Archive for January, 2010

Pregare dei cancheri

Thursday, January 28th, 2010

Da un discorso di Paolo Nori sulla dittatura.
(Il discorso completo è lunghissimo, ma vale la pena leggerlo tutto).

L’hanno messo anche in prigione, l’hanno mandato al manicomio, l’hanno fatto morire di fame e lui non se la prendeva neanche con loro, se la prendeva con se stesso, devo scrivere di più, oggi non ho scritto le mie tre quattro pagine.

Eppure sarebbe stato così facile, per Charms, la prima cosa, tutti noi avremmo fatto così, credo, mettersi a pregare dei cancheri al potere sovietico, dare la colpa della propria rovina e della propria caduta a un potere cieco e sordo e ingiusto e crudele e stupido, e invece no, e per questo noi oggi non abbiamo in mano delle invettive, ma dei capolavori. Che è una testimonianza, secondo me, di una grandezza che nasce dal niente, di un’anima immortale, veramente.

Presunta brava gente

Wednesday, January 27th, 2010

Ricordare, fare memoria: parole astratte, metafisiche, incapaci di incidere la dura scorza delle cose. E però tocca provarci, almeno.

Mi ricordo, dunque, ricordo a me medesimo per primo, che oggi, sessantacinque anni fa, si rivelò agli occhi del mondo lo scempio di Auschwitz. Quello che dimentichiamo volentieri, perché è un ricordo che turba le nostre tranquille coscienze di presunta brava gente, è che Auschwitz non fu un lampo di follia nell’ordinato e razionale progresso delle umane sorti, ma il frutto orrendamente logico di secoli di odio, segregazione, pogrom e spoliazione civile di uomini e donne che alla fine, solo alla fine di questo martirio secolare, furono condannati a morte non per aver commesso crimini, ma per ciò che erano: ebrei, nomadi, omosessuali, disabili, testimoni di Geova.

Oggi, sessantacinque anni dopo, consiglio a noi presunta brava gente di fermarsi un momento solo a riflettere su quello che sta succedendo qui, ora, nel paese abitato dal mitico popolo italiano, un popolo che come nessun altro sa dimenticare i propri torti. Prendiamoci qualche minuto per leggere questo articolo, dove si mostra come vengono trattate le minoranze rom e sinti a Roma: spostati da una baraccopoli a un’altra, sradicati continuamente, ghettizzati, criminalizzati, privati dei diritti civili più elementari, schedati e spogliati di tutto. Esattamente — ripeto: esattamente — quello che successe agli ebrei tedeschi a partire dal 1933, molto prima di Auschwitz. E dopo aver letto quell’articolo, magari leggiamo anche quest’altro.

Ciò che non possiamo permetterci di dimenticare, oggi, non è solo che Auschwitz si è rivelato agli occhi del mondo sessantacinque anni fa, ma che non stiamo facendo abbastanza per impedire che appaia di nuovo.

Microcenturie su Repubblica

Tuesday, January 26th, 2010

L’opera di manganelizzazione della rete procede spedita e conquista un cantuccio di stampa nazionale, citata da Loredana Lipperini in un trafiletto dedicato alla necessità di avere un agente letterario (per chi aspira a veder pubblicati i suoi ghiribizzi in forma di libro, s’intende):

«Il web – scrive Rosman – per i cacciatori di talenti è come una palude non navigabile». Eppure nel web continuano a radunarsi narratori: ultimo nato è microcenturie.it, il cui scopo è quello di raccogliere “romanzi fiume di una sola pagina” sul modello della Centuria manganelliana. Dopo la pubblicazione online, le centurie vengono stampate e smarrite nel mondo reale per disegnare una cartografia fatta, appunto, di storie.

Microcenturie è curata da Zena Roncada, Lucia Saetta e Flaviano Fillo, ed è gradevole agli occhi grazie all’estro grafico di Salvatore Mulliri.

L’eredità economica di Craxi

Thursday, January 21st, 2010

A dispetto di autorevoli tentativi di riabilitazione postuma, un articolo di Sandro Brusco su noisefromamerika ci ricorda che Bettino Craxi non fu solo un delinquente, ma anche un pessimo politico, almeno sotto il profilo economico.

Gli anni Ottanta, periodo in cui Craxi ha raggiunto l’apice della sua influenza, hanno visto un’esplosione della spesa pubblica, il cui livello non è più sceso nei due decenni successivi. Contestualmente è esplosa la pressione fiscale, guidata in modo particolare dalla crescita delle imposte dirette. Nonostante l’accresciuta tassazione, la spesa crebbe comunque assai più velocemente del gettito tributario, per cui anche il debito pubblico esplose, rischiando di mettere il paese su un sentiero di insolvenza. Quando si guarda ai numeri pertanto l’eredità economica di Craxi appare pesantissima.

Leggi l’articolo completo su noisefromamerika.

Microcenturie

Saturday, January 16th, 2010

Non sono fra i tessitori di lodi incondizionate alle virtù del protocollo http e dei suoi derivati, eppure non ho problemi ad ammettere che la rete spesso mi ha stupito, e tuttora mi stupisce, per la sua capacità creativa e talvolta — mi si passi il termine — magica.

Càpita, per esempio, che l’anno appena passato sia stato il trentennale prevedibilmente ignorato della pubblicazione di Centuria, libro per possedere il quale ogni essere umano con passaporto italiano dovrebbe essere disposto a siglare patti diabolici. Càpita altresì che in quest’anno inaugurale degli anni dieci del terzo millennio cada il ventesimo anniversario della morte di Giorgio Manganelli, che di Centuria fu l’autore.

Fin qui l’universale, segue il particulare: càpita eziandio che io sia da anni lettore infaticabile e inaffidabile di quel genio irripetibile (e dagli alle sdrucciole) della letteratura italiana che fu Giorgio Manganelli, e càpita infine che mio padre morì nel 1990, stesso anno della morte di Manganelli.

Orbene.

Che ti càpita in rete? Càpita che l’anno passato io abbia scritto su questo blogghetto periferico un monologo intitolato Congedo, che l’io narrante di quel monologo sia un padre — come mio padre — e càpita che quest’anno Congedo entri a far parte di una collezione di testi intitolata Microcenturie, espressamente ispirata al capolavoro di Giorgio Manganelli: apoteosi del tutto si tiene.

Coincidenze? Sì, non c’è dubbio: coincidenze, e che nessuno si azzardi ad approfittarne per sparare cazzate del tipo “un battito d’ali di farfalla a Monza può provocare un uragano a Vigevano”. E tuttavia per me, per me solo, per questo piccolo ometto che non si rassegna a considerarsi un’isola, queste coincidenze sono autentiche magie.

Detto questo, consiglio ai miei diciannove lettori di tenere gli occhi puntati su Microcenturie: per ora ci sono dodici racconti, tolto il mio, uno più bello dell’altro, e per onorare l’ispirazione manganelliana tocca arrivare a cento. Non perdetelo di vista.

Fiutano la disperazione nelle capanne e la comprano

Wednesday, January 13th, 2010

tratto da www.latinamericanstudies.org1884. Edmondo De Amicis sale a bordo del piroscafo Nord America, destinazione Montevideo. Cinque anni più tardi il racconto di quel viaggio sarebbe stato pubblicato con il titolo Sull’oceano, un libro strano e lievemente teratologico: un po’ resoconto giornalistico, un po’ esercizio di ritrattistica letteraria, un po’ saggio sui vizi, le virtù e i destini della specie umana. Un mostriciattolo, ma non sgradevole, ingentilito da una scrittura limpida e pacata, colloquiale, confidenziale. Il piroscafo aveva biglietti di prima, seconda e terza classe, e in quest’ultima viaggiavano le avanguardie di quell’imponente flusso migratorio che a partire dalla fine dell’800 avrebbe portato milioni di diseredati italiani a cercare fortuna all’estero.

Dato l’argomento, non è raro che la lettura inneschi rimandi alle migrazioni contemporanee, fenomeno in cui il ruolo dell’Italia risulta invertito, da porto di partenza ad agognata meta di masse disperate. Trascrivo un brano che — mutando l’America in Italia e l’Italia in Africa — potrebbe essere letto con profitto da chi oggi nega l’umanissima miseria che “ci urla e ci singhiozza alla porta” e la usa come merce di scambio politico, non molto diverso, in questo, dai delinquenti che “fiutano la disperazione nelle capanne e la comprano”.

Certo, in quel gran numero, ci saranno stati molti che avrebbero potuto campare onestamente in patria, e che non emigravano se non per uscire da una mediocrità, di cui avevano torto di non accontentarsi; ed anche molti altri che, lasciati a casa dei debiti dolosi e la reputazione perduta, non andavano in America per lavorare, ma per vedere se vi fosse miglior aria che in Italia per l’ozio e la furfanteria. Ma la maggior parte, bisognava riconoscerlo, eran gente costretta a emigrare dalla fame, dopo essersi dibattuta inutilmente, per anni, sotto l’artiglio della miseria.

(…) La pietà era loro dovuta intera e profonda. E mettevano più pietà, se si pensava a quanti di loro avevan già forse in tasca dei contratti rovinosi, stretti con gli incettatori che fiutano la disperazione nelle capanne e la comprano; a quanti sarebbero stati afferrati all’arrivo da altri truffatori e sfruttati tirannicamente per anni; a quanti altri forse portavano già nel corpo, da troppo tempo malnutrito e fiaccato dalle fatiche, il germe d’una malattia che li avrebbe uccisi nel nuovo mondo.

E avevo un bel pensare alle cagioni remote e complesse di quella miseria, davanti alla quale, come disse un ministro, “ci troviamo altrettanto addolorati che impotenti”, all’impoverimento progressivo del suolo, all’agricoltura trasandata per la rivoluzione, alle imposte aggravate per necessità politica, alle eredità del passato, alla concorrenza straniera, alla malaria. (…) Non mi potevo levar dal cuore che ci avevano pure una gran parte di colpa, in quella miseria, la malvagità e l’egoismo umano: tanti signori indolenti per cui la campagna non è che uno spasso spensierato di pochi giorni e la vita grama dei lavoratori una querimonia convenzionale d’umanitari utopisti, tanti fittavoli senza discrezione né coscienza, tanti usurai senza cuore né legge, tanta caterva d’impresari e di trafficanti, che voglion far quattrini a ogni patto.

(…) E poi mi venivano in mente i mille altri, che, empitisi di cotone gli orecchi, si fregan le mani, e canticchiano; e pensavo che c’è qualche cosa di peggio che sfruttar la miseria e sprezzarla: ed è il negare che esista, mentre ci urla e ci singhiozza alla porta.

[Edmondo De Amicis, Sull’Oceano, Ibis 1991, pag. 51-54]

Incontenibile desiderio di prolungare l’amoroso convegno

Sunday, January 10th, 2010

L’uomo che qualche giorno fa ha mandato in tilt gli apparati di sicurezza dell’aeroporto di Newark è stato arrestato. Si chiama Haisong Jiang, cinese ventottenne, e i suoi vicini giurano che lui e i suoi compagni d’affitto in una casa “in stile coloniale” sono tipi “molto tranquilli, bravi studenti che non hanno mai dato una festa”. Nonostante queste ottime e noiosissime referenze, il ragazzo rischia trenta giorni di carcere per quello che noi chiameremmo disturbo della quiete pubblica.

Secondo me, invece, Haisong Jiang non solo non dovrebbe essere incriminato, ma dovrebbe ricevere una medaglia al valore civile (o equivalente statunitense) per avere svelato le falle dei sistemi di sicurezza mettendo eroicamente a repentaglio la propria incolumità personale e la propria fedina penale.

Pare che il ragazzo, dottorando in biotecnologie mediche, abbia eluso i severi controlli dell’area imbarchi per dare un ultimo bacio alla sua fidanzata in partenza, meritevole ai suoi occhi di aver intrapreso un lungo viaggio per trascorrere con lui pochi indimenticabili giorni. Incontenibile desiderio di prolungare l’amoroso convegno.

Quest’uomo è pazzo, innamorato e completamente rincoglionito, roba che Abelardo, l’Orlando furioso, Romeo e Don Chisciotte messi assieme gli fanno una pippa. Da’ retta a me, Obama: medaglia, non carcere.

E poi c’è sempre quel gran genio di Maroni

Saturday, January 9th, 2010

Offri un dito a Maroni

E vabbè, dài, non è mica giusto prendersela sempre con Roberto Castelli, ex-ministro, quando c’è in giro uno come Roberto Maroni, che purtroppo ex non è, ma ministro in servizio permanente effettivo.

Secondo questo genio — il quale, vorrei sottolineare, è il diretto responsabile della sicurezza dello stato e dei cittadini — se a Rosarno qualche decina di immigrati si rivolta ad anni di sfruttamento, lavoro nero, umiliazioni indicibili, condizioni abitative e igieniche disumane, minacce e spedizioni punitive (più correttamente pogrom), la responsabilità è tutta loro, cioè delle vittime di questo vero e proprio neo-schiavismo, mentre chi guadagna sulla loro pelle e li obbliga a vivere come animali è puro e immacolato.

Lupo con gli ultimi della terra, agnello con i potenti.

La logica di Maroni meriterebbe un trattato, una monografia, una voce in wikipedia. Questo Maroni è il medesimo che ha voluto a tutti i costi il reato di clandestinità, ovvero la riedizione aggiornata delle leggi razziali del 1938: allora gli ebrei, oggi gli immigrati irregolari, dichiarati criminali non per ciò che fanno, ma per ciò che sono: criminalità ontologica, fine dello stato di diritto, fine della civiltà.

Questo Maroni è lo stesso Maroni che ha lanciato una campagna di schedatura preventiva dei rom e dei sinti, oltretutto senza avere le palle di darle il suo vero nome, ma chiamandola eufemisticamente censimento. Perché secondo la logica maroniana il rom, il sinti, specialmente quello costretto a vivere in miseria nei campi nomadi, è un potenziale delinquente. Secondo la logica maroniana il povero è colpevole in quanto tale. Maroni, se potesse, istituirebbe il reato di povertà.

E così, mentre la criminalità organizzata continua indisturbata a gestire la tratta degli schiavi; mentre la crisi economica sta innescando una bomba sociale fatta di precarietà, sfiducia definitiva nello stato, miseria e privazioni; mentre insomma la nostra sicurezza è minacciata quotidianamente da mafiosi, faccendieri, palazzinari, schiavisti, sfruttatori, evasori fiscali e ogni altra sorta di parassiti di lusso, il prode Maroni continua bel bello a fare il muso duro con i disgraziati. Che uomo, neh?

Dov’eri, ministro Maroni, quando gli immigrati di Rosarno sono stati ridotti in schiavitù? Cosa stavi facendo tu, mentre i caporali rastrellavano questi disgraziati all’alba per conto di possidenti mal disposti ad assumere manodopera regolare? A quale nuova misura preventiva contro i più deboli stavi lavorando mentre gli immigrati di Rosarno erano costretti a vivere in condizioni disumane? Un ministro degli Interni con un minimo sindacale di onestà intellettuale si dimetterebbe immediatamente di fronte a questo disastro civile che lui — responsabile della sicurezza dello stato e dei cittadini — aveva il dovere di impedire.

Confesso: ne ho le scatole piene. Il prossimo che mi viene a dire che votare Lega non è peccato, perché è un partito popolare che ascolta la ggente, lo prendo a calci in culo da qui a Ponte di Legno.

L’ex-ministro Castelli

Friday, January 8th, 2010

Ieri sera ho guardato Annozero, la trasmissione di Santoro. Tra gli ospiti c’era l’ex-ministro Roberto Castelli della Lega Nord. Uno dei servizi della puntata riguardava i lavoratori di un call center che da mesi non ricevono lo stipendio e che per avere notizie dalla direzione dell’azienda, che si rifiutava di parlare con loro, hanno chiuso le uscite del posto di lavoro e hanno detto ai dirigenti: uscite pure, ma prima di uscire ascoltateci e diteci che fine hanno fatto i notri soldi.

L’ex-ministro Castelli ha voluto dire la sua sulla questione e quindi ha detto, rivolto ai lavoratori: ragazzi, attenzione che il sequestro di persona è reato.

Ora, io non so se l’ex-ministro Castelli ha qualche problema di percezione della realtà, ma dal servizio risultava chiaramente che nessuno aveva sequestrato nessuno e che i lavoratori avevano solo alzato un po’ la voce per farsi ascoltare dalla direzione. Tant’è che uno dei portavoce di questi lavoratori avrà detto almeno tre volte che per risolvere la questione sono intervenute le forze dell’ordine, e che le forze dell’ordine non hanno denunciato nessuno per sequestro di persona, ma anzi hanno consigliato ai dirigenti di ascoltare le ragioni dei lavoratori e di dar loro qualche risposta.

Cazzo c’entra il sequestro di persona, o stolido ex-ministro Castelli?

Ma non è tutto. Verso la fine della trasmissione è stata data la parola a una signora siciliana di trentasei anni, se non ricordo male, insegnante precaria in Sicilia. Questa signora ha raccontato in modo molto civile cosa significa essere precari della scuola a trentasei anni, criticando le scelte del governo in materia scolastica e soffermandosi in particolare sul problema dell’affollamento: classi di trenta alunni, diceva, sono un problema serio.

L’ex-ministro Castelli ha voluto dire la sua anche su questo, purtroppo, e non ha trovato niente di meglio da dire se non raccontare che lui ha fatto il liceo assieme a Formigoni, e che in classe erano quarantaquattro, e che lui e Formigoni non sono mica stati lì a lamentarsi, ma si sono rimboccati le maniche e adesso guarda dove sono arrivati, e che la signora insegnante precaria, invece di lamentarsi di classi di appena trenta alunni, doveva anche lei rimboccarsi le maniche, essere ottimista, lavorare sodo e guadagnarsi la michetta come fecero quegli sfigati che hanno fatto il liceo in classi da quarantaquattro (sfigati, a onor del vero, lo dico io, perché per Castelli la sfiga di aver fatto il liceo in condizioni così indecenti sembrava un punto d’onore).

Ora, l’ex-ministro Castelli è nato nel 1946, quindi ha iniziato il liceo nel 1960 (salvo bocciature), cioè cinquant’anni fa. Io vorrei fare qualche domanda all’ex-ministro Castelli: credi tu, ex-ministro Castelli, che ci siano buone ragioni perché la scuola di oggi ripeta gli errori della scuola di cinquant’anni fa? Credi davvero, ex-ministro Castelli, che oggi, nel 2010, sia un atto decente insultare un’insegnate precaria dicendole che dovrebbe lavorare anziché lamentarsi dello sfascio della scuola pubblica? Credi davvero che avere avuto la sfiga di frequentare una classe affollatissima ti dia il diritto di prendere per il culo una civile insegnante precaria siciliana che si rifiuta di veder ripiombare la scuola pubblica ai livelli di cinquant’anni fa?

Io capisco che frequentare il liceo in quelle condizioni, oltretutto con Formigoni come compagno di classe, possa lasciare segni indelebili nella psiche di chiunque, ma farsi vanto delle proprie miserie è un gesto abietto e meschino. Le persone intelligenti e sensibili lottano per impedire che le proprie miserie si ripetano. Le persone decenti non rispondono ai problemi di oggi sbandierando i propri di cinquant’anni fa, o indecente ex-ministro Castelli.

Il baco del 2010

Wednesday, January 6th, 2010

Pare che su alcuni telefoni arrivino SMS dal futuro, precisamente dal 2016, una stranezza che può essere accolta con un’alzata di spalle e una risata. Anche una banca australiana, però, riceve transazioni con carta di credito datate 2016 e ci sono problemi simili in Germania. Qui la cosa si fa un po’ più seria, perché, se la carta di credito scade prima del 2016, i sistemi informatici della banca si rifiutano di sganciare il conquibus, e il malcapitato utente non può pagare la calza della befana per i bimbi, o il pieno dell’auto, o la cena con l’amorosa al ristorante chic.

Perché proprio il 2016? Hacker quaedisti all’opera per destabilizzare il capitalismo occidentale? Virus informatici a scoppio anticipato? Interruzione imprevista del continuum spazio-temporale? Complotto pippoplutomassonico? Macché: è un baco, il famigerato Y2.01K bug, il baco del 2010, uno strascico inatteso del famoso millenium bug.
(more…)

Pensa te cosa succede

Tuesday, January 5th, 2010

Quando ho letto che per Renato Brunetta “l’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro” — cioè l’incipit della Costituzione italiana — non significa alcunché, mi è subito venuto in mente Corrado, il presentatore televisivo, quando disse che “l’Italia è una repubblica democratica fondata sulle cambiali”, e si beccò un cazziatone dalla direzione della Rai. Quella lì, pensavo, è l’unica battuta memorabile di Corrado, che per il resto faceva ridere per un certo suo modo di muoversi, per certi suoi sguardi storditi e complici, più che per quello che diceva.

Mentre ero lì che pensavo a Corrado, ho pensato che Brunetta, invece, fa ridere per quello che dice, sì, ma di quel ridere denigratorio e un po’ cattivo che scatta quando si assiste a una gaffe o a un’asinata plateale, come quando D’Alema canna i congiuntivi, per capirci. In quelle occasioni scatta, la risata, non tanto per l’asinata in sé, quanto per il contrasto fra l’asinata e la posa intellettualistica e vagamente professorale del personaggio.

Alla fine mi sono ritrovato a immaginare un quiz televisivo sulla Costituzione italiana condotto da Corrado, con Brunetta e D’Alema come concorrenti. Corrado domandava “cosa significa il primo comma dell’articolo 1 della Costituzione?”. D’Alema schiacciava il pulsante e diceva “credo che vuole dire che se non c’erano stati i lavoratori…”, poi Brunetta schiacciava il pulsante e diceva “ma che cazzo vorrà mai dire? Sarà una delle solite stronzate dei comunisti”. Allora Corrado allargava le braccia e faceva quel suo sguardo stordito e complice, e quello sguardo — tutti gli spettatori lo sapevano — significava “in due non ne fanno uno buono” e allora ridevano tutti, gli spettatori.

Pensa te cosa succede al cittadino comune quando Brunetta apre bocca, per tacere di D’Alema.

Madeleine Santschi

Tuesday, January 5th, 2010

Poco fa ho saputo che Madeleine Santschi è morta il 3 gennaio. Si è spenta serenamente, dice l’email, che ho ricevuto, credo, perché tre anni fa ho dedicato qualche post ad Antonio Pizzuto, uno degli autori italiani che questa letterata elegante ha traghettato in lingua francese.

In rete non si trovano molte notizie su di lei. Sul sito di Leonardo libri c’è un suo breve profilo biografico. Poi Una bibliografia che rende conto del suo lavoro di traduzione dall’italiano: Dario Niccodemi, Antonio Pizzuto, Albino Pierro, Grazia Deledda, Laura Betti.

Infine un video in cui parla della sua esperienza con Antonio Pizzuto, che ricorda così: Era molto esigente, molto fraterno, direi dolce, ma nello stesso tempo di una densità infracassabile, dunque non si poteva spaccarlo. Era lì.

Di Pizzuto Madeleine Santschi ha tradotto la parte terminale dell’opera, Pagelle e Ultime, la parte più ardua e aerea, ostica per molti lettori italiani, anche fra quelli più attrezzati, ma non per questa signora delle lettere. Riposi in pace.

Gianni Rodari in mp3

Sunday, January 3rd, 2010

In rete c’è un signore che non solo si è preso la briga di trasferire l’opera in effigie da cassetta a file mp3, ma l’ha pure messa a disposizione di noi mortali con tanto di copertina originale. Sempre gli siano favorevoli i numi della salute e della fortuna.

Tutti i dettagli dell’operazione nel blog del benemerito distributore di chicche.

(notizia appresa da Pensieri spettinati, via cutulisci e dottorcarlo).