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Comunicazione

Saturday, October 16th, 2010

bibliotecaE poi c’è questa faccenda della comunicazione. Un testo scritto, si sente dire spesso, è un messaggio, quindi anche un romanzo, una poesia o un racconto sono un messaggio con tanto di mittente (l’autore), canale di trasmissione (la scrittura) e destinatario (il lettore), e magari anche uno scopo ben determinato come, che so, trasmettere una visione del mondo, erudire il lettore sul senso ultimo della vita, mostrargli il lato oscuro della forza, cose così.

Ora, se osserviamo attentamente una persona che legge poesia o prosa narrativa, non tarderemo ad accorgerci che è letteralmente fuori di sé: non fa caso ai rumori circostanti, il suo volto assume espressioni del tutto irrelate a ciò che le accade attorno, e la vediamo trasalire (cioè risalire all’improvviso in sé stessa) se qualcuno le tocca una spalla. La persona che legge non sembra davvero il soggetto più adatto a ricevere e decifrare un messaggio.

Ma anche il mittente non è messo molto meglio. Parafrasando Rimbaud (e forse citando Blanchot, ma non mi ricordo, e in fondo chissenefrega), dico che chi scrive è un altro, frase che può essere interpretata in almeno due modi. Il primo, diciamo sociale, è che chi si accinge a mettere per iscritto una storia o un proprio profondissimo pensiero, in realtà ha ricevuto da altri — le comunità di cui fa parte — tanto il contenuto della sua opera quanto la lingua in cui la scriverà: chi scrive trascrive. La seconda interpretazione, diciamo psicologica, è che l’io scrivente è altro dall’io biografico: la persona che scrive, quella in carne e ossa, non può passare tal quale sulla pagina, ma è costretta a utilizzare la mediazione del linguaggio, con tutti i suoi tic, pregiudizi, posture stilistiche, doppi sensi e altre ambiguità. Può un personaggio così gravemente alienato trasmettere un messaggio preciso?

Sia chi scrive sia chi legge, insomma, non è nelle condizioni migliori per comunicare, ma anche il mezzo prescelto per l’ipotetica trasmissione del messaggio, la lingua scritta, non è un gran mostro di precisione. Nel suo libro Una storia della lettura Alberto Manguel cita il più antico esempio di scrittura: due sassi rinvenuti a Tell Brak, in Siria, di forma vagamente ellittica, che recano impressa in cima una tacca che rappresenta il numero dieci e, al centro, il disegno stilizzato di un animale, forse una pecora.

Circa seimila anni fa, un allevatore siriaco andò alla locale fiera del bestiame portando con sé le sue tre pecore migliori e una trentina di sassi simili a quelli citati da Manguel. «Son mica scemo» pensò «a portarmi dietro trecento pecore, col rischio che qualcuna scappi o che i banditi me le rubino». Un compratore venne da lui e disse «belle queste pecore, ne prendo venti», e lui rispose «eccoti due sassi da dieci. Portali alla casa di Gino il Caldeo, che sarei io, terzo villaggio a sinistra sulla via di Damasco, e il guardiano ti darà venti pecore. Fanno tre scicli e ottanta».

La scrittura nacque quindi per redigere contratti di vendita, e qui vale la pena sottolineare che di tutti i discorsi che si scambiarono Gino il Caldeo e il compratore per chiudere la trattativa — condita da diversi insulti levantini qui irripetibili — alla scrittura fu affidata soltanto la frase «dieci pecore» incisa sui sassi. Rara accortezza. Sapevano infatti entrambi, Gino e l’altro, che la scrittura è uno strumento inesatto e ambiguo, bisognoso di interpretazione e dunque fonte di inesauribili contese, utile per evitare di portarsi appresso trecento pecore, ma pericolosissimo per trasmettere messaggi che non si accontentino di due parole al massimo, tipo “dieci pecore”, “ti amo”, “sto morendo” o “vaffanculo”.

Assai meno prudente fu un romanziere fenicio che pochi millenni più tardi utilizzò la scrittura per rappresentare artisticamente la sua infanzia infelice. Il romanzo, purtroppo perduto, mostrava attraverso una fine indagine psicologica come le privazioni inflitte da una madre viziosa al protagonista avessero minato in modo irrimediabile la sua autostima, trasformandolo in un serial killer che solo un sagace ispettore di polizia riuscì a smascherare fingendosi una meretrice ittita. Il governatore di Sidone, acuto lettore, interpretò il romanzo come piena e spontanea confessione di atroci delitti, e fece senz’altro decapitare il romanziere, restando provvidenzialmente sordo ai di lui disperati appelli alla sospensione dell’incredulità e alla separazione fra autore e io narrante.

L’episodio del romanziere fenicio (rigorosamente autentico, viste le numerose gazzette coeve che ne danno notizia) dimostra, se mai ce ne fosse bisogno, che trasmettere un messaggio per via di storie, immaginazioni, rappresentazioni sceniche, racconti, romanzi e altre finzioni è una pia illusione. La scrittura non comunica. La scrittura confonde, svia, nasconde, inganna, copre, falsifica. È nata per stipulare contratti, c’è poco da fare, e alla base di ogni contratto degno di questo nome c’è l’implicita intenzione di turlupinare la controparte. Gino il Caldeo portò al mercato le sue pecore migliori e incise sui sassi la frase «dieci pecore» con la precisa intenzione di far credere al compratore che egli avrebbe portato a case dieci pecore di pari qualità. Il compratore — che in questa storia, lo diciamo per i lettori più distratti, rappresenta il lettore — ebbe in cambio di quel paio di sassi venti pecore macilente, sgalfie, prossime al suicidio, spompate, talune perfino indegne del nome di pecora.

La morale della favola è così ovvia che quasi ci si vergogna a enunciarla: non fidarti mai, lettore, dei romanzieri che infarciscono i loro romanzi di massime morali, visioni del mondo o vaghi appelli alla pietas. Romanzieri siffatti credono davvero che scrivere equivalga a comunicare. Sono individui pericolosi, lettore, e non sempre c’è in giro un savio governatore pronto a decapitarli.

Che cos’è la letteratura?

Wednesday, October 6th, 2010

biblioteca[Avviso al lettore frettoloso: questo post è lunghissimo perché, come diceva Pascal, non ho avuto il tempo di farlo più corto. Avrei potuto pubblicarlo a puntate, ma, a parte il fatto che un pippone a puntate resta pur sempre un pippone, pubblicarlo a puntate mi faceva fatica.]

Saranno cent’anni che gli intellettuali insistono a chiedersi “Che cos’è la letteratura?”, ma la risposta non arriva mai, e quando una risposta non arriva mai si danno solo due possibilità: o la domanda è molto difficile o è completamente scema. Aut aut, non si scappa.

Personalmente propendo per la seconda ipotesi, ma ammetto che la prima è più attraente, perché infonde in chi pone la domanda l’illusione di occuparsi di un argomento serissimo, non privo di una certa qual profondità filosofica e di una discreta rilevanza umanistica. Che cos’è la letteratura? — ci si chiede assumendo una posa adeguatamente cogitabonda — e subito ci si sente immersi nel mare delle questioni determinanti per la distinzione fra uomini e bestie e per la conservazione della specie.

Il Canone
Qualche risposta in giro si trova, a dire il vero, ma nessuna ha l’aria di essere definitiva. Una piuttosto classica è quella che fa coincidere la letteratura con l’insieme delle opere canonizzate nei secoli da circoli ristretti di lettori particolarmente colti e ferrati — gente che traduce Senofonte all’impronta e che sa distinguere al volo uno gliommero da una frottola o un’anastrofe da un iperbato, mica fave. Purtroppo costoro prediligono di solito opere di autori defunti da almeno un secolo e, prima di inserirle nel Canone, si impelagano in discussioni accesissime che possono durare decenni: al lettore che si affida a loro per sapere se il libro che sta leggendo è letteratura solitamente non basta la regolare vita terrena per ottenere risposta. Il Canone, poi, ha due difetti che lo rendono alquanto inaffidabile come risposta alla fatidica domanda: variabilità e strettezza. Non sto a sviluppare il concetto, tanto ci siamo capiti.

Aria di famiglia
Per rimediare all’angustia del Canone esiste una risposta che si potrebbe definire canone lasco o canone derivativo. Si tratta della famosa teoria dell’aria di famiglia: la letteratura è l’insieme dei testi che mostrano somiglianze più o meno marcate con opere che appartengono al Canone. Se leggendo, che so, il Don Chisciotte, un lettore secentesco notò una parentela con l’Orlando Furioso, e se l’Orlando Furioso all’epoca era canonico, quel lettore poteva concludere che il Don Chisciotte era letteratura proprio per via di quell’affinità.

Rispetto al Canone il metodo dell’aria di famiglia è più flessibile, più immediato e meno ristretto, e ha inoltre il vantaggio, diciamo democratico, di dare anche al lettore comune — cioè quello che ignora la differenza fra gliommero e frottola e che, per via di quel grammo di protervia che sempre si accompagna all’ignoranza, la ritiene irrilevante — la possibilità di stabilire per proprio conto che cos’è la letteratura.

A contrappeso di questi vantaggi si pone un aumento incontrollabile della variabilità, perché questo metodo è fortemente influenzato dal gusto di ciascun lettore, una faccenda sulla quale, come si sa, ogni obiezione è illecita. Ogni lettore troverà in un libro le somiglianze che il proprio gusto e le proprie letture canoniche pregresse gli suggeriscono, con esiti spesso discutibili: se il lettore secentesco di prima avesse letto e apprezzato, poniamo, l’Amadigi di Gaula, e avesse trovato il Don Chisciotte molto dissimile dal modello canonico, avrebbe potuto concludere che il Don Chisciotte andava bene per accendere il camino o per incartare il pesce, altro che letteratura.

Due risposte recenti
A dispetto di questi problemi, sembra che il rilassamento del concetto di canone stia guadagnando terreno presso chi si occupa di roba scritta a livello professionale. A titolo dimostrativo riporto due opinioni autorevoli. La prima, pur priva di supporto bibliografico, è reperibile in rete (per esempio qui):

La letteratura è qualcosa di scritto. [Giulio Mozzi]

La seconda si trova a pagina 26 del libro Il limbo delle fantasticazioni, Quodlibet 2010:

Se potessi legiferare, decreterei che la questione dell’arte sia d’ora in poi trascurata, e che la cosiddetta letteratura coi suoi generi (poesia, romanzo, eccetera), le sue figure (l’autore, l’opera, l’Opera Omnia), con la sua organizzazione di giudici, la sua rete di promozione, le sue teorie (e la domanda tipica: che cos’è la letteratura?), decreterei che la letteratura sia un caso particolare, piccolo (anche se supponente e aggressivo), del più vasto, vastissimo e libero limbo delle fantasticazioni. Dico limbo perché, come si sa, nel limbo sostavano i non battezzati; e dico fantasticazioni per sottrarre le scritture all’apparato ministeriale della letteratura. [Ermanno Cavazzoni]

Dalla letteratura alla scrittura
In entrambe le opinioni sopra citate si può notare uno slittamento del punto di vista dalla letteratura alla scrittura. Affermando che la letteratura è qualcosa di scritto, il Mozzi sfiora la tautologia e dichiara implicitamente che ciò che interessa al lettore (e selezionatore di testi da destinare alla pubblicazione, nel suo caso) non è tanto la rispondenza di un testo a un’idea data di letteratura, ma solo il fatto che quel testo è stato scritto. La letteratura, in altre parole, resta al livello di pura potenzialità e non influisce minimamente sul giudizio del lettore o sui suoi criteri di scelta: altri giudicheranno; io, nel frattempo, leggo comunque.

Anche la posizione del Cavazzoni, per quanto più articolata, mette l’accento sulla scrittura e relega la letteratura a caso particolare di un più vasto insieme di testi scritti, attribuendole perfino un ruolo burocratico assai poco lusinghiero: qui la letteratura è qualcosa a mezza strada fra un eccesso tassonomico e un vero e proprio fardello, qualcosa di cui ci si può comunque liberare senza troppe precauzioni, quando si tratta di scegliere cosa leggere.

Seguendo una o l’altra delle succitate autorità, insomma, il lettore che incautamente si trovasse a chiedersi “il libro che sto leggendo è letteratura?”, potrebbe rispondersi senza alcun timore “ecchissenefrega”. E il fatto che il lettore si faccia la domanda e si dia la risposta è un esito di quel movimento di allargamento e rilassamento del canone che abbiamo visto fin qui.

In conclusione
In conclusione, se mai un discorso qualsiasi può avere una conclusione, la domanda “Che cos’è la letteratura?” sta diventando sempre meno rilevante. A metà del secolo scorso Jean-Paul Sartre poteva intitolarci un serissimo tomo di seicento pagine facendo la sua porca figura da intellettuale raffinato. Oggi un docente di Estetica e Retorica (mica cotiche) come Ermanno Cavazzoni può liquidarla con divertito fastidio (e addirittura fra parentesi) e un esponente di rilievo dell’editoria nazionale come Giulio Mozzi può formulare una risposta educatamente elusiva.

Cosa è successo in questi ultimi sessant’anni, per rendere possibile cotanta caduta? Per rispondere ci vorrebbe un pippone a parte. Magari un’altra volta.

Una sola pagina nera

Thursday, March 9th, 2006

Pagina neraSi assuma come postulato iniziale e indimostrabile di questo profondo e imprescindibile saggio quanto segue: la pagina è bianca, la scrittura nera. Non dico, si badi bene, che questa caratteristica è osservabile in tutte le manifestazioni fenomeniche della scrittura. Dico piuttosto che l’idea prevalente di scrittura, radicata da secoli in strati profondi dell’inconscio, si presenta come segno nero su sfondo bianco.

Infatti, come diceva quello:

 

 

Se pareba boues
alba pratalia araba
& albo uersorio teneba
& negro semen seminaba.

Che sarebbe poi a dire:

Spingeva avanti i buoi (le dita)
solcava arando un campo bianco (la carta)
teneva un bianco aratro (la penna d’oca)
e seminava nero seme (l’inchiostro)
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La sindrome schizoide da iperlettura compulsiva [2]

Tuesday, January 10th, 2006

[questo articolo del prof. Letturalenta, qui pubblicato in due puntate, è apparso su Reader’s Disorders, semestrale della Facoltà di Letturopatia dell’Università di Kazan, vol. XV, fasc. 2, luglio-dicembre 2003]

The Mad Reader, tratto da gdl.cdlr.strath.ac.uk4. I rimedi
La sindrome schizoide da iperlettura compulsiva comporta una progressiva incapacità di distinguere realtà e immaginazione, vita e letteratura, azione e finzione, fino a identificare la letteratura come unica realtà possibile. I rimedi dovranno pertanto mirare a indebolire la dose di letterarietà assunta dal lettore mediante la lettura. Abolire completamente i libri può provocare gravissimi danni collaterali, come dimostrato da un esperimento condotto nel 1997 in Russia: a un gruppo di otto lettori fu negata la possibilità di leggere per trenta giorni. Già al dodicesimo giorno i casi in cui la sindrome era più avanzata manifestavano gravi disturbi della personalità, inclusa una forte propensione al cannibalismo.

Per combattere questa malattia socialmente molto pericolosa, occorre pertanto agire sul contenuto dei libri in circolazione, più che sulla loro accessibilità. Pur non esistendo ancora una classificazione completa dei princìpi testuali che possono favorire una regressione della patologia, è già possibile elencare alcune linee guida a cui gli editori dovrebbero attenersi per contribuire a debellarla:

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La sindrome schizoide da iperlettura compulsiva [1]

Monday, January 9th, 2006

[questo articolo del prof. Letturalenta, qui pubblicato in due puntate, è apparso su Reader’s Disorders, semestrale della Facoltà di Letturopatia dell’Università di Kazan, vol. XV, fasc. 2, luglio-dicembre 2003]

The Mad Reader, tratto da gdl.cdlr.strath.ac.uk1. Il contesto sociale
Come tutti sanno, il lettore è un individuo socialmente inutile, uno che spreca fra le pagine dei libri il tempo che i laboriosi cittadini son soliti dedicare ad attività favorevoli al prodotto interno lordo. Lucidi e acuti sociologi hanno rilevato più di un’analogia tra il comportamento del lettore e quello dei delinquenti comuni, per i quali è difficile stabilire se delinquere sia un’attitudine acquisita per imitazione di comportamenti devianti o per reazione ai meccanismi di emarginazione che la società degli onesti mette in atto contro di loro.

L’ipotesi attualmente più accreditata è che il lettore inizi a leggere per un generico desiderio di trasgressione e che in seguito, quando la società degl’illettori lo relega ai margini, perseveri nel vizio come forma di autodifesa: tagliato fuori dalla logica competitiva dell’economia, respinto da una società votata al dinamismo e alla produttività, snobbato dagli onesti lavoratori, il lettore cerca consolazione e rimedio alla solitudine nell’unico luogo che sembra offrirgli accoglienza e ospitalità – il libro – senza rendersi conto di aggravare così la sua posizione.

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Il profilo standard del testo narrativo idoneo al mercato

Monday, October 24th, 2005

6. Postilla

Il saggio che ho appena riproposto qui è stato pubblicato nel numero di aprile-giugno 2005 della prestigiosa rivista Percorsi mercantili della letteratura italiana contemporanea, diretta dal chiarissimo professor Anastasio Baiocchi, docente di Ragioneria dell’Industria Editoriale Italiana alla University of Alabama. Poco dopo la pubblicazione ho ricevuto questa lettera, firmata da un oscuro ricercatore di un piccolo ateneo italiano, l’uno e l’altro ben al di sotto della dignità di menzione:

Egr. Prof. Letturalenta,

Ho letto con vivo interesse il suo articolo Analizzare i giudizi dei lettori per identificare il profilo standard del testo narrativo idoneo al mercato, pubblicato nel numero di aprile-giugno 2005 della prestigiosa rivista Percorsi mercantili della letteratura italiana contemporanea, diretta dal chiarissimo professor Anastasio Baiocchi, docente di Ragioneria dell’Industria Editoriale Italiana alla University of Alabama, alle pagg. 138-144.

Pur favorevolmente colpito dall’originalità del metodo da lei proposto, nonché dalla scrupolosa esposizione del medesimo, non posso fare a meno di notare che il profilo risultante dal suo studio è quello di un romanzo classificabile come tavanata galattica, letteratura da ombrellone, feccia paraletteraria, spazzatura narrativa, come solo può essere un testo narrativo del quale si possa simultanemente dire: scorrevole, semplice, piano, privo di termini oscuri o inventati, intrigante, colpi di scena, sorpresa, esotico, non comune, capace di incuriosire, sentimentale, appassionante!

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Analizzare i giudizi dei lettori per identificare il profilo standard del testo narrativo idoneo al mercato [3]

Sunday, October 23rd, 2005

Mi sembra che prometta molto bene, mi incuriosisce, pare intrigante e scorrevole.

Molto interessante ma non scorrevole.

Divertente e sempre ricco di sorprese anche se spesso usa dei termini completamente inventati.

Linguaggio semplice ma intrigante, romanzo scorrevole, appassionante.

4. Classificazione dei giudizi: un primo passo verso il profilo standard del testo narrativo idoneo al mercato

Dopo aver estrapolato dai giudizi analizzati un numero sufficiente di caratteristiche, il passo successivo consiste nella loro classificazione, ovvero estrarre dall’analisi dei giudizi un numero congruo di categorie di valutazione. Non si tratta, si badi bene, di adattare i giudizi dei lettori a categorie narratologiche preesistenti, quali la trama, l’intreccio, il tempo, eccetera, ma di ricavare le categorie direttamente dall’analisi dei giudizi medesimi. Questo nuovo codice descrittivo dei romanzi potrà naturalmente coincidere in parte con altri codici elaborati dalla teoria letteraria, ma la sua aderenza a questi non è ritenuta necessaria.

Per procedere in questa direzione, cominciamo con il riepilogare il risultato della fase precedente dello studio che, come tutti ricorderanno, consisteva nell’estrazione di caratteristiche del testo dai giudizi del lettore:

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Analizzare i giudizi dei lettori per identificare il profilo standard del testo narrativo idoneo al mercato [2]

Thursday, October 20th, 2005

Mi sembra che prometta molto bene, mi incuriosisce, pare intrigante e scorrevole.

Molto interessante ma non scorrevole.

Divertente e sempre ricco di sorprese anche se spesso usa dei termini completamente inventati.

Linguaggio semplice ma intrigante, romanzo scorrevole, appassionante.

3. Estrapolare dai giudizi dei lettori le caratteristiche del testo narrativo idoneo al mercato

La descrizione dello stile e del contenuto dei giudizi espressi dai lettori consente di individuare le caratteristiche del testo che hanno contribuito alla formulazione dei giudizi medesimi. La natura pionieristica di questo studio non consente di approfondire il procedimento come si dovrebbe. Ci accontenteremo pertanto di fornire alcune linee di sviluppo per future ricerche specialistiche.

3.1. I due momenti di formazione del giudizio

Confrontando il primo giudizio con gli altri, salta agli occhi che esistono due momenti distinti in cui si formano i giudizi del lettore:

  1. Durante la lettura

  2. A lettura ultimata

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Analizzare i giudizi dei lettori per creare un profilo standard del testo narrativo idoneo al mercato. [1]

Wednesday, October 19th, 2005

Mi sembra che prometta molto bene, mi incuriosisce, pare intrigante e scorrevole.

Molto interessante ma non scorrevole.

Divertente e sempre ricco di sorprese anche se spesso usa dei termini completamente inventati.

Linguaggio semplice ma intrigante, romanzo scorrevole, appassionante.

1. Introduzione

Come ha da essere il libro, e in particolare il tomo narrativo, per entrare nelle grazie del frettoloso lettore moderno? La domanda può sembrare peregrina, eppure t’assicuro che essa serpeggia fra le righe di tutte le recenti discussioni sulla letteratura. Perché, vedi, anche laddove il discorso sembra elevarsi al di sopra delle meschine e terragne quisquilie del viver quotidiano, le vili esigenze del mercato e della compravendita non sono mai del tutto assenti. Quante volte anche tu, lettore pigro e saltabeccante, leggendo or qua or là qualche mozzicone di rivista o qualche lacerto di lit blog, ti sarai imbattuto in cenni più o meno diretti alle tirature, alle vendite, al mercato dei libri.

L’analisi dei giudizi espressi dai lettori aiuta a capire i gusti del pubblico, e quindi a identificare il mix di caratteristiche dei testi narrativi con maggiore potenzialità di penetrazione del mercato. L’obbiettivo finale di questo settore di studi, di cui questo articolo fa parte, è la creazione di un profilo standard del testo narrativo idoneo al mercato, per aiutare gli editori a vagliare i manoscritti – e specialmente quelli degli autori esordienti – con criteri che garantiscano scientificamente la più alta redditività di un’eventuale pubblicazione.

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