Posts Tagged ‘letteratura’

Sul realismo

Friday, September 30th, 2011

Un testo realista nel senso di perfettamente simile alla realtà, nei suoi aspetti minimali, è un’evidente assurdità.

Novello Auerbach, falso idillio riflette sul realismo in letteratura. Da leggere.

(il lettore volenteroso e incline a perdere tempo può trovare temi simili in un vecchio racconto vergato da me qui)

Odifreddi e altri polpettoni

Tuesday, August 30th, 2011

Avviso: questo post, oltre a essere un pippone, è infarcito di frasi di Piergiorgio Odifreddi. Poi non dite che non lo sapevate.

Dopo due settimane di serena disconnessione, apprendo dall’Estinto che Piergiorgio Odifreddi, probabilmente a causa della canicola agostana, ha deciso di avventurarsi in campo letterario, introducendosi in un dibattito in corso fra Umberto Eco ed Eugenio Scalfari [1].

Un dibattito che, considerata l’età e la carriera dei due intellettuali, suggerirebbe a chiunque di tenersi prudentemente alla larga, allo stesso modo in cui ogni persona assennata che mai abbia giocato in una squadra di serie A si terrebbe alla larga da una discussione calcistica in corso, che so, fra Gigi Riva e Sandro Mazzola. Ma Odifreddi no, lui non è abbastanza prudente e si lancia a corpo morto, diciamo così, nella mischia. Vediamo come:

Se mi permetto, da scienziato, di intromettermi nel dibattito come “terzo fra cotanto senno”, è solo perché mi sembra che sia Eco che Scalfari, da umanisti, tendano a sottovalutare l’effetto deleterio che dosi massicce di finzioni finiscono per avere sul principio di realtà.

Ora, non so voi, ma io mi aspetto che quando qualcuno si inserisce in una discussione lo faccia partendo da qualche enunciato degli interlocutori, per sostenerlo, modificarlo, integrarlo o magari demolirlo con argomenti appropriati. Odifreddi no. Lui parte dal presupposto che gli interlocutori abbiano peccato contro qualcosa, nel caso particolare contro la corretta valutazione del rapporto fra dosaggio finzionale e principio di realtà. Lo fa “da scienziato”, dice lui, ma non c’è traccia di metodo scientifico nel suo modo di procedere.

Proviamo comunque a prendere per buona l’obiezione e a vedere come si esplicita secondo Odifreddi questo effetto deleterio delle finzioni sul principio di realtà:

Proviamo a ripercorrere brevemente le tappe della formazione della psicosi universale, creata dal pervasivo e invasivo mercato dell’illusione. Non appena i bambini acquistano l’uso della parola, e incominciano a fare domande su come sono nati, vengono loro fornite risposte idiote che vanno dai cavoli alle cicogne.
Quand’essi approdano all’asilo, incominciano a ricevere i rudimenti di una visione magica del mondo popolata di angeli e demoni, miracoli e castighi divini, roveti ardenti e nubi parlanti, ciechi guariti e morti risorti, che continuerà a essere contrabbandata nell’ora di religione di tutte le scuole.

Non è dato sapere cosa sia la psicosi universale di cui parla Odifreddi, il quale forse, essendosi dichiarato genericamente “scienziato”, crede di poter usare termini medici senza definirli. Dice però che questa psicosi è creata dal “pervasivo e invasivo mercato dell’illusione”, dunque il lettore potrebbe ipotizzare che abbia qualcosa a che vedere con i meccanismi dell’industria culturale, cioè con il campo dell’economia o della sociologia, ma resta spiazzato quando l’autore tira in ballo cavoli e cicogne — che rimandano all’agraria e alla zoologia — per poi passare alla pedagogia infantile e alla religione. A parte questo gran polpettone disciplinare, non si capisce cosa c’entri tutto questo con la finzione letteraria, cioè con uno degli argomenti di cui l’articolo, stante il titolo, avrebbe dovuto trattare. Ma non disperiamo:

In quelle stesse scuole, verranno anche sistematicamente impartiti insegnamenti letterari e filosofici dello stesso genere, dagli dèi omerici dell’Iliade e l’Odissea, alla schizofrenica voce del daimon socratico, ai regni dell’aldilà della Commedia dantesca, ai deliri idealisti di Hegel e Croce, al motto nietzschiano che “non ci sono fatti, solo interpretazioni”.
Parallelamente all’indottrinamento scolastico, il trinitario mercato letterario, cinematografico e televisivo sommerge il pubblico di storie irreali o magiche, dalle saghe del Signore degli Anelli e di Harry Potter a quelle delle Guerre Stellari o del Robert Langdon di Dan Brown. Per non parlare delle fiction televisive, sacre e profane, che intasano il piccolo schermo.

Pur continuando a ingrossare il polpettone con un pizzico di filosofia, un po’ di massmediologia e finanche uno zinzino di psichiatria, finalmente Odifreddi, superata la metà dell’articolo, infila nel mucchio qualche opera letteraria, dai poemi omerici alle più recenti saghe britanniche, ma lo fa, ahimè, senza mantenere nemmeno la parvenza di un aggancio agli articoli di Eco e Scalfari.

Eco si era limitato a mostrare come il confine tra verità e invenzione nelle opere letterarie sia spesso frainteso, portando l’esempio di un lettore ignaro della fondamentale distinzione fra opinioni dei personaggi e opinioni dell’autore. Scalfari aveva aggiunto che, ferma restando la distinzione fra realtà e finzione, molte opere letterarie in passato hanno avuto effetti diretti sulla realtà, contribuendo a definire epoche e passaggi storici. Eco aveva a sua volta replicato che sì, anche questo è vero, ma che restando «alla dimensione “aletica” (che cioè ha a che fare con quella nozione di verità condivisa dai logici, dagli scienziati o dai giudici)» l’incapacità di distinguere vero da verosimile, realtà da finzione, può essere socialmente pericolosa.

E che ti fa Odifreddi? Se la prende con gli dei omerici e con l’aldilà dantesco, come se prendesse per buona, e quindi pericolosa, l’invenzione letteraria, confermando per colmo di ironia l’ipotesi di Eco, cioè che esistono lettori «talmente preoccupati a prendere sul serio la storia che non si chiedono se sia raccontata bene o male; non cercano di trarne insegnamenti; non si identificano affatto nei personaggi. Semplicemente manifestano quello che definirei un deficit finzionale, sono incapaci di “sospendere la credulità” [2].

Odifreddi è talmente convinto che quel che si legge nei romanzi è vero da ipotizzare un’iniezione diretta della finzione letteraria nella realtà, arrivando a immaginare «una società che non vive della e nella realtà, appunto, ma è immersa nella finzione generalizzata». «C’è forse da stupirsi» si chiede retoricamente «se, ormai assuefatta alle storie dei cantastorie, quella società finisca poi col diventare facile preda dei contastorie, politici o religiosi che siano?». Per rispondere positivamente a questa domanda bisogna presupporre un nesso causa-effetto fra finzione letteraria e mentalità popolare, come se davvero l’Iliade potesse indirizzare automaticamente i lettori al paganesimo o la Divina Commedia al cristianesimo. Un nesso siffatto se l’era inventato (appunto) Cervantes nel Don Chisciotte: la classica “roba da matti”, insomma.

Tralascio la conclusione dell’articolo di Odifreddi, che è poco più che una pezza, limitandomi a notare che in un articolo che si intitola Menzogne letterarie e verità scientifiche, le prime sono state trattate di striscio e a sproposito, mentre delle seconde non c’è la minima traccia. Chiudo a mia volta brutalmente, ma per distinguermi dallo scienziato non lo farò assertivamente ma interrogativamente: l’uomo è andato sulla luna perché gli scienziati della Nasa hanno congegnato un modo efficace per andarci o perché Jules Verne cent’anni prima si era inventato una balla?

——
[1] La replica di Eco si può leggere qui.
[2] Così nel testo, ma poco prima Eco parlava propriamente di sospensione dell’incredulità, e così credo che vada letto anche in questo passo.

Realtà, ovvero letteratura

Saturday, October 9th, 2010

A proposito di “che cos’è la letteratura?”, ecco la trama ideale per un racconto che qualcuno prima o poi scriverà (o forse ha già scritto), anche senza conoscere lo strano caso di L.M.

Il paziente, il sig. LM, è un uomo di 68 anni, alcolista di lunga data, che ha sviluppato la sindrome di Korsakoff, caratterizzata proprio da grave amnesia e confabulazione ovvero produzione non intenzionale di falsi ricordi. Un normale paziente korsakoff è del tutto inconsapevole dei propri deficit mnestici e produce ricordi più o meno plausibili rispondendo a domande quali “cosa hai fatto ieri?” o “come hai trascorso la tua ultima vacanza?”, ma se gli si chiede cosa ha fatto il 13 marzo 1985 risponde “non lo so” come qualsiasi persona con memoria normale. Quello che rende unico LM è la sua inusuale tendenza a produrre una risposta confabulatoria anche per periodi così remoti e spesso con uno straordinario livello di dettaglio. “Ricorda”, per esempio, di aver indossato una certa maglietta nell’estate del 1979.
LM vive, in altre parole, “ricordando” perfettamente qualunque giorno della sua vita, senza essere consapevole che nessuno di quei ricordi è vero.

[Psicocafé — Lo strano caso di L.M. l’iperamnesico confabulante, via Pensieri spettinati]

(e comunque io, il 13 marzo 1985, precisamente alle sette e un quarto di mattina, ricordo di aver incontrato sul ventisette barrato un signore con la giacca gialla e i pantaloni blu che cantava Nessun dorma mangiando popcorn).

Ire

Friday, October 8th, 2010

Il Nobel per la pace al dissidente cinese Liu Xiaobo scatena le ire di Pechino.

Il Nobel per la medicina all’inventore della fecondazione in vitro Robert G. Edwards scatena le ire del Vaticano.

Il Nobel per la letteratura a Mario Vargas Llosa non scatena alcunché.

Che cos’è la letteratura?

Wednesday, October 6th, 2010

biblioteca[Avviso al lettore frettoloso: questo post è lunghissimo perché, come diceva Pascal, non ho avuto il tempo di farlo più corto. Avrei potuto pubblicarlo a puntate, ma, a parte il fatto che un pippone a puntate resta pur sempre un pippone, pubblicarlo a puntate mi faceva fatica.]

Saranno cent’anni che gli intellettuali insistono a chiedersi “Che cos’è la letteratura?”, ma la risposta non arriva mai, e quando una risposta non arriva mai si danno solo due possibilità: o la domanda è molto difficile o è completamente scema. Aut aut, non si scappa.

Personalmente propendo per la seconda ipotesi, ma ammetto che la prima è più attraente, perché infonde in chi pone la domanda l’illusione di occuparsi di un argomento serissimo, non privo di una certa qual profondità filosofica e di una discreta rilevanza umanistica. Che cos’è la letteratura? — ci si chiede assumendo una posa adeguatamente cogitabonda — e subito ci si sente immersi nel mare delle questioni determinanti per la distinzione fra uomini e bestie e per la conservazione della specie.

Il Canone
Qualche risposta in giro si trova, a dire il vero, ma nessuna ha l’aria di essere definitiva. Una piuttosto classica è quella che fa coincidere la letteratura con l’insieme delle opere canonizzate nei secoli da circoli ristretti di lettori particolarmente colti e ferrati — gente che traduce Senofonte all’impronta e che sa distinguere al volo uno gliommero da una frottola o un’anastrofe da un iperbato, mica fave. Purtroppo costoro prediligono di solito opere di autori defunti da almeno un secolo e, prima di inserirle nel Canone, si impelagano in discussioni accesissime che possono durare decenni: al lettore che si affida a loro per sapere se il libro che sta leggendo è letteratura solitamente non basta la regolare vita terrena per ottenere risposta. Il Canone, poi, ha due difetti che lo rendono alquanto inaffidabile come risposta alla fatidica domanda: variabilità e strettezza. Non sto a sviluppare il concetto, tanto ci siamo capiti.

Aria di famiglia
Per rimediare all’angustia del Canone esiste una risposta che si potrebbe definire canone lasco o canone derivativo. Si tratta della famosa teoria dell’aria di famiglia: la letteratura è l’insieme dei testi che mostrano somiglianze più o meno marcate con opere che appartengono al Canone. Se leggendo, che so, il Don Chisciotte, un lettore secentesco notò una parentela con l’Orlando Furioso, e se l’Orlando Furioso all’epoca era canonico, quel lettore poteva concludere che il Don Chisciotte era letteratura proprio per via di quell’affinità.

Rispetto al Canone il metodo dell’aria di famiglia è più flessibile, più immediato e meno ristretto, e ha inoltre il vantaggio, diciamo democratico, di dare anche al lettore comune — cioè quello che ignora la differenza fra gliommero e frottola e che, per via di quel grammo di protervia che sempre si accompagna all’ignoranza, la ritiene irrilevante — la possibilità di stabilire per proprio conto che cos’è la letteratura.

A contrappeso di questi vantaggi si pone un aumento incontrollabile della variabilità, perché questo metodo è fortemente influenzato dal gusto di ciascun lettore, una faccenda sulla quale, come si sa, ogni obiezione è illecita. Ogni lettore troverà in un libro le somiglianze che il proprio gusto e le proprie letture canoniche pregresse gli suggeriscono, con esiti spesso discutibili: se il lettore secentesco di prima avesse letto e apprezzato, poniamo, l’Amadigi di Gaula, e avesse trovato il Don Chisciotte molto dissimile dal modello canonico, avrebbe potuto concludere che il Don Chisciotte andava bene per accendere il camino o per incartare il pesce, altro che letteratura.

Due risposte recenti
A dispetto di questi problemi, sembra che il rilassamento del concetto di canone stia guadagnando terreno presso chi si occupa di roba scritta a livello professionale. A titolo dimostrativo riporto due opinioni autorevoli. La prima, pur priva di supporto bibliografico, è reperibile in rete (per esempio qui):

La letteratura è qualcosa di scritto. [Giulio Mozzi]

La seconda si trova a pagina 26 del libro Il limbo delle fantasticazioni, Quodlibet 2010:

Se potessi legiferare, decreterei che la questione dell’arte sia d’ora in poi trascurata, e che la cosiddetta letteratura coi suoi generi (poesia, romanzo, eccetera), le sue figure (l’autore, l’opera, l’Opera Omnia), con la sua organizzazione di giudici, la sua rete di promozione, le sue teorie (e la domanda tipica: che cos’è la letteratura?), decreterei che la letteratura sia un caso particolare, piccolo (anche se supponente e aggressivo), del più vasto, vastissimo e libero limbo delle fantasticazioni. Dico limbo perché, come si sa, nel limbo sostavano i non battezzati; e dico fantasticazioni per sottrarre le scritture all’apparato ministeriale della letteratura. [Ermanno Cavazzoni]

Dalla letteratura alla scrittura
In entrambe le opinioni sopra citate si può notare uno slittamento del punto di vista dalla letteratura alla scrittura. Affermando che la letteratura è qualcosa di scritto, il Mozzi sfiora la tautologia e dichiara implicitamente che ciò che interessa al lettore (e selezionatore di testi da destinare alla pubblicazione, nel suo caso) non è tanto la rispondenza di un testo a un’idea data di letteratura, ma solo il fatto che quel testo è stato scritto. La letteratura, in altre parole, resta al livello di pura potenzialità e non influisce minimamente sul giudizio del lettore o sui suoi criteri di scelta: altri giudicheranno; io, nel frattempo, leggo comunque.

Anche la posizione del Cavazzoni, per quanto più articolata, mette l’accento sulla scrittura e relega la letteratura a caso particolare di un più vasto insieme di testi scritti, attribuendole perfino un ruolo burocratico assai poco lusinghiero: qui la letteratura è qualcosa a mezza strada fra un eccesso tassonomico e un vero e proprio fardello, qualcosa di cui ci si può comunque liberare senza troppe precauzioni, quando si tratta di scegliere cosa leggere.

Seguendo una o l’altra delle succitate autorità, insomma, il lettore che incautamente si trovasse a chiedersi “il libro che sto leggendo è letteratura?”, potrebbe rispondersi senza alcun timore “ecchissenefrega”. E il fatto che il lettore si faccia la domanda e si dia la risposta è un esito di quel movimento di allargamento e rilassamento del canone che abbiamo visto fin qui.

In conclusione
In conclusione, se mai un discorso qualsiasi può avere una conclusione, la domanda “Che cos’è la letteratura?” sta diventando sempre meno rilevante. A metà del secolo scorso Jean-Paul Sartre poteva intitolarci un serissimo tomo di seicento pagine facendo la sua porca figura da intellettuale raffinato. Oggi un docente di Estetica e Retorica (mica cotiche) come Ermanno Cavazzoni può liquidarla con divertito fastidio (e addirittura fra parentesi) e un esponente di rilievo dell’editoria nazionale come Giulio Mozzi può formulare una risposta educatamente elusiva.

Cosa è successo in questi ultimi sessant’anni, per rendere possibile cotanta caduta? Per rispondere ci vorrebbe un pippone a parte. Magari un’altra volta.

L’etteratura è morta

Tuesday, April 13th, 2010

tratto da www.edarts.net/access/100cal.jpgL’etteratura è morta, dicono. C’è chi dice che è morta da almeno trent’anni, altri da trentacinque. I più pessimisti datano la morte dell’etteratura ai primi anni del ventesimo secolo. Pare infatti che a differenza di uomini, animali, piante e altri agglomerati di sostanze organiche senzienti e non, non esista ancora un metodo condiviso per stabilire l’esistenza in vita dell’etteratura, con il risultato che ognuno si può prendere la libertà di farla morire un po’ quando gli pare.

Tant’è che — sembra assurdo, lo so, ma è così — c’è perfino gente che sostiene che l’etteratura in realtà è viva e non se la passa neanche tanto male.

Le cause di queste difficoltà di accertamento e datazione del decesso non sono completamente note, né facilmente deducibili dal fenomeno in sé, e tuttavia non è irragionevole ipotizzare che fra esse ci sia la mancanza di un accordo fra gli operatori del settore circa l’assetto ontologico dell’etteratura. Fra le molte scuole di pensiero citeremo qui solo le principali.

La scuola empirica insegna che l’etteratura è l’insieme di ciò che è contenuto negl’ibri. Alle numerose richieste di un parere scientifico su cosa siano gl’ibri, i massimi esponenti della scuola empirica han sempre fatto orecchie da mercante.

La scuola soggettivista fa coincidere l’etteratura con l’atto dell’èggere. Secondo questa scuola l’ettore è il vero artefice del fenomeno etterario. Ai frequentatori più assidui dell’annosa questione non sfugge il subdolo sottinteso etimologico di questa posizione.

La scuola accademica afferma che l’etteratura è il museo delle opere storicamente accolte nel canone etterario da un’élite di ettori specialisti. Se richiesti di specificare i requisiti necessari per entrare a far parte di quella élite, i membri della scuola accademica generalmente fischiettano.

La scuola ideologica, infine, sostiene che l’etteratura è la rappresentazione simbolica dei miti e delle fobie di un popolo. Va da sé che se chiedete a un ideologico di definire popolo, egli vi rimanderà alla sociologia, all’antropologia, alla glottologia o a qualsivoglia altra materia in cui si sarà preventivamente dichiarato incompetente.

Essendo impossibile dare una risposta condivisa alla domanda cos’è l’etteratura?, gli esperti solitamente si accordano su proposizioni apodittiche del tipo l’etteratura c’è, spostando di fatto il discorso da un contesto razionale a uno fideistico e rimandando sine die una definizione articolata dell’ente. L’esistenza dell’etteratura, insomma, sembra essere una questione di fede, non di ragione e, date queste premesse, stabilire se l’etteratura è viva o morta è di fatto una disputa teologica.

Nessuna sorpresa, quindi, se l’ettore laico e diabolicamente materialista, quando qualche esponente di una o più delle succitate scuole gli viene a raccontare che l’etteratura è morta, risponda con l’inciviltà che lo contraddistingue e un bel chissenefrega non vogliamo mettercelo? e continui di poi a èggere, beffardo e imperterrito, incurante della costernazione del necroforo di turno.

Pregare dei cancheri

Thursday, January 28th, 2010

Da un discorso di Paolo Nori sulla dittatura.
(Il discorso completo è lunghissimo, ma vale la pena leggerlo tutto).

L’hanno messo anche in prigione, l’hanno mandato al manicomio, l’hanno fatto morire di fame e lui non se la prendeva neanche con loro, se la prendeva con se stesso, devo scrivere di più, oggi non ho scritto le mie tre quattro pagine.

Eppure sarebbe stato così facile, per Charms, la prima cosa, tutti noi avremmo fatto così, credo, mettersi a pregare dei cancheri al potere sovietico, dare la colpa della propria rovina e della propria caduta a un potere cieco e sordo e ingiusto e crudele e stupido, e invece no, e per questo noi oggi non abbiamo in mano delle invettive, ma dei capolavori. Che è una testimonianza, secondo me, di una grandezza che nasce dal niente, di un’anima immortale, veramente.

Incontenibile desiderio di prolungare l’amoroso convegno

Sunday, January 10th, 2010

L’uomo che qualche giorno fa ha mandato in tilt gli apparati di sicurezza dell’aeroporto di Newark è stato arrestato. Si chiama Haisong Jiang, cinese ventottenne, e i suoi vicini giurano che lui e i suoi compagni d’affitto in una casa “in stile coloniale” sono tipi “molto tranquilli, bravi studenti che non hanno mai dato una festa”. Nonostante queste ottime e noiosissime referenze, il ragazzo rischia trenta giorni di carcere per quello che noi chiameremmo disturbo della quiete pubblica.

Secondo me, invece, Haisong Jiang non solo non dovrebbe essere incriminato, ma dovrebbe ricevere una medaglia al valore civile (o equivalente statunitense) per avere svelato le falle dei sistemi di sicurezza mettendo eroicamente a repentaglio la propria incolumità personale e la propria fedina penale.

Pare che il ragazzo, dottorando in biotecnologie mediche, abbia eluso i severi controlli dell’area imbarchi per dare un ultimo bacio alla sua fidanzata in partenza, meritevole ai suoi occhi di aver intrapreso un lungo viaggio per trascorrere con lui pochi indimenticabili giorni. Incontenibile desiderio di prolungare l’amoroso convegno.

Quest’uomo è pazzo, innamorato e completamente rincoglionito, roba che Abelardo, l’Orlando furioso, Romeo e Don Chisciotte messi assieme gli fanno una pippa. Da’ retta a me, Obama: medaglia, non carcere.

La letteratura è una cosa che si mangia

Thursday, December 15th, 2005

Letteratura e ciboDice Melpunk nei commenti al post Il lettore è scemo: la letteratura è una cosa che si mangia.

Come tutti ricorderanno (seeee!) Melpunk rispondeva alla precisa domanda Che cos’è la letteratura? giudicata da Genette domanda scema. Orbene, circa ottant’anni fa Miguel De Unamuno (ancora lui, ebbene sì) diede più o meno la stessa risposta:

[C’è un] passo dell’Apocalisse, del libro della Rivelazione, in cui lo Spirito ordina all’apostolo di mangiarsi un libro [Ap 10, 9]. Quando un libro è cosa viva bisogna mangiarselo, e chi se lo mangia, se a sua volta è vivente, se è davvero vivo, rivive di quel cibo. (M. De Unamuno, Come si fa un romanzo, Ibis 1994, pag. 48)

Sentenza che – con buona pace di Genette – rivela da un lato la corrispondenza d’intelletto fra Melpunk e Unamuno, e dall’altro il carattere niente po’ po’ di meno che apocalittico della risposta del primo.

Sappi dunque, o lettore che distrattamente saltelli da un blog all’altro, che nei post che tu scorri a mach 4 possono celarsi rivelazioni di verità antique et mirabili. Convèrtiti dunque, e rallenta.

Il lettore è scemo

Monday, December 12th, 2005

Dürer: frontespizio per La nave dei folli. Immagine tratta da www.users.cloud9.net/~bradmcc/Che cos’è la letteratura? Domanda scema, dice Genette:

Se temessi meno il ridicolo avrei potuto gratificare questo saggio di un titolo ch’è stato già grossolanamente usato: «Che cos’è la letteratura?» – Il testo illustre che ha posto tale domanda a sua titolazione in verità non vi ha risposto; il che tutto sommato è molto saggio: a domanda sciocca, nessuna risposta; ragione per cui la vera saggezza consisterebbe nel non porre neppure l’interrogativo. (Gérard Genette, Finzione e dizione, Pratiche editrice 1994, pag. 11).

E chi sono io per dar torto a Gérard Genette? Genette è un tale che una volta, nell’inverno del 1969, si trovò bloccato in casa da una tempesta di neve. Per ammazzare il tempo si mise a ragionare un po’ sul discorso narrativo e – com’è come non è, ragiona che ti ragiona – sfornò Figure III, uno dei testi fondamentali della narratologia contemporanea. Dar torto a Genette proprio non si può, quindi si accolga come postulato incontestabile che chiedersi cos’è la letteratura è esercizio vacuo, inutile e sintomatico di una non vaga inclinazione alla demenza.

(more…)

Padri e figli

Sunday, October 16th, 2005

IlBoomDiRoscellinoUna delle questioni all’ordine del giorno della movimentata scena letteraria contemporanea è quella dei padri: esistono ancora o sono stati finalmente uccisi tutti? I poeti e i prosatori moderni riconoscono qualche loro maggiore o si considerano tutti figli di nessuno? Concetti come tradizione letteraria o canone hanno ancora qualche significato? E via questionando.

Il padre è figura notoriamente ambigua: amorevole, ma severo; giusto, ma quasi inaccessibile; autorevole, ma incline all’autoritarismo. Modello da imitare per prendere coscienza di sé, ma anche da abbattere per affermarsi pienamente. Quel che è certo è che il padre esiste solo quando un figlio lo riconosce come tale. E solitamente accade che il momento del riconoscimento coincide con quello del distacco e del simbolico parricidio: riconoscere il padre serve unicamente a disfarsene, salvo poi tesserne le lodi in un dignitoso epitaffio.

(more…)