Archive for the ‘libri e dintorni’ Category

Unacopia

Tuesday, August 24th, 2010

Siccome nessuno ne sentiva il bisogno, ieri pomeriggio Giulio Mozzi ha fondato una nuova casa editrice. Si chiama Unacopia. Qui c’è il manifesto della casa e qui il progetto del primo libro.

La stessa cosa

Friday, August 13th, 2010

Paolo Nori sta rileggendo l’Orlando Furioso, un canto al giorno, ad alta voce. La coincidenza è che anch’io in questo periodo sto leggendo l’Orlando Furioso. Ci sono alcune differenze, però: Paolo Nori lo sta rileggendo, mentre per me si tratta della prima lettura integrale; Paolo Nori legge un canto al giorno, mentre io avrò iniziato un paio di mesi fa, più o meno, e sono arrivato al trentesimo canto, con una media di un canto ogni due giorni; a Paolo Nori leggere l’Ariosto ad alta voce fa venire da pensare in rima, mentre io lo leggo mentalmente e di conseguenza i miei pensieri restano prosastici e non rimati.

Considerando queste differenze, ho pensato che a uno sguardo frettoloso o distratto può ben sembrare che due persone stiano facendo la stessa cosa, ma basta poco per accorgersi che in realtà stanno facendo due cose completamente diverse. Trovare due persone che leggono o hanno letto lo stesso libro allo stesso modo, per esempio, sarebbe un’impresa degna di figurare nell’Orlando Furioso medesimo, e questo spiega anche, almeno credo, perché quando si discute di libri prima o poi si finisce per litigare.

Noterelle sulla stupidità

Tuesday, July 20th, 2010

La stupidità non è un handicap, tratto da www.grouchyoldcripple.com/archives/crip4.gifSono il primo a sostenere che — dati i tempi, le emergenze planetarie, la crisi e tutto quanto — ci sarebbero modi assai più proficui di spendere tempo e neuroni, ma ritengo altresì che non di sole questioni epocali si nutra il pensiero umano, ma anche — e più spesso di quanto siamo disposti ad ammettere — di quisquilie e bazzecole.

L’inizio del terzo millennio
Come molti forse ricorderanno, l’avvento dell’anno 2000 innescò una diatriba infinita fra due opposte fazioni: chi sosteneva che l’inizio del ventunesimo secolo era da porsi al primo gennaio del 2001 e chi invece datava l’epocale giro di calendario al primo gennaio del 2000. A farmi tornare la memoria di quella gigantesca prova dialettica ci ha pensato il libro Il potere della stupidità di Giancarlo Livraghi che ho reperito in Google Books grazie a una segnalazione del Doktor Faustus di un mesetto fa.

Livraghi porta la diatriba calendaristica come esempio di stupidità, in palese contraddizione — e spiegherò presto perché — con quanto egli stesso sostiene a pagina 12:

Non è sensato definire l’intelligenza come solo razionale — ed è altrettanto sbagliato considerare stupido tutto ciò che non sembra razionalmente spiegabile.

A pagina 14 il medesimo Livraghi così presenta quella che lui stesso poco oltre definisce “la scemenza del millennio”:

Poche cose erano così facilmente prevedibili come il fatto che il ventesimo secolo (e perciò il secondo millennio) sarebbe finito a 0 ore, 0 minuti e 0 secondi del primo gennaio 2001. (…) Persone tutt’altro che sciocche o ignoranti erano convinte che secolo e millenio finissero alla mezzanotte del 31 dicembre 1999. Faticavano ad adattarsi all’evidenza dell’aritmetica.

Da un punto di vista puramente razionale è evidente che per fare due millenni servono duemila anni compiuti e, tenendo presente che la numerazione degli anni nel nostro calendario inizia da 1 e non da 0, è facile concludere che il secondo millennio terminò in effetti alla mezzanotte del 31 dicembre 2000. E però, per fare onore alla sua giusta affermazione di pagina 12, prima di parlare di “scemenza del millennio” l’autore avrebbe dovuto esaminare con più cautela gli aspetti non razionali della questione.

Le ragioni irrazionali (mi si perdoni l’ossimoro) che portano a datare il passaggio del millennio al 2000 sono evidenti almeno quanto le ragioni razionali (mi si perdoni la tautologia) portate a sostegno dell’altra ipotesi. È evidente, cioè, che il passaggio della numerazione degli anni dalla radice 19 alla radice 20 ha un impatto diciamo emozionale (quindi irrazionale) su chiunque, per non parlare del fatto altrettanto evidente che quei tre zeri in fila della cifra 2000 evocano con discreta potenza l’idea stessa del millennio.

Sostenere che l’anno 2000 ha segnato l’avvento di un nuovo millennio è evidentemente stupido da un punto di vista logico e razionale, mentre è altrettanto evidentemente non stupido da un punto di vista emotivo e irrazionale. Questo in perfetto accordo con il Livraghi di pagina 12. È chiaro che sostenere l’ipotesi 2000 con argomenti di tipo aritmentico — come per esempio l’esistenza di un fantomatico anno zero — sarebbe effettivamente stupido, ma non più di quanto lo sarebbe sostenere l’ipotesi 2001 con argomenti di tipo emotivo o evocativo (tant’è vero che il primo gennaio 2000 è stato preceduto da festeggiamenti, gadget, fosche profezie di fine dei tempi e opinionisti logorroici in tutto il pianeta, mentre il primo gennaio 2001 non se l’è filato praticamente nessuno).

Stupidità o stupidaggini?
La stupidità non è dunque un criterio descrittivo affidabile della specie umana e degli individui che la compongono, a meno di non ridurre arbitrariamente l’essere umano alla sola razionalità. Livraghi stesso, peraltro, sostiene altrove nel suo libro che non esistono persone stupide, ma solo comportamenti stupidi. Sono d’accordo, e quindi sostengo che la stupidità è una categoria essenzialmente pratica, cioè buona per valutare l’utilità e la vantaggiosità di determinate azioni: non esiste la stupidità, esistono le stupidaggini. Potremmo al limite definire la stupidità di una persona come percentuale di stupidaggini sul totale delle sue azioni.

Applicando la seconda legge di Cipolla — «la probabilità che una persona sia stupida è indipendente da ogni altra caratteristica di quella persona» — dovrebbe essere chiaro che la furbizia o l’intelligenza non escludono la stupidità. Una persona molto intelligente può fare tante stupidaggini quante ne fa una poco intelligente. Infine, seguendo in linea di principio la terza legge di Cipolla, possiamo definire la stupidaggine come un’azione che danneggia una o più persone senza dare alcun vantaggio a chi la compie.

Misurare vantaggi e danni di un’azione, però, è una questione molto complessa, perché è intuitivo che ciò che danneggia una o più persone può avvantaggiarne altre. A titolo di esercizio, proviamo a stabilire se l’azione del difensore descritta qui sotto è una stupidaggine:

A dieci secondi dalla fine della partita, un difensore della squadra in vantaggio per 1 a 0 entra a gamba tesa su un attaccante avversario lanciato a rete, a portiere battuto. L’arbitro assegna il rigore alla squadra dell’attaccante ed espelle il difensore. Il calcio di rigore termina sul fondo e l’arbitro fischia la fine della partita.

Se riferiamo danni e vantaggi alle sole due persone coinvolte — il difensore e l’attaccante — otteniamo che:
1. L’azione del difensore danneggia l’attaccante, privandolo della possibilità di segnare.
2. Il difensore non trae un vantaggio personale dalla sua azione. Anzi, ne ricava il danno dell’espulsione.

Fermandoci qui potremmo ragionevolmente concludere che il difensore ha fatto una stupidaggine. Cosa succede, però, se allarghiamo la valutazione di danni e vantaggi alle due squadre?
1. La squadra dell’attaccante è danneggiata per non aver potuto segnare il gol del pareggio.
2. La squadra del difensore è danneggiata dall’espulsione del medesimo, ma avvantaggiata dal fatto di aver vinto la partita.

Siamo ancora sicuri che il difensore abbia fatto una stupidaggine? Probabilmente no, e se estendessimo l’esercizio a questioni più complesse di una partita di calcio, come per esempio gli equilibri di forza mondiali o anche solo la scelta del mestiere da fare da grandi, la capacità di individuare a colpo sicuro le stupidaggini calerebbe vistosamente.

Conclusioni provvisorie
In realtà ci sono altri problemi che complicano la corretta individuazione delle stupidaggini. Non tutti i danni o i vantaggi derivanti da un’azione, per esempio, sono contemporanei all’azione stessa, e prevederli tutti accuratamente è molto difficile. Ne deriva che ciò che oggi sembra una figata, tra qualche anno potrebbe essere considerata una stupidaggine (questo, tra parentesi, è uno dei motivi per cui gli esseri umani spesso agiscono considerando i vantaggi che riescono a intravvedere nell’immediato, ma trascurando i danni di medio e lungo periodo).

Si potrebbe estendere la ricerca della stupidità al campo delle idee e delle opinioni (o anche delle domande, le famose domande sceme), ma magari lo faccio un’altra volta. Per ora mi basta ribadire che la stupidità non è una categoria utile per descrivere una qualità della nostra specie, mentre può essere un discreto indicatore quantitativo della propensione di una persona a danneggiare il prossimo o la collettività.

Fin dall’inizio del suo saggio Giancarlo Livraghi si dichiara sorpreso dalla scarsità di studi sistematici sulla stupidità umana. Azzardo una congettura: gli esseri umani, che sono assai meno stupidi di come siamo tentati di dipingerli, hanno intuito fin dagli albori della storia del pensiero che uno studio sistematico della stupidità potrebbe essere a tutti gli effetti una stupidaggine.

Un po’ mi stupisce

Friday, July 9th, 2010

La casa editrice Einaudi, come tutti sanno, fa parte del gruppo Mondadori, il cui azionista di maggioranza è Fininvest, cioè a dire Berlusconi. La casa editrice Einaudi, come molte case editrici, ha un sito Internet e sul sito Internet della casa editrice Einaudi c’è una pagina che narra la storia della casa editrice Einaudi. Tutto ciò, come è ovvio, non mi stupisce.

In quella pagina non c’è alcun riferimento al gruppo Mondadori né a Fininvest né a Berlusconi. Questo un po’ mi stupisce.

Mele

Wednesday, June 30th, 2010

Renetta, tratto da winecountry.it/assets/besideWine/frutta/renetta.jpgSul quotidiano «Trentino» del 7 giugno scorso un articolo riportava una dichiarazione piuttosto forte di Roberto Saviano a proposito di mele e criminalità organizzata:

«Esponenti della ’Ndrangheta con la complicità di mediatori trentini si sono dati da fare per gestire la distribuzione delle vostre mele». Davanti a quasi mille persone che gremivano l’auditorium Santa Chiara lo scrittore anticamorra ha dato un esempio della pervasività delle mafie. Citando atti di un’inchiesta calabrese ha rivelato che il prodotto più tipico del Trentino stava per finire sotto il controllo del crimine organizzato.

Ieri, sullo stesso quotidiano, un altro articolo ha rivelato che Roberto Saviano, interrogato telefonicamente dai carabinieri a proposito di quella dichiarazione, se l’è rimangiata:

L’autore di «Gomorra» ha spiegato che le sue dichiarazioni «volevano avere un effetto choc di sensibilizzazione e allarme rispetto al significato prettamente documentale e giornalistico offerto l’indomani dalla stampa locale che, fra l’altro, titolava “I mafiosi sono qui tra le mele del Trentino”». Lo scrittore, insomma, non aveva elementi concreti per dire che l’invasione malavitosa era già in atto.

Lo stesso articolo ci informa che già l’8 giugno «la Procura di Reggio Calabria aveva negato che fosse in corso alcuna indagine o inchiesta», contrariamente a quanto affermato da Saviano.

Domande:
1. È lecito pensare e scrivere che in questa occasione Saviano ha preso una cantonata? (risposta mia: sì).
2. È lecito pensare e scrivere che Saviano non ha fatto una verifica accurata delle fonti quando ha citato un’inchiesta giudiziaria poi rivelatasi inesistente? (risposta mia: sì).
3. È lecito — dopo aver risposto sì alle prime due domande — concludere che con le sue dichiarazioni Roberto Saviano aveva intenzione di assalire gli onesti distributori di mele trentine “ricorrendo ai più bassi trucchi del mestiere — omissioni, falsificazioni, uso scorretto delle fonti, vere e proprie menzogne”? (risposta mia: no).

Il virgolettato dell’ultima domanda è tratto da questo articolo comparso su Carmilla il 22 giugno scorso, una dura e argomentata critica al libro Eroi di Carta di Alessandro Dal Lago, purtroppo rovinata da quella stoccata finale ad hominem e da una conclusione che puzza lontano un miglio di character assassination:

Ecco chi è l’uomo che sparò all’autore di Gomorra: un ego ipertrofico, esorbitante. Ci si potrebbe chiedere, alla maniera del vecchio Kant, cosa c’è nell’animo di un tale esorbitante individuo. O almeno, qual è l’odore che esorbita da un simile animo quando ironizza sul «Siamo tutti Saviano».

Il malcostume di sfruttare la critica a un testo per insultare l’autore è più diffuso di quanto si sia generalmente disposti ad ammettere.

Compito per le vacanze (da me a me medesimo assegnato, beninteso): rileggere molto, molto attentamente Contro Sainte-Beuve di Proust.

Anniversario

Thursday, June 10th, 2010

Sono passati due anni, sembrano venti. Il ricordo, man mano che il tempo passa, perde molti fronzoli, molti dettagli, e si riduce all’essenziale: un uomo di vasta cultura, dotato di un’intelligenza straordinaria e di un cuore molto capiente. Vaffanculo, maria strofa, va’, e riposa in pace.

Un illustre antenato del copyleft

Sunday, June 6th, 2010

Poggio Bracciolini, tratto da en.wikipedia.org/wiki/File:Gianfrancesco_Poggio_Bracciolini.JPGInvito pertanto costoro a rimaneggiare queste stesse facezie in uno stile elegante e levigato, di modo che la lingua latina, nella nostra età, si arricchisca anche con argomenti leggeri. La loro riscrittura gioverà senz’altro alla grande arte del narrare. [Poggio Bracciolini, Introduzione dell’autore al Liber facetiarum, traduzione di Monica Garbarini, La Spiga 1995, pag. 3-4]

Praticamente una licenza Creative Commons Noncommercial Share Alike.

Poggio Bracciolini (1380-1459) fece fior di palanche copiando antichi codici e traducendo dal greco al latino. Si narra che, quando non riusciva a procurarsi i manoscritti con le buone, non esitava a ricorrere a mazzette, frodi e inganni vari. Un tipo decisamente simpatico. Nell’abbazia di San Gallo scoprì (e naturalmente copiò) l’Institutio Oratoria di Quintiliano. Infatti Paolo Giovio — squisito boccalone rinascimentale — scrive di lui negli Elogi degli uomini illustri: “A Poggio dobbiamo la scoperta di Quintiliano nella bottega di un salumiere”. Pagherei per conoscere il nome del troll cinquecentesco che rifilò al Giovio una bufala così appetitosa.

Come si fa a non comprarlo?

Tuesday, May 25th, 2010

Dice che c’è la crisi, che bisogna risparmiare, che non è tempo di darsi alla pazza gioia. Uno ci prova, tira la cinghia, fa esercizi di astinenza, arriva perfino a congratularsi con sé medesimo per l’insospettata forza di volontà con cui rinuncia allo scialo e ai bagordi, poi arriva l’editore perfido che ti pubblica un libro così:

Tratto da www.quodlibet.it

Album fotografico di Giorgio Manganelli, Racconto biografico di Lietta Manganelli, a cura di Ermanno Cavazzoni, Quodlibet 2010, 14 euro.

Come si fa a non comprarlo? Sappi, o perfido editore, che hai sulla coscienza il fallimento di un’ascesi penitenziale ormai prossima alla perfetta indifferenza ai piaceri del mondo.

Dato che il libro non ce l’ho ancora (ma l’avrò, oh se l’avrò, devo averlo!) rubo la citazione dal sito di Paolo Nori:

Tratto da http://ricciardalenzi.files.wordpress.com/2008/08/giorgio-manganelli.jpg

69. Foto diabolica di mio padre. A Bologna non ha preso l’insegnamento al Dams perché a Bologna si mangia male, diceva, è un posto di patate lesse e di riso in bianco. Era stato chiamato al Dams con i buoni auspici di Luciano Anceschi, a cui scrive, poverino: «grazie, ma non ce la faccio, non ce la faccio proprio, non posso, non chiedermi questo, si mangia troppo male». E gli scrive poi anche in un’altra lettera «e tu voglioso gourmet, ti stai ancora strafogando di patate lesse e di riso in bianco?». Come per dire: mangiati tu ’sta roba. [pag. 72-73]

Amor vincit omnia (tranne il cattivo gusto)

Friday, March 12th, 2010

Capisco l’ineluttabile necessità di pubblicare l’instant book elettorale del padrone; capisco che non si sputa nel piatto in cui si mangia; capisco che per amor di bilancio si ceda alla tentazione di pubblicare robaccia.

Ma una copertina così orrenda, santiddìo, che bisogno c’era?

Microcenturie (fine)

Tuesday, March 2nd, 2010

Il progetto è giunto a compimento in data 1 marzo 2010, con la pubblicazione della centuria n. 99. Auspichiamo che i molti contributi inviati e non pubblicati perché eccedenti il numero previsto vengano comunque smarriti negli interstizi del reale. Il bisogno del mondo di essere raccontato non ha termine mai.

Dall’indice

Wednesday, February 10th, 2010

Dall’indice di un libro che sto leggendo:

Pag. I: Introduzione del curatore
Pag. XXXI: Postilla del 1983
Pag. XXXIX: Bibliografia
Pag. XLIII: Prefazione all’edizione italiana
Pag. 5: Prefazione alla seconda edizione tedesca
Pag. 18: Introduzione dell’autore

Poi comincia il libro, a pagina 25.

Fiutano la disperazione nelle capanne e la comprano

Wednesday, January 13th, 2010

tratto da www.latinamericanstudies.org1884. Edmondo De Amicis sale a bordo del piroscafo Nord America, destinazione Montevideo. Cinque anni più tardi il racconto di quel viaggio sarebbe stato pubblicato con il titolo Sull’oceano, un libro strano e lievemente teratologico: un po’ resoconto giornalistico, un po’ esercizio di ritrattistica letteraria, un po’ saggio sui vizi, le virtù e i destini della specie umana. Un mostriciattolo, ma non sgradevole, ingentilito da una scrittura limpida e pacata, colloquiale, confidenziale. Il piroscafo aveva biglietti di prima, seconda e terza classe, e in quest’ultima viaggiavano le avanguardie di quell’imponente flusso migratorio che a partire dalla fine dell’800 avrebbe portato milioni di diseredati italiani a cercare fortuna all’estero.

Dato l’argomento, non è raro che la lettura inneschi rimandi alle migrazioni contemporanee, fenomeno in cui il ruolo dell’Italia risulta invertito, da porto di partenza ad agognata meta di masse disperate. Trascrivo un brano che — mutando l’America in Italia e l’Italia in Africa — potrebbe essere letto con profitto da chi oggi nega l’umanissima miseria che “ci urla e ci singhiozza alla porta” e la usa come merce di scambio politico, non molto diverso, in questo, dai delinquenti che “fiutano la disperazione nelle capanne e la comprano”.

Certo, in quel gran numero, ci saranno stati molti che avrebbero potuto campare onestamente in patria, e che non emigravano se non per uscire da una mediocrità, di cui avevano torto di non accontentarsi; ed anche molti altri che, lasciati a casa dei debiti dolosi e la reputazione perduta, non andavano in America per lavorare, ma per vedere se vi fosse miglior aria che in Italia per l’ozio e la furfanteria. Ma la maggior parte, bisognava riconoscerlo, eran gente costretta a emigrare dalla fame, dopo essersi dibattuta inutilmente, per anni, sotto l’artiglio della miseria.

(…) La pietà era loro dovuta intera e profonda. E mettevano più pietà, se si pensava a quanti di loro avevan già forse in tasca dei contratti rovinosi, stretti con gli incettatori che fiutano la disperazione nelle capanne e la comprano; a quanti sarebbero stati afferrati all’arrivo da altri truffatori e sfruttati tirannicamente per anni; a quanti altri forse portavano già nel corpo, da troppo tempo malnutrito e fiaccato dalle fatiche, il germe d’una malattia che li avrebbe uccisi nel nuovo mondo.

E avevo un bel pensare alle cagioni remote e complesse di quella miseria, davanti alla quale, come disse un ministro, “ci troviamo altrettanto addolorati che impotenti”, all’impoverimento progressivo del suolo, all’agricoltura trasandata per la rivoluzione, alle imposte aggravate per necessità politica, alle eredità del passato, alla concorrenza straniera, alla malaria. (…) Non mi potevo levar dal cuore che ci avevano pure una gran parte di colpa, in quella miseria, la malvagità e l’egoismo umano: tanti signori indolenti per cui la campagna non è che uno spasso spensierato di pochi giorni e la vita grama dei lavoratori una querimonia convenzionale d’umanitari utopisti, tanti fittavoli senza discrezione né coscienza, tanti usurai senza cuore né legge, tanta caterva d’impresari e di trafficanti, che voglion far quattrini a ogni patto.

(…) E poi mi venivano in mente i mille altri, che, empitisi di cotone gli orecchi, si fregan le mani, e canticchiano; e pensavo che c’è qualche cosa di peggio che sfruttar la miseria e sprezzarla: ed è il negare che esista, mentre ci urla e ci singhiozza alla porta.

[Edmondo De Amicis, Sull’Oceano, Ibis 1991, pag. 51-54]

Auroralia

Monday, November 30th, 2009

tratto da www.uelsmann.net
 
50 racconti x 1 fotografia = Auroralia.

Da una fotografia di Jerry Uelsmann, a cura di Gaja Cenciarelli, Zona editore.

Un libro concepito in rete che sta per essere partorito in libreria. Poi non dite che non vi avevo avvisati.

Due pensieri

Saturday, November 21st, 2009

tratto da http://en.wikipedia.org/wiki/File:Klee,_Angelus_novus.gifUno

C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta. [W.Benjamin, Tesi di filosofia della storia (1940), in Angelus Novus, Einaudi 1962, trad. Renato Solmi, pag. 80]

***

Due

Poi finalmente ho messo le mani su I detective selvaggi e leggendo dei poeti realvisceralisti (chiedetemi se amo Bolaño)

[…] Secondo lui, gli attuali realvisceralisti camminavano all’indietro. Come all’indietro? domandai.
— Di spalle, guardando un punto ma allontanandosene, in linea retta verso l’ignoto.

mi sono detta che evidentemente faccio parte della cricca. Con l’unica differenza che a me da ormai troppo tempo sembra di avere una pistola puntata contro. Forse di quando in quando alzo anche le mani. [Fragments of wishdom, 9 novembre 2009]

***

L’accostamento di questi due pensieri restituisce un’immagine piuttosto precisa dell’andamento declinante della nostra beneamata civiltà. Già il punto di vista di Benjamin non era propriamente ottimista: scaraventati verso un futuro incerto senza riuscire a distogliere lo sguardo dalle macerie del passato. Ma almeno il movimento era in avanti, e poi gli angeli volano e sono immortali.

Oggi, con i piedi ben piantati a terra e lo sguardo rivolto a un futuro parimente incerto, retrocediamo verso un passato che non conosciamo con precisione, ma di cui conserviamo vaghi ricordi inquietanti, ricordi di catastrofi e cumuli di macerie. E non siamo angeli, non siamo immortali, sappiamo che quella pistola puntata contro di noi può farci molto male. Alziamo le mani e teniamo aperte quelle, in mancanza di ali.

(disclaimer: questo non è un post triste)

L’eterno fascino della diatriba

Saturday, November 14th, 2009

La diatriba è l’anima della cultura. Platonici vs. Aristotelici, Nutella vs. CiaoCrem, Tolstoj vs. Dostoevskij, Coca vs. Pepsi, Antichi vs. Moderni, Indiani vs. Cowboy, e via così. Date in pasto all’umanità una materia opinabile, e subito sorgeranno due eserciti contrapposti e armati fino ai denti.

Questa natura essenzialmente bellica della comunicazione culturale pone qualche problema organizzativo, perché discutere una questione a randellate tende a por fine al dibattito per mancanza di contendenti prima che si trovi una soluzione, e questo non è bello a vedersi, né vantaggioso per il progresso della conoscenza.

Se ne rese conto per primo un intellettuale vissuto circa settantamila anni fa, di cui purtroppo non resta che il cranio conservato in un museo paleontologico kenyota. Un giorno costui raccolse una noce di cocco e si accingeva a spaccarla con l’ascia, quand’ebbe l’idea di chiedere ad alta voce: «secondo voi si spacca prima se l’appoggio per terra o se l’appoggio su questa bella pietra piatta?». Non l’avesse mai fatto. Fra i raccoglitori della sua squadra si formarono seduta stante due partiti, i terristi e i pietristi, che iniziarono a discutere animatamente, non senza pesanti scambi di motti salaci e reciproci sberleffi.

Quando i raccoglitori rientrarono al villaggio, la discussione si allargò a tutti gli abitanti e non ci volle molto per arrivare ai calci e ai ceffoni. L’intellettuale allora emise un grido ferocissimo che come per incanto immobilizzò i contendenti, taluni con le mani attorno al collo del vicino, altri col ginocchio a pochi centimetri dagli altrui genitali, altri ancora piegati in due per il colpo appena ricevuto. Quando fu sicuro di aver guadagnato l’universale attenzione, l’intellettuale disse: «facciamo così: cinque terristi di qua, cinque pietristi di là, ognuno con la sua bella noce da spaccare. Vince la squadra che finisce prima». Così fecero, e i pietristi conclusero la prova con ampio vantaggio sugli avversari.

Quella sera stessa tutti si sedettero in cerchio attorno a un grande fuoco al centro del villaggio, sbranando montagne di carne arrostita e tracannando latte di cocco fermentato. La discussione proseguì su tutt’altri toni: «se funziona con le noci di cocco» disse un raccoglitore «potrebbe andar bene anche con le selci, no?» e un arrotaselci rispose: «ottima idea. Domattina proverò ad affilarle sopra una pietra, anziché per terra, poi vi faccio sapere come è andata». E quello fu il primo circolo ermeneutico di cui si conservi il ricordo.

(tutto questo per dire che va bene provocare, va bene discutere, va bene lamentare le infime sorti e regressive dell’industria culturale, ma poi, a un certo punto, bisognerebbe cominciare a fare proposte in positivo. Per esempio, la butto lì, pubblicare in rete le opere di “valore non discutibile” (Cortellessa) e spiegare, sempre in rete, il perché e il percome il loro valore non sia discutibile (e mettere nel conto le eventuali legittime pernacchie)).