Archive for April, 2010

Tira di più il porno o Gesù?

Tuesday, April 27th, 2010

tratto da tratto da it.wikipedia.org/wiki/File:Umberto_Eco_01.jpgLeggo su Giornalettismo che Umberto Eco in un’intervista al quotidiano spagnolo «El Pais» si scandalizza perché in Internet il porno tira più di Gesù e di Padre Pio. Testuali parole:

El último artículo que he escrito dice: “Busquemos en Internet a Padre Pío”; reflejaba los 1.400.000 sitios en que aparecía este nombre. Busquemos a Jesús: 3.500.000. Busquemos porno: 130.000.000. Porno gana por 100 veces a Jesucristo.

Traduzione a capocchia:

L’ultimo articolo che ho scritto dice; “Cerchiamo in Internet Padre Pio”; [la ricerca] mostrava 1.400.000 siti in cui compariva questo nome. Cerchiamo Gesù: 3.500.000. Cerchiamo porno: 130.000.000. Porno vince su Gesù per cento a uno.

Il tutto all’interno di un discorso piatterello e cerchiobottista sui multiformi aspetti della grande rete, che secondo Eco — cito a caso — “in molti casi ha cambiato la nostra vita, la nostra capacità di documentarci, comunicare, ecc. E in alcuni casi si presta a diffondere notizie false” e altre amenità consimili.

Ora, io non pretendo che, ogni volta che l’Immenso parla, dalla sua bocca colino fiumi d’oro o svolazzino fumi d’incenso, e però, suvvia, che ne escano brandelli di chiacchera da bar mi sembra francamente eccessivo.

La prima e più ovvia osservazione che si può muovere a Eco è che per fare ricerche sensate in Internet occorre tener conto di come funziona lo strumento, per evitare di confrontare mele con pere. Nel caso di specie, se Eco avesse cercato Jesus anziché Gesù, con Google avrebbe trovato 194 milioni di siti, contro i 197 milioni che avrebbe scovato cercando porn anziché porno. L’ovvia differenza è che, mentre i termini porn (tendente all’uso universale) e porno (quasi idem) si trovano molto spesso affiancati negli appositi siti — e quindi cercando l’uno è molto probabile trovare anche l’altro — questo non succede per i termini Gesù e Jesus, essendo il primo esclusivamente italiano, l’altro quanto meno inglese e spagnolo, le due lingue europee più diffuse al mondo (mondo al quale, sia detto sommessamente e tra parentesi, appartiene anche Internet).

Conclusione: in Internet (più precisamente in Google) il porno batte Gesù per 197 a 194, un risultato ben lontano dal 100 a 1 millantato da Eco.

Seconda osservazione, di poco meno ovvia della prima: siamo sicuri che l’abbondanza di pornografia in rete è male, mentre quella di Gesù è bene? Lascio al lettore (e ovviamente a Eco) l’onere di rifletterci un po’ su.

Terza e ultima osservazione. Dice Eco: “non si sa mai se quello che si legge in Internet è vero o falso. Questo non succede con i giornali o con i libri. (…) Con Internet non si sa mai chi parla”.

Questo è un caso lampante di sindrome della fonte, che consiste nell’investire la fonte di un’affermazione del potere di predeterminarne la veridicità, con buona pace del senso critico. Una delle verità più incrollabili da tempi non sospetti è che tutte le fonti di notizie e di saperi sono parimenti inaffidabili fino a quando l’intelletto umano non si prende la briga di criticarle, ovvero di sottoporle ad attenta e spietata analisi. Lo si sa almeno dai tempi in cui Lorenzo Valla dimostrò che la Donazione di Costantino — fonte autorevolissima — era una bufala totale.

In assenza di senso critico non c’è fonte che tenga, quindi chiudo raccomandando a tutti i lettori di Umberto Eco — possano i numi conservarlo integro e glorioso nei secoli — di navigare in lungo e in largo su Internet, siti porno compresi, purché lo facciano sempre con gli occhi bene aperti e le orecchie ben protette dai canti delle sirene e dai sermoni dei sapienti.

Bella ciao

Wednesday, April 21st, 2010

Il sindaco leghista di Mogliano, provincia di Treviso, non vuole che la banda suoni Bella Ciao durante le celebrazioni del 25 aprile? E io non solo gliela copincollo da Wikipedia, ma da Youtube prendo pure una versione cantata dal coro dell’Armata Rossa, tiè.

Testo tratto da wikipedia.

Il seguente testo è quello più diffuso, con tra parentesi alcune varianti:

Una mattina mi son svegliato,
o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!
Una mattina mi son svegliato
e ho trovato l’invasor.

O partigiano, portami via,
o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!
O partigiano, portami via,
ché mi sento di morir.

E se io muoio da partigiano,
o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!
E se io muoio da partigiano,
tu mi devi seppellir.

E seppellire (Mi porterai) lassù in (sulla) montagna,
o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!
E seppellire (Mi porterai) lassù in (sulla) montagna
sotto l’ombra di un bel fior.

E (Tutte) le genti che passeranno
o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!
E (Tutte) le genti che passeranno
Mi diranno «Che bel fior!»

«È questo il fiore del partigiano»,
o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!
«È questo il fiore del partigiano
morto per la libertà!»

Eyjafjallajökull

Monday, April 19th, 2010

tratto da en.wikipedia.org/wiki/EyjafjallajökullQuando i copisti medievali si imbattevano in una parola dalla grafia incomprensibile, la sostituivano con la nota convenzionale graecum est, non legitur — è greco, non si riesce a leggere. I nostri cronisti fanno la stessa cosa con l’Eyjafjallajökull, il vulcano islandese che con la sua eruzione ha stroncato il traffico aereo europeo negli ultimi giorni: è islandese, non si riesce a pronunciare.

Tant’è che qui da noi l’Eyjafjallajökull è entrato nelle cronache radiotelevisive come il vulcano islandese, che è un po’ come dire coso, lì, come si chiama.

Eppure basta una ricerchina di pochi secondi per individuare le parti che compongono l’esotico nome: “Eyja significa isola, fyalla o fyjoll significa montagna e jökull ghiacciaio”, dice Urdur Gunnarsdottir, funzionaria del ministero degli esteri islandese, aggiungendo che il nome completo indica il ghiacciaio, mentre il gruppo montuoso in cui si trova il vulcano si chiama Eyjafjalla, che si pronuncia grossomodo eiafiotl, che potrebbe non essere una pronuncia impeccabile, ma è senz’altro un passo avanti rispetto alla reticenza onomastica dei cronisti.

Che poi, mi chiedo, perché tanta reticenza? Forse è paura di sbagliare, di fare figuracce? Timore non infondato, certo: nell’articolo sopra citato si parla appunto di un’ondata di ilarità che ha colpito gli islandesi quando hanno iniziato a sentire come gli inviati delle emittenti anglofone storpiavano la pronuncia del perfido Eyjafjallajökull.

Paura di esporsi allo scherno islandese? Ma lascia che si spancino, dico io, che sarà mai? È gente che ultimamente ha i suoi bei problemi con la crisi economica, la disoccupazione e tutto il resto. Lascia che si divertano un po’ anche loro, no? Chiamalo eiafiallaiocull, il vulcano, e goditi il suono delle risate islandesi, e ridi assieme a loro, dài, che un po’ di allegria non ha mai ammazzato nessuno.

Invece niente, pare che il timore di fare brutte figure sia più forte del buon senso. Comunque, o pavidi cronisti audio e video, sappiate che, stando alle cronistorie vulcaniche islandesi, l’attività dell’Eyjafjallajökull è quasi sempre seguita da quella di un altro vulcano che si chiama Katla, che salvo imprevisti fonetici dell’idioma isolano dovrebbe pronunciarsi catla. Chissà se quella volta lì, quando si sveglierà il Katla, avremo l’onore di sentir pronunciare il suo nome alla radio e in televisione.

Gliel’avrà detto suo cugino

Tuesday, April 13th, 2010

Molti sociologi, molti psichiatri hanno dimostrato che non c’è relazione tra celibato e pedofilia – ha dichiarato il segretario di Stato – e invece molti altri hanno dimostrato, me lo hanno detto recentemente, che c’è una relazione tra omosessualità e pedofilia. [Card. Tarcisio Bertone]

“Me l’hanno detto recentemente”. Ho passato minuti interminabili a fissare quell’inciso. Non volevo crederci.

“Me l’hanno detto recentemente”. Al di là della consueta predilezione delle gerarchie vaticane per i peggiori pregiudizi sull’omosessualità, colpisce in questo caso il ricorso alla regina delle stronzate dialettiche, all’icona del pettegolezzo, alla quintessenza del chiacchiericcio: mi hanno detto… ho saputo… gira voce… Manca solo pissi pissi bao bao.

“Me l’hanno detto recentemente”. Gliel’avrà detto suo cugino, immagino.

L’etteratura è morta

Tuesday, April 13th, 2010

tratto da www.edarts.net/access/100cal.jpgL’etteratura è morta, dicono. C’è chi dice che è morta da almeno trent’anni, altri da trentacinque. I più pessimisti datano la morte dell’etteratura ai primi anni del ventesimo secolo. Pare infatti che a differenza di uomini, animali, piante e altri agglomerati di sostanze organiche senzienti e non, non esista ancora un metodo condiviso per stabilire l’esistenza in vita dell’etteratura, con il risultato che ognuno si può prendere la libertà di farla morire un po’ quando gli pare.

Tant’è che — sembra assurdo, lo so, ma è così — c’è perfino gente che sostiene che l’etteratura in realtà è viva e non se la passa neanche tanto male.

Le cause di queste difficoltà di accertamento e datazione del decesso non sono completamente note, né facilmente deducibili dal fenomeno in sé, e tuttavia non è irragionevole ipotizzare che fra esse ci sia la mancanza di un accordo fra gli operatori del settore circa l’assetto ontologico dell’etteratura. Fra le molte scuole di pensiero citeremo qui solo le principali.

La scuola empirica insegna che l’etteratura è l’insieme di ciò che è contenuto negl’ibri. Alle numerose richieste di un parere scientifico su cosa siano gl’ibri, i massimi esponenti della scuola empirica han sempre fatto orecchie da mercante.

La scuola soggettivista fa coincidere l’etteratura con l’atto dell’èggere. Secondo questa scuola l’ettore è il vero artefice del fenomeno etterario. Ai frequentatori più assidui dell’annosa questione non sfugge il subdolo sottinteso etimologico di questa posizione.

La scuola accademica afferma che l’etteratura è il museo delle opere storicamente accolte nel canone etterario da un’élite di ettori specialisti. Se richiesti di specificare i requisiti necessari per entrare a far parte di quella élite, i membri della scuola accademica generalmente fischiettano.

La scuola ideologica, infine, sostiene che l’etteratura è la rappresentazione simbolica dei miti e delle fobie di un popolo. Va da sé che se chiedete a un ideologico di definire popolo, egli vi rimanderà alla sociologia, all’antropologia, alla glottologia o a qualsivoglia altra materia in cui si sarà preventivamente dichiarato incompetente.

Essendo impossibile dare una risposta condivisa alla domanda cos’è l’etteratura?, gli esperti solitamente si accordano su proposizioni apodittiche del tipo l’etteratura c’è, spostando di fatto il discorso da un contesto razionale a uno fideistico e rimandando sine die una definizione articolata dell’ente. L’esistenza dell’etteratura, insomma, sembra essere una questione di fede, non di ragione e, date queste premesse, stabilire se l’etteratura è viva o morta è di fatto una disputa teologica.

Nessuna sorpresa, quindi, se l’ettore laico e diabolicamente materialista, quando qualche esponente di una o più delle succitate scuole gli viene a raccontare che l’etteratura è morta, risponda con l’inciviltà che lo contraddistingue e un bel chissenefrega non vogliamo mettercelo? e continui di poi a èggere, beffardo e imperterrito, incurante della costernazione del necroforo di turno.

Elegia

Monday, April 12th, 2010

Io lo so, l’ho sempre saputo, che la vita ruba molto e rende poco. Io so che voi tutti, amici antichi e nuovi, così loquaci un tempo, oggi tacete perché la vita, gran ladra, vi ha rubato. Io lo so che questo silenzio attonito non è una vostra scelta, ma la conseguenza naturale del fatto che la vita, immensa truffatrice, vi ha rubato tutto, voce compresa.

Ricordate, amici, i tempi belli? Ricordate anche voi quei tempi in cui il sole non aveva il permesso di tramontare senza che noi ci fossimo incontrati sulla piazza per parlare, discutere, dissezionare le cose con lame taglientissime forgiate nel discorso, nella logica, nella passione invincibile di chi ha tutto il tempo di immaginare un mondo migliore?

Cosa è successo dopo? Quale forza imprevista perfino da noi — gente così abile a scandagliare le cause e a prevedere gli effetti — ha potuto sciogliere la nostra congrega senza nemmeno lasciarci il tempo di rendercene conto? Per quale ragione la piazza è rimasta deserta senza che uno solo fra noi abbia scelto deliberatamente di abbandonarla?

Ci siete stati ultimamente? Avete visitato i luoghi in cui eravamo soliti riunirci per tirare di scherma coi nostri ragionamenti, fra risate plenarie e reciproche canzonature, alla luce di lampioni che potevamo spegnere quando volevamo a calci o a gomitate? Ci siete stati? Avete visto che disastro, che desolazione, che spreco di spazio, che silenzio?

Puttana di quella vacca di un vita: possibile che basti crescere, maturare, sposarsi, diventare adulti e responsabili, lavorare, fare figli, accendere mutui, perdere il lavoro o divorziare per dimenticare tutto quello che siamo stati, per dimenticare tutto quello che volevamo essere, per dimenticare tutto?

Sia come sia, vada come vada, io non vi dimentico. Di ciascuno di voi conservo un ricordo, a mo’ di speranza di incontrarvi ancora quando la vita puttana concederà a voi e a me una tregua, o magari dopo. Ricordo le serate passate a designare chi avrebbe dovuto verniciare cazzi neri sul candido muro di quel grandissimo stronzo del Carugati; ricordo le dure invettive contro il cattocomunismo; ricordo le ore passate a stabilire se sia più grande Tolstoj o Dostoevskij, Schopenhauer o Hegel, Borg o McEnroe; ricordo i mal di pancia provvidenziali per restare solo con Chiara; ricordo le transumanze verso qualunque meta sapesse di agriturismo o di bistecca, pur di radunarci; ricordo le terrazze romane e il trenino per Acilia; ricordo tutti gli incontri occasionali, tutte le chiacchiere, tutti gli arrivi e tutti i passaggi in stazione per ripartire; ricordo tutti i libri prestati e mai restituiti; ricordo tutti i libri consegnati e mai pagati; ricordo tutti i libri mai consegnati.

Io, uno che a malapena ricorda a sera quel che ha fatto la mattina, ricordo tutto di ognuno di voi. Qualunque cosa accada, amici antichi e nuovi, ricordate anche voi per sempre le mie parole: non vi libererete tanto facilmente di me.

Donna, irlandese, cattolica, tosta

Friday, April 9th, 2010

Traduzione di una articolo apparso qualche giorno fa sul Washington Post, che ho beccato su segnalazione di Malvino. Come tutte le mie traduzioni, anche questa è da considerarsi di servizio, non professionale e tendenzialmente inaffidabile. lt.

A Sinead O’Connor le scuse del papa per gli abusi sessuali in Irlanda sembrano vacue

di Sinead O’Connor
Articolo apparso sul Washington Post il 28 marzo 2010

Quando ero bambina, l’Irlanda era una teocrazia cattolica. Quando un vescovo camminava per via, la gente si scansava per dargli strada. Se un vescovo partecipava a una manifestazione sportiva, la squadra si genufletteva a baciargli l’anello. Se qualcuno faceva uno sbaglio, invece di dire “nessuno è perfetto” noi dicevamo “Be’, certo, poteva capitare a un vescovo”.

L’espressione era più accurata di quanto noi stessi sapessimo. In questo mese papa Benedetto XVI ha scritto una lettera pastorale di scuse — più o meno — all’Irlanda per espiare decenni di abusi sessuali su minori da parte di preti di cui quei bambini presumibilmente si fidavano. Per molta gente del mio paese natale la lettera del papa è un insulto non solo alla nostra intelligenza, ma anche alla nostra fede e alla nostra patria. Per capire perché, bisogna rendersi conto che noi irlandesi abbiamo sopportato un genere brutale di cattolicesimo che ruotava attorno all’umiliazione dei bambini.
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