In questo periodo sono abbastanza gettonate le diatribe sul tema cosa deve essere la narrativa?, che è già di per sé una domanda alquanto scema, dato che l’unica risposta sensata è: la narrativa – e più in generale la letteratura – non deve essere proprio alcunché, se non, per l’appunto, letteratura, ovvero ordigno verbale, edificio di parole, mistura di grafismi. Che altro mai dovrebbe essere? Eppure non passa giorno senza che qualcuno tenti di dare alla letteratura nuovi compiti e nuovi doveri.
Uno dice che la narrativa deve essere fiction, ovvero pura invenzione, ed ecco che subito spunta fuori un altro a obbiettare che no, esimio collega, la narrativa ha da essere faction, ovvero rispecchiamento fedele della realtà. E se il primo non esita a considerare indegno di pubblicazione tutto ciò che non assomiglia a Don Chisciotte, l’altro non accetta niente che non discenda in linea diretta da Germinal. E s’accapigliano peggio dei capponi manzoniani:
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Noi lettori lenti seguiamo non senza qualche difficoltà le molto concitate diatribe letterarie contemporanee. Si tratta di discussioni affrontate con piglio autorevole e serio da protagonisti delle patrie lettere, tanto che lì per lì possono facilmente essere scambiate per questioni di vita o di morte per l’oggetto di turno: la letteratura, la poesia, il mercato librario, la cultura, la critica. Tuttavia il più delle volte le polemiche si smorzano e si esauriscono nell’arco di poche settimane: troppo poco per consentire al lettore lento di digerire la materia e formarsi un’opinione personale. Ah bei tempi, quando la
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sacripante!