Nel trentesimo anniversario dell’eradicazione di Antonio Pizzuto dal palcoscenico grottesco che non senza sprezzo del ridicolo siamo soliti definire vita, le pagine culturali dei maggiori quotidiani nazionali pullulano di omaggi, ricordi, notizie, discussioni, recensioni, dibattiti, picche e ripicche, sillogi monografiche, citazioni e dotte disquisizioni sul massimo rappresentante della narrativa italiana, a suo dire ingiustamente trascurato o bistrattato dai critici: Alessandro Baricco.
Nel tentativo inane e perdente di distogliere per un momento lo sguardo dal povero pavone ferito, continuiamo qui – in forma come sempre privata, clandestina e cospirativa – a proporre lacerti, frammenti, ritagli e notiziole a margine del grande marginale Antonio Pizzuto.
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Nell’ambito della commemorazione di Antonio Pizzuto che qui si celebra, a trent’anni dalla di lui dipartita, in forma privata, segreta, quasi clandestina, pubblico un breve testo luminoso e intenso che dovrebbe sfatare il mito dell’illeggibilità di questo ardito esploratore linguistico.
Antonio Pizzuto è autore ctonio, infero, sotterraneo, aduso a propagarsi lentamente per rari e inconsapevoli contagi fra sparuti e timidi lettori. Con analoghe modalità,
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sacripante!