Anche lui, porello, ho dovuto metterlo in un angolino. Non ci rinuncio, no, ma sono costretto a dirgli di portare pazienza. Altri libri inesistenti, vissuti fin qui nella tenebra di un cassetto o di un hard-disk, premono per conquistare un posticino al sole delle vetrine librarie. Ma tornerà il suo tempo, oh se tornerà!
Nell’attesa, o lettore, ascolta attentamente ciò che Francesco Muzzioli elabora a partire dalla lettura del Trattato di Huet. Qui non si tratta più delle ondivagazioni di un lettore dilettante come me, ma del pensiero in atto di un maestro .
Intorno a Huet
di Francesco Muzzioli
L’origine dei romanzi: innanzitutto, mi chiedo, perché l’origine? Il romanzo esiste, il romanzo si scrive, il romanzo piace. Che bisogno ha di rifarsi al passato? Ha bisogno di un pedigree?
Mi rispondo: è la storia della borghesia. La borghesia è la classe “nuova”. La borghesia ha il denaro, ma la nobiltà ha l’origine. Di qui un’esigenza borghese di “nobilitarsi” che forse non è finita del tutto nemmeno oggi, nel capitalismo compiuto, nella società “senza classe”. Ora, se il romanzo è il genere per eccellenza borghese, che nasce con la borghesia, ecco la risposta alla domanda “perché l’origine?”; si tratta di nobilitare il romanzo.
Il romanzo non fa parte della teoria classica dei generi, bisogna farglielo entrare, un po’ come il borghese che si affaccia nel salotto della nobiltà e non consoce l’etichetta. Occorre far vedere che ha le carte in regola. E poiché i paradigmi della “poetica” ufficiale sono Aristotele e Orazio, è da lì che deve passare il romanzo, per acquisire il diritto di cittadinanza letteraria.
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Cronisti più diligenti e coscienziosi di me redigeranno resoconti puntuali e particolareggiati della presentazione ufficiale di vibrisselibri, che si è tenuta ieri a Roma. Quanto a me, cercherò di restare terra terra, propinando tal quale all’incauto lettore il groviglio di impressioni e sensazioni che da ieri mattina cresce indisturbato nelle ampie sale vuote della mia coscienza. In questo post non c’è un nome che sia uno, men che meno il mio, perché dimenticarne anche uno solo sarebbe un delitto orrendo.
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È uscito uno dei più bei libri italiani di sempre, anche se è scritto in latino. Trattasi degli Elogia veris clarorum virorum imaginibus apposita, quae in Musaeo Ioviano Comi spectantur (Venezia 1546), che uniti agli Elogia virorum bellica virtute illustrium (Firenze 1551) formano il volumone Elogi degli uomini illustri curato da Franco Minonzio per i «Millenni» di Einaudi. È la prima traduzione integrale dei celebri Elogia o Ritratti di Paolo Giovio, gran libro la cui unica menda visibile è il non modico prezzo di 90 euro, ma pazienza.
L’ultimo libro di Paolo Nori si intitola Noi la farem vendetta che è anche un verso di una canzone anarchica che si intitola Figli dell’officina. Il protagonista del libro di Paolo Nori, Paolo Nori, verso la fine del libro canta questa canzone a sua figlia Irma per addormentarla. Il testo della canzone Figli dell’officina è questo:
Come non di rado succede da queste parti, affronto in ritardo un argomento di attualità. Anche se questa volta, lo dico a mio disdoro, si tratta di un ritardo di appena quattro giorni: risibile.
Luciano Anceschi è uno dei numi tutelari di letturalenta, e della lettura lenta in generale. Il suo contributo alla cultura letteraria italiana non è riassumibile in poche righe, ma ci sono alcuni aspetti del suo metodo critico – o per meglio dire del suo stile critico – che forse vale la pena ricordare: l’avversione per il dogmatismo, per il pessimismo integrale e le grida apocalittiche; la proposta continua e paziente di un umanesimo disilluso, consapevole dei problemi ma anche convinto della possibilità di affrontarli e superarli; l’estetica fenomenologica fondata sui fatti artistici, libera da pregiudizi ideologici.
È uscito questo libro,
Circa tre anni fa l’editore
Prove tecniche di romanzo storico è il secondo libro della collana Arno della giovanissima casa editrice Lavieri. Lo precede nella stessa collana Dalla vita di un Fauno di Arno Schmidt, nell’ottima traduzione di Domenico Pinto. Un precedente davvero impegnativo per il “giovane” Marco Palasciano, che si trova involontariamente spalla a spalla con un mostro sacro della letteratura tedesca del Novecento. Dico “giovane” fra virgolette, perché Palasciano, classe 1968, ha scritto questo libro nel 1992, a soli ventiquattro anni.
Là comincia il Messico è un libro in cerca di editore. Alcuni capitoli sono apparsi su diverse riviste negli anni passati e alcuni lettori hanno avuto il piacere di leggerlo integralmente. Fra questi happy few sono capitato anch’io, per una di quelle combinazioni solo parzialmente riconducibili a cause razionali che spesso accadono nei sotterranei della metropoli lettoria.
Il castello dei fantasmi incrociati
Bottega di lettura
i monologhi della varechina
sacripante!