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Libertà di stampa

Friday, September 23rd, 2011

Temete che il satellite UARS possa cascarvi sulla testa? Tranquilli! Da tempo la Nasa ha predisposto l’apposito sito per seguire da vicino le piroette di avvicinamento del coso al nostro pianeta.

L’ultimo aggiornamento risale alle 4 circa di questa mattina e dice questo:

As of 9:30 p.m. EDT Sept. 22, 2011, the orbit of UARS was 110 mi by 115 mi (175 km by 185 km). Re-entry is possible sometime during the afternoon or early evening of Sept. 23, Eastern Daylight Time. The satellite will not be passing over North America during that time period. It is still too early to predict the time and location of re-entry with any more certainty, but predictions will become more refined in the next 24 hours.

In soldoni, la Nasa ci informa che l’impatto con l’atmosfera avverrà più o meno questa notte, a un’ora imprecisata, in un luogo imprecisato, ma al di fuori del Nord America, e che al momento non è possibile fare previsioni più precise.

Questo secondo la fonte più autorevole in materia. A dar retta ai giornali italiani, invece, si può essere indotti a ipotizzare un serio rischio che i satellitari frammenti cadranno sul suolo patrio, precisamente a Parma e Piacenza, riunite per l’occasione nello storico ducato. (L’esempio viene da Repubblica, ma altre testate online non sono messe meglio).

Ecco, io non chiedo mica di abolire la libertà di stampa, che è un diritto fondamentale, ma abolire almeno la libertà di sparare cazzate a mezzo stampa è chiedere troppo?

Stampa e querele

Wednesday, July 7th, 2010

Fatti

Leggo sul blog del mio amico Bartolomeo Di Monaco che il giornale online «il legno storto» rischia di chiudere per via di tre distinte azioni legali avviate nei suoi confronti a partire da altrettanti articoli apparsi sulla testata:

1. Un articolo del 28 gennaio 2010 firmato dallo stesso Bartolomeo Di Monaco ha portato all’apertura di un fascicolo per presunte minacce contro Luigi Palamara, presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati.
2. Un articolo del 21 giugno 2009 firmato da Vittorio Zingales ha provocato la citazione per danni da diffamazione da parte del magistrato Pier Camillo Davigo, con una richiesta di risarcimento di 100.000 euro.
3. Un articolo del 27 ottobre 2009 firmato da Sergio Bagnoli è alla base di una querela per diffamazione da parte del sindaco di Montalto di Castro Salvatore Carai.

Nel titolo del post Bart si chiede dove sia la sinistra che difende la libertà di stampa e nel testo specifica: “se si tenta di far chiudere un giornale di sinistra allora si parla di bavaglio, se invece si tenta di far chiudere un giornale che non è di sinistra, allora tutto è ok”. Bart invita poi i suoi lettori a diffondere una lettera che la redazione del Legno Storto ha pubblicato sulla questione.

Be’, ho pensato, io voto a sinistra da trent’anni e la libertà di stampa mi piace assai. Aggiungi che Bart lo conosco da quasi dieci anni, vuoi che non gli risponda? Certo che gli rispondo, e purtroppo non sarò breve.

Precisazioni

La prima precisazione è che «il legno storto» non è un blog amatoriale, bensì, leggo qui, una “Testata Giornalistica registrata presso il Tribunale di Milano, al n° 831 del 31 ottobre 2005”, quindi soggetta alla legislazione sulla pubblicazione di notizie e opinioni a mezzo stampa, esattamente come Repubblica o il Corriere della Sera.

In secondo luogo, non è vero che Luigi Palamara ha querelato «il legno storto». Subito dopo averlo detto, infatti, la lettera della redazione precisa: «Per l’esattezza la Procura di Roma ci ha comunicato (…) che ha aperto un fascicolo per le minacce che noi avremmo formulato con questo articolo, nei confronti del dr. Palamara». Da quel che capisco si tratta perciò di un’azione d’ufficio della Procura di Roma, non di querela.

Terza precisazione: mi è abbastanza chiaro che Davigo agisce in sede civile, con annessa richiesta di risarcimento, mentre non ho capito in che sede agisce Salvatore Carai. Nella lettera della redazione non si accenna a richieste di risarcimento, quindi non si può escludere che la querela di Carai sia in sede penale, particolare non irrilevante per esprimere un opinione in merito.

Mie opinioni sugli articoli

Sull’articolo di Bart non mi esprimo direttamente per palese conflitto di interessi, ma faccio mia la tesi di questo post del blog Champ’s Version, ovvero che nell’articolo non ci sono minacce contro Palamara e che probabilmente la causa è stata avviata per un banale fraintendimento.

Se dovessi trovare un aggettivo per qualificare il secondo articolo, quello firmato da Vittorio Zingales, sarei indeciso fra delirante e sbalestrato (aggiornamento dell’8 luglio: Giulio Mozzi in questo post su vibrisse lo definisce “piuttosto ributtante”). La tesi di fondo è che l’azione giudiziaria di Mani Pulite, fra il 1992 e il 1994, sia stata in realtà un tentativo di golpe orchestrato dagli immancabili poteri forti «italiani ed angloamericani». Pier Camillo Davigo è citato una volta sola in questo modo: «E’chiaro che un Borrelli, un Di Pietro, un Davigo, un D’Ambrosio, ecc, non possono avere nessuno spessore culturale per organizzare il golpe e nemmeno il regista Violante che ha il compito di girare le piazze italiane e le procure per indicare di volta in volta il nemico da abbattere». In breve, Davigo e altri sono indicati come esecutori materiali di un tentativo di golpe, senza uno straccio di riferimento fattuale o prova documentale. Questa mi sembra una calunnia bella e buona e la qualità complessiva dell’articolo è infima.

Dell’articolo di Sergio Bagnoli prendo in considerazione solo questo brano:

Salvatore Carai, sardo barbaricino di Orune, Sindaco di Montalto di Castro in forza al Partito Democratico, ala bersaniana, zio di uno dei violentatori che ha dichiarato: «Quei ragazzi ingiustamente accusati sono dei bravi ragazzi. Dalle nostre parti le uniche bestie sono gli immigrati romeni. Loro sì che lo stupro l’hanno nel sangue». Coerentemente al suo pensiero ha fatto impegnare dalla giunta municipale la ragguardevole somma di 40.000 Euro, 5.000 Euro per ognuno degli otto stupratori, a favore del loro reinserimento in società e per consentire alle loro famiglie di arruolare fior di avvocati che tirassero fuori i pargoli da questa triste vicenda.

Una veloce ricerca in rete consente di scoprire che:
1. le delibere di finanziamento agli imputati furono revocate dalla giunta comunale il 20 luglio 2007, cioè oltre due anni prima che Bagnoli scrivesse il suo articolo.
2. Bagnoli riporta come certa la parentela fra Carai e uno degli imputati, mentre un articolo coevo sul Secolo XIX parla di «indiscrezioni che non sono state smentite». Chi ha ragione?
3. La pessima frase sui romeni attribuita a Salvatore Carai era stata smentita da un comunicato dell’interessato, e a giudicare dal primo commento al suo stesso articolo ripreso da AgoraVox, Sergio Bagnoli era a conoscenza della smentita già il 28 ottobre 2009. Non è escluso che Bagnoli abbia riportato la smentita di Carai anche nei commenti al suo articolo su Legno Storto, ma per vedere quei commenti dovrei registrarmi sul sito e non ne ho voglia.

Ricapitolando, in poche righe l’articolo di Bagnoli riporta una mezza verità, probabilmente scambia indiscrezioni per verità accertate e virgoletta dichiarazioni smentite il giorno stesso dal diretto interessato. Quanto basta, a mio avviso, per considerarlo un articolo approssimativo e imprudente che presta facilmente il fianco a legittime incazzature da parte delle persone coinvolte. Aggiungo che se la redazione del Legno Storto fosse stata a conoscenza di queste inesattezze, avrebbe dovuto invitare l’autore dell’articolo a correggerlo o procedere di sua iniziativa a pubblicare una rettifica.

Mie opinioni sulle azioni legali

Il fascicolo aperto dalla Procura di Roma mi sembra un classico caso di azione penale obbligatoria in base a una notizia di reato, quindi c’è poco da commentare: ha agito come doveva agire. Punto.

La richiesta di risarcimento di Davigo in sede civile mi sembra inopportuna. Non infondata o sbagliata, tutt’altro, ma inopportuna. L’articolo, come ho detto, è effettivamente calunnioso, ma da parte di un personaggio che riveste una carica pubblica (Davigo è magistrato in Cassazione) avrei preferito un’azione in sede penale a tutela della collettività, anziché un’azione civile a tutela del solo Davigo.

Sulla querela di Carai non so che dire. Se è, come sembra, un’azione in sede penale, non saprei dargli torto. Se fosse una citazione per danni, varrebbe il discorso che ho fatto per Davigo.

E quindi?

Ciò detto, precisato e opinato, concludo dicendo che verso la redazione del Legno Storto posso provare al massimo un moto di umana compassione, perché gioire per le grane altrui non è nel mio carattere, e formulo senz’altro l’augurio che gli sviluppi della vicenda non portino alla chiusura della testata. E tuttavia non posso esprimere solidarietà, né nascondere che a mio avviso, parafrasando Mao (ché tanto a sinistra siamo tutti comunisti), l’informazione non è un pranzo di gala. Visto che di testata giornalistica si tratta, e non di luogo privato per esprimere private opinioni, accanto alla libertà di espressione e alla libertà di stampa è indispensabile collocare il dovere di pubblicare notizie verificate, di rettificare prontamente eventuali errori e di vagliare con attenzione la qualità degli articoli pubblicati. Tutte cose che a mio parere, in almeno due casi sui tre in questione, il Legno Storto non ha fatto.

Tira di più il porno o Gesù?

Tuesday, April 27th, 2010

tratto da tratto da it.wikipedia.org/wiki/File:Umberto_Eco_01.jpgLeggo su Giornalettismo che Umberto Eco in un’intervista al quotidiano spagnolo «El Pais» si scandalizza perché in Internet il porno tira più di Gesù e di Padre Pio. Testuali parole:

El último artículo que he escrito dice: “Busquemos en Internet a Padre Pío”; reflejaba los 1.400.000 sitios en que aparecía este nombre. Busquemos a Jesús: 3.500.000. Busquemos porno: 130.000.000. Porno gana por 100 veces a Jesucristo.

Traduzione a capocchia:

L’ultimo articolo che ho scritto dice; “Cerchiamo in Internet Padre Pio”; [la ricerca] mostrava 1.400.000 siti in cui compariva questo nome. Cerchiamo Gesù: 3.500.000. Cerchiamo porno: 130.000.000. Porno vince su Gesù per cento a uno.

Il tutto all’interno di un discorso piatterello e cerchiobottista sui multiformi aspetti della grande rete, che secondo Eco — cito a caso — “in molti casi ha cambiato la nostra vita, la nostra capacità di documentarci, comunicare, ecc. E in alcuni casi si presta a diffondere notizie false” e altre amenità consimili.

Ora, io non pretendo che, ogni volta che l’Immenso parla, dalla sua bocca colino fiumi d’oro o svolazzino fumi d’incenso, e però, suvvia, che ne escano brandelli di chiacchera da bar mi sembra francamente eccessivo.

La prima e più ovvia osservazione che si può muovere a Eco è che per fare ricerche sensate in Internet occorre tener conto di come funziona lo strumento, per evitare di confrontare mele con pere. Nel caso di specie, se Eco avesse cercato Jesus anziché Gesù, con Google avrebbe trovato 194 milioni di siti, contro i 197 milioni che avrebbe scovato cercando porn anziché porno. L’ovvia differenza è che, mentre i termini porn (tendente all’uso universale) e porno (quasi idem) si trovano molto spesso affiancati negli appositi siti — e quindi cercando l’uno è molto probabile trovare anche l’altro — questo non succede per i termini Gesù e Jesus, essendo il primo esclusivamente italiano, l’altro quanto meno inglese e spagnolo, le due lingue europee più diffuse al mondo (mondo al quale, sia detto sommessamente e tra parentesi, appartiene anche Internet).

Conclusione: in Internet (più precisamente in Google) il porno batte Gesù per 197 a 194, un risultato ben lontano dal 100 a 1 millantato da Eco.

Seconda osservazione, di poco meno ovvia della prima: siamo sicuri che l’abbondanza di pornografia in rete è male, mentre quella di Gesù è bene? Lascio al lettore (e ovviamente a Eco) l’onere di rifletterci un po’ su.

Terza e ultima osservazione. Dice Eco: “non si sa mai se quello che si legge in Internet è vero o falso. Questo non succede con i giornali o con i libri. (…) Con Internet non si sa mai chi parla”.

Questo è un caso lampante di sindrome della fonte, che consiste nell’investire la fonte di un’affermazione del potere di predeterminarne la veridicità, con buona pace del senso critico. Una delle verità più incrollabili da tempi non sospetti è che tutte le fonti di notizie e di saperi sono parimenti inaffidabili fino a quando l’intelletto umano non si prende la briga di criticarle, ovvero di sottoporle ad attenta e spietata analisi. Lo si sa almeno dai tempi in cui Lorenzo Valla dimostrò che la Donazione di Costantino — fonte autorevolissima — era una bufala totale.

In assenza di senso critico non c’è fonte che tenga, quindi chiudo raccomandando a tutti i lettori di Umberto Eco — possano i numi conservarlo integro e glorioso nei secoli — di navigare in lungo e in largo su Internet, siti porno compresi, purché lo facciano sempre con gli occhi bene aperti e le orecchie ben protette dai canti delle sirene e dai sermoni dei sapienti.