri Israele!
Per neutralizzare il significato politico dei fatti di Verona, l’ardito Gianfranco Fini non si è limitato a invocare la necessità di rieducare i cinque giovani (rectius: porci neonazisti) autori del massacro. Ha anche detto, come noto, che più gravi dei fatti di Verona sono stati quelli di Torino, che vado a riassumere: quattro o cinque imbecilli di estrema sinistra hanno bruciato bandiere israeliane e statunitensi per protestare contro la presenza di Israele alla Fiera del Libro.
Avrei voluto scrivere qualcosa anche su quest’altra minchiata del neopresidente della Camera, ma poi ho letto il post di Rosa sul tema e non ho altro da aggiungere.
Pare che la seconda e la terza carica della repubblica siano d’accordo su un punto: i cinque neonazisti che a Verona hanno massacrato Nicola Tommasoli sono vittime della società. Tocca punirli, certo, ma anche rieducarli. Cito da qui:
Renato Schifani: «Sono giovani che non stanno bene, che non hanno equilibrio. Giovani che chiedono di essere rieducati. È come se ci fosse un pezzo della gioventù italiana che non riesce a trovare un suo percorso e la severità della pena va coniugata con la funzione rieducativa».
Gianfranco Fini: «Quel gruppo neonazista va preso, messo in galera e rieducato, non ci può essere nessun tipo di solidarietà». «La società si deve interrogare sul perché questi giovani danno vita a questi comportamenti». «Si tratta di episodi gratuiti, fenomeno diffuso non solo in Italia ma anche in altri Paesi. Sono giovani che presi uno per uno, nove volte su dieci sono dei vili».
Su Schifani niente da dire, per carità: prima di parlare avrà atteso ordini superiori, per poi eseguirli con la diligenza e la caparbietà che da anni lo contraddistinguono, ma Fini? No, dico, Gianfranco Fini! Quello che vuole sbattere in galera chi fuma due canne e cacciare lo straniero a pedate dal patrio suolo, proprio lui mi tira in ballo la rieducazione dei delinquenti?
Confesso che cotanto inatteso anelito correttivo è per me una piacevole sorpresa, e già mi fingo il Fini araldo di una novella stagione di pedagogia popolare: egli vorrà che nelle scuole d’ogni ordine e grado i giovani siano educati a rispettare l’altro e le sue opinioni, nonché a difendere le minoranze dai pregiudizi; favorirà i corsi di educazione civica e lo studio della costituzione italiana; predicherà indefesso l’indipendenza delle virtù morali e civili dagli orientamenti sessuali e dalle appartenenze etniche e religiose.
Però mi sa che esagero un po’ con l’immaginazione. Mi sembra più realistico supporre che l’ardito pedagogo abbia della rieducazione un concetto leggermente diverso. Lo suppongo sulla base dell’unica riprovazione morale che gli è passata per la mente a proposito dei giovani in questione: «Sono giovani che presi uno per uno, nove volte su dieci sono dei vili».
So che a pensar male si fa peccato, ma non è che a quell’uno su dieci picchiatori fascisti immune da viltà l’onorevole Fini risparmierebbe il percorso rieducativo e concederebbe volentieri le attenuanti generiche?
Nel blog della Graphe.it Edizioni è apparsa un’intervista a un tale che porta il mio stesso nome, cura questo medesimo blog e a quanto pare abita nella mia stessa città, è nato nell’anno in cui io stesso sono nato e ha due figli maschi, proprio come me. E il di lui ritratto mi rassomiglia in modo a dir poco inquietante. Al di là di queste sgomentevoli coincidenze, uno degli aspetti più interessanti dell’intervista è l’intervistatrice, una persona che riesce a essere gentilissima e a trasmettere simpatia anche per posta elettronica, dote invero non comune.