Archive for the ‘libri e dintorni’ Category

Le vie del corpo

Tuesday, November 3rd, 2009

Sono una intera, non sono più un’accozzaglia di frammenti, di parti. Abbasso gli occhi per guardare la parte inferiore del mio corpo. Mi fermo davanti a una vetrina per vedermi tutta.

Prima la cosa più importante: filate subito a leggere lo splendido racconto Le vie del corpo di Gaja Cenciarelli, qui. Marsch!

Segue, meno importante assai, qualche mia noterella sul racconto medesimo.
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La geniale politica di marketing di Paravia

Tuesday, October 13th, 2009

tratto da: http://old.demauroparavia.itOrmai tutti sanno che il buon vecchio De Mauro online, il dizionario italiano più cliccato della rete, non è più disponibile. L’editore Paravia spiega laconicamente che l’opera non è più in linea “perché è fuori catalogo”.

Bella cazzata.

Chiudendo il sito l’editore ha fatto fuori una risorsa pubblicitaria gratuita e formidabile: molte persone in tutto il mondo sanno che Paravia è un editore solo perché usano il dizionario online. Senza contare che, grazie alla lungimiranza di Paravia, chi ha bisogno di consultare un vocabolario italiano in rete si rivolgerà inevitabilmente alla concorrenza.

Quindi, per premiare la geniale politica di marketing di Paravia, ecco nome e indirizzo di qualche valido concorrente:

Garzanti Linguistica (previa registrazione gratuita)
Treccani Online
Sabatini Coletti, Gruppo RCS
Aldo Gabrielli, Hoepli

In rete si può firmare una petizione per il ripristino del De Mauro. L’editore non se lo merita, ma io ho firmato.

Una buona lettura

Thursday, August 20th, 2009

Agostino, un bel racconto di Luigi Weber (bello anche se evoca Moravia :-))

Asserti irrefutabili

Thursday, July 2nd, 2009

Anna Karenina non staccava gli occhi dalle ruote del secondo vagone che si avvicinava. E proprio nel momento in cui il punto mediano fra le ruote giunse alla sua altezza, ella estrasse dal sacchetto rosso una rivoltella, se la puntò alla tempia e sparò.
[Dal romanzo Anna Karenina di anonimo del XXI secolo]

Eppure Umberto Eco, in un articolo su Repubblica, sostiene che Anna Karenina è morta suicida sotto un treno è un asserto irrefutabile, e che “la funzione epistemologica degli asserti romanzeschi è che possono essere usati come cartina di tornasole per l’irrefutabilità di ogni altro asserto. Sono il solo criterio che possediamo per definire che cosa sia la verità”.

(che poi, a margine, mi chiedevo: si sente davvero tutto questo bisogno di mettere in mano all’umanità un corposo insieme di asserti irrefutabili e di verità inconfutabili? Voglio dire, quanto alla letteratura: sapere che Anna Karenina è morta suicida sotto un treno è un asserto irrefutabile non fa un po’ passare la voglia di leggere Anna Karenina? Analogamente, quanto al mondo: non è che il giorno in cui sapremo tutta la verità su tutto quanto non ci resterà altro che buttarci sotto un treno?)

(e poi, a margine del margine: siamo sicuri che un’asserzione irrefutabile sia necessariamente vera, e che un’asserzione vera sia necessariamente irrefutabile?)

L’uomo che odiava il punto e virgola

Thursday, June 25th, 2009

Dario FranceschiniL’8 maggio 2006 Dario Franceschini rispose al commento di un lettore del suo romanzo Nelle vene quell’acqua d’argento con queste precise parole:

«Non c’è neanche un punto e virgola. Per scelta. Non ho mai capito quella via di mezzo che non lascia la pausa giusta e mi pare anche esteticamente non bello da vedere sulla pagina».

Orpo!

Va be’ che — in perfetto stile democristiano — s’affrettò ad aggiungere «Ma chissà. Forse invecchiando mi riconcilierò anche con loro», però questa idiosincrasia interpuntoria mi ha sorpreso per diverse ragioni.

Salta agli occhi in primo luogo il contrasto fra la rilassatezza grammaticale della frase sopra citata e il rigore etico dell’enunciato. Per esempio, “quella via di mezzo” riceve poco dopo l’attributo “non bello”, alla faccia della concordanza di genere; poi l’autore dichiara una probabile futura riconciliazione con “loro”, mandando allegramente a ramengo anche quella di numero. Beninteso, non ho alcuna intenzione di cruscheggiare, è solo che non riesco a conciliare il programmatico annientamento del povero punto e virgola con un periodare così disinvolto.

Il secondo motivo di sorpresa nasce da un altro contrasto, quello fra il centrismo politico dell’uomo e il suo estremismo ortografico. Sarò all’antica, ma che un democristiano di lungo corso dichiari guerra alle vie di mezzo mi lascia basito, e mi chiedo: non è che dietro la maschera di uomo politico mite e moderato il Franceschini mi nasconde uno spirito ribelle, pugnace, insurrezionalista? Non dico che la cosa mi dispiacerebbe, sia chiaro, specialmente in un politico che si candida a guidare il primo partito di opposizione, e tuttavia resto spiazzato.

Mi ha sorpreso infine proprio l’oggetto del contendere, il punto e virgola, che mi sembra avviato da anni a una spontanea e irreversibile estinzione. Prendere posizione contro il punto e virgola è un po’ l’equivalente ortografico di una campagna contro il panda o la foca monaca, soggetti per cui sarebbe molto più sensata un’azione di salvaguardia.

E qui la questione diventa immediatamente politica: scegliere bene gli obbiettivi e i mezzi per raggiungerli mi sembra una dote indispensabile per un politico che si candida al governo del paese. Poniamo per assurdo che Franceschini diventi segretario del PD, che il PD vinca le prossime elezioni politiche e che Franceschini diventi presidente del consiglio. Non è che invece di risolvere i problemi italiani — mafie, evasione fiscale, corruzione, debito pubblico, ecc. — il Dario mi piazza in cima all’agenda, che so, il rilancio turistico del Polesine o la derattizzazione di palazzo Chigi?

Chi vivrà vedrà. Nel frattempo suggerirei a Franceschini di leggere il dattiloscritto originale di Terra matta, la straordinaria autobiografia di Vincenzo Rabito. In quelle mille sudatissime pagine troverà il significato ultimo del punto e virgola e tutta la sua struggente bellezza;

Continua a mancarmi

Wednesday, June 10th, 2009

Carlo maria strofa Berselli è morto un anno fa, all’improvviso, senza avvisare.

Quando ho ricevuto la notizia ho creduto che fosse uno scherzo, e so di non essere stato il solo a crederlo. L’incredulità che accompagna la morte improvvisa di una persona cara dev’essere una protezione istintiva contro un dolore troppo forte per poter essere affrontato tutto e subito, in piena coscienza. È come se la mente si concedesse una pausa dilatoria, come se si ritirasse un poco per raccogliere le forze necessarie a parare il colpo.

Sul perché e il percome Carlo sia stato per me una persona cara, forse un giorno scriverò un trattatello apologetico che darò alle fiamme subito dopo averlo terminato, perché ci sono parole private che possono essere dette in pubblico, ma ce ne sono altre che devono restare private.

Qui dico solo che — fatta la tara di un anno intero di forzata separazione — Carlo continua a mancarmi. In un certo senso è come se mi ostinassi a credere che la notizia della sua morte sia stata davvero uno scherzo. E qui mi fermo per sopravvenuto magone.

Chi te lo fa fare?

Monday, March 16th, 2009

Dice: non è che hai smesso di leggere? Di libri non parli quasi più.

Dico: macché, colpa degli effetti combinati di diverse circostanze sfavorevoli, come il lavoro che aumenta a vista d’occhio, o i figli che man mano che crescono prendono sempre più tempo, specialmente nei fine settimana.

Ma la causa principale sta quasi certamente in questo: ho deciso di leggere le Provinciali di Pascal, e per gustarle appieno ho deciso di immergermi nell’ambiente e nelle polemiche dell’epoca leggendo prima il Port-Royal di Charles Augustin de Sainte-Beuve, il quale libro è composto da due tomi di più di mille pagine ciascuno, note escluse, ed è a tratti talmente noioso da imporre un passo di lettura non superiore alle tre o quattro pagine al giorno.

Dice: ma chi te lo fa fare?

Dico: il gusto di poter procedere lentamente, molto lentamente, almeno quando leggo.

(e poi — dico a margine — se Sainte-Beuve ci ha messo vent’anni a scrivere il Port-Royal, cosa vuoi mai che sia mettercene uno o due a leggerlo?)

Chiosa al disvelamento paratestuale di Hilarotragoedia (seconda edizione)

Saturday, December 6th, 2008

Chiosa –> spiegazione, interpretazione. Così recita la sbiadita nota a margine della mia copia di Hilarotragoedia, seconda edizione del 1972. L’ignoto lettore che mi precedette nel possesso del volume non ha lasciato altri esempi della sua calligrafia. Riesco a immaginarlo, pensoso e perplesso, togliere dalla libreria un ponderoso dizionario, cercare con impegno la parola misteriosa, e infine trascrivere a matita sul libro un sunto in due parole della definizione appena scoperta.

Nel momento esatto in cui annotò, l’anonimo annotatore appose a sua volta una chiosa al testo di Manganelli, e per di più a un capitolo intitolato dall’autore chiosa del precedente. Questa chiosa al quadrato è molto manganelliana e particolarmente adatta a un libro che è anche una parodia di certa trattatistica erudita non avara di glosse, note a margine e commenti.

E come tutte le chiose che si rispettino, anche questa contiene un enigma. Perché mai quel lettore invocò il soccorso del dizionario soltanto per una parola tutto sommato non inconsueta? Possibile che solo quella gli procurò un brivido di incomprensione? Colse forse senza bisogno di sussidio alcuno il senso di fràngole e tecche, che avrebbe letto di lì a poco? Possibile che abbia assimilato al primo colpo i ciambreri, le illecebre, gli spiralanti ecatodentati?

Incubo

Monday, November 24th, 2008

Ho sognato che Veltroni presentava l’ultimo libro di Bruno Vespa.
A Roma.
Nella sede del quotidiano Il Tempo.
Assieme a Pier Ferdinando Casini.
Veltroni faceva i complimenti e le moine a Vespa.
Vespa chiamava Veltroni “Walter”, e Casini “Pier”.
Si davano tutti del tu.
Sembrava una rimpatriata fra vecchi amici.

Mioddio.

Poi ho scoperto che non era un sogno.

Disvelamento paratestuale di Hilarotragoedia (seconda edizione)

Saturday, November 22nd, 2008

Giorgio Manganelli, HilarotragoediaLa seconda edizione di Hilarotragoedia — ancora Feltrinelli e ancora collana “I Narratori”, 1972 — è molto diversa dalla prima. Si tratta sempre di edizione rilegata, con copertina rigida in cartone, ma questa volta priva di sovracoperta. Il prezzo di copertina riportato in quarta è di Lire 2.200, contro le 1.700 del 1964.

Sparisce purtroppo il delizioso, notturno e anacronistico ritratto dell’autore che ornava la prima edizione, cedendo il passo a un’elaborazione grafica di Miki Toshihiro composta da nove cilindri colorati tra il fucsia e l’arancione su sfondo nero, e decorati con segni tra il geometrico e l’alfabetico che producono un effetto non molto distante dalle emoticon, le mitiche “faccine” sorridenti, perplesse, incavolate o tristi che da più di vent’anni in qua caratterizzano le comunicazioni elettroniche dell’universo mondo.

Niente sovracoperta, niente bandelle, e manca anche il segnalibro-prefazione della prima edizione. Il contenuto di questi supporti paratestuali scomparsi è trasferito all’interno del libro. In terza pagina ritroviamo la prefazione di pugno dell’autore, preceduta da una brevissima nota biografica diversa da quella dell’edizione precedente:

Giorgio Manganelli è nato a Milano nel 1922. Attualmente vive a Roma. Presso l’editore Feltrinelli nel 1964 apparve la sua prima opera Hilarotragoedia, pubblicata anche in tedesco, e nel 1967 Letteratura come menzogna. Quasi contemporaneamente a questa seconda edizione uscirà presso l’editore Einaudi (che già nel 1969 pubblicò Il nuovo commento) una raccolta di scritti dal titolo Agli dei ulteriori.

L’elenco di titoli pubblicati nella collana “I Narratori” — che era in bandella nella prima edizione — qui è spostato nelle ultime pagine, subito dopo il testo. Manca del tutto la classica formula “finito di stampare”, solitamente unita a una data e al nome della tipografia, che invece era presente nell’edizione del 1964.

Ultimo grande assente è il testo della quarta di copertina della prima edizione, sacrificata probabilmente alla logica ferrea dell’ubi maior minor cessat, essendo la quarta di questa edizione firmata da Italo Calvino. E lo scriba che è in me non può resistere alla tentazione di trascriverla pedissequamente:

Animato dalla “balistica discenditiva” che è uno dei suoi temi principali, questo libro precipitò come un meteorite dai cieli poco nuvolosi della nostra letteratura dei Late Fifties nei mari fortemente mossi degli Early Sixties, annuncio d’una stagione delle lettere italiane carica di perturbazioni atmosferiche, ma soprattutto fenomeno vivente che non avrebbe cessato di sbalordirci, fuor di tutti i calendari e le effemeridi, per una carica aggressiva che è lungi dal decrescere.
Da allora l’Hilarotragoedia continua dinanzi ai nostri occhi ipnotizzati a discendere chinare calare digradare dirupare piombare, tutti verbi che nella prospettiva lessicale del libro significano il più trionfale adempimento d’un destino. Era entrato in scena Giorgio Manganelli, personaggio unico nella letteratura nostra e altrui, somigliante solo e unicamente a se stesso, colui che sarebbe diventato il teorico e il critico della Letteratura come menzogna, l’autore che dal testo oggi raro del Discorso sulla difficoltà di comunicare coi morti al più divulgato Nuovo commento ha continuato a tessere una ragnatela sempre più sottile e a caricarla di tutti i plinti i capitelli le metope marmoree che i suoi scavi linguistici e iconici e sapienziali portano alla luce.
Se la formula del libro è quella del trattato, lo spazio che esso viene costruendo intorno a noi (fin dal titolo, che “ripete il nome di un’antica rappresentazione eroicomica”, come avvertiva la presentazione di copertina) è quello d’un teatro, teatro d’un’architettura composita tra il rinascimentale e il barocco con qualche merlettatura di neogotico, teatro dotato pure di una cupola zodiacale come un planetario — solo che questa cupola è rovesciata verso il basso –, teatro dedicato ai virtuosismi di un unico primattore: il linguaggio. Sulla scena manganelliana, il linguaggio dà spettacolo di se stesso, è esso stesso scenografia, macchina scenica, gioco d’acqua, fuoco d’artificio, prestidigitazione, acrobazia capriola sberleffo. Vocaboli imprevisti, metafore rapinose si susseguono col ritmo di un accesso d’ilarità prorompente, ma già per le crepe di quel terremoto interiore che è il riso ci addentriamo nell’ombra di cachinni sempre più cupi fin quasi a sbucare all’altro polo dell’ossimoro, alla tragedia. Nel centro o estremo nadir del trattato-teatro un dotto umanista, circondato dagli angeli neri dell’umore atrabiliare e dell’inchiostro erudito, rovescia come un guanto l’immagine trionfalistica dell’uomo e ne dimostra la natura derisoria e grottesca, (infierendo sempre di più, fino all’episodio della visita della madre, e a quello del non nato) non senza proporre grandiose mappe dell’animo umano (l’io e gli eidola) o del cosmo (il mondo come Ade) degne di un filosofo gnostico, per approdare alla tenebrosa illuminazione quasi taoista dell’Ade come buco nell’universo.

Italo Calvino

Disvelamento paratestuale di Hilarotragoedia (prima edizione)

Sunday, November 9th, 2008

Giorgio Manganelli ha lasciato alle patrie lettere un numero smisurato di opere d’ogni genere, dalla letteratura di finzione ai reportage di viaggio, dagli articoli di costume a quelli di critica letteraria, senza contare le traduzioni, le opere teatrali, le collaborazioni radiofoniche. Tanto copiosa e tanto varia, la sua produzione, che a volerla anche soltanto illustrare per sommi capi servirebbe una ponderosa monografia.

E non essendo questo il luogo più adatto ai trattati, né essendo chi scrive intenzionato a scriverne, in questo post e in altri a venire (non si sa quando) non andrò oltre l’opera prima del Nostro, e per di più mi fermerò rispettosamente sulla soglia della medesima: copertine e paratesti di tre diverse edizioni.

Giorgio Manganelli, HilarotragoediaSulla sovracoperta della prima edizione di Hilarotragoedia (Feltrinelli 1964) è impresso un curioso ritratto fotografico dell’autore, in posa e abbigliamento che ricordano vagamente un investigatore da romanzo hard-boiled: cappotto di panno scuro ornato da un foulard grigio cenere a quadretti, cravatta nera a pois, cappello nero a tesa larga leggermente sulle ventitrè. Gli occhiali quadrati con mezza montatura scura sovrastano un naso enorme e ricurvo, che a sua volta incombe su un paio di baffi non troppo folti. Lo sguardo è leggermente strabico — diritto nell’obbiettivo l’occhio sinistro, perso nel vuoto il destro. Completa il quadro una certa ostentata pinguedine del soggetto. Sullo sfondo un grappolo giallo di luci sfocate, forse a sottolineare la vocazione marcatamente notturna del libro.

La bandella sinistra funge quasi da didascalia della foto sul piatto:

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Giorgio Manganelli è nato a Milano nel 1922. Vive attualmente a Roma dove insegna e si occupa di letteratura inglese. Come critico ha collaborato a L’illustrazione Italiana, Paragone, Il Verri e al Terzo Programma della RAI.

in sovracoperta: Giorgio Manganelli
fotografia di Paolo De Antonis (1963)

impaginazione: U. Brandi
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Giorgio Manganelli, HilarotragoediaLa parte bassa della bandella sinistra e tutta la bandella destra sono occupate da un elenco di autori pubblicati nella collana “I Narratori” di Feltrinelli. Nell’angolo basso della bandella destra è riportato il prezzo di copertina di 1700 lire. La funzione di soglia o frontespizio della sovracoperta è completata dalla quarta di copertina, che ho già riportato in un altro post. La copertina è di cartone e di colore incerto, una specie di grigio con ambizioni violacee, e reca in alto una riproduzione della firma di Manganelli.

L’apparato paratestuale della prima edizione comprende anche un segnalibro in cartoncino sottile sul quale è stampata una sorta di prefazione ironica scritta dallo stesso Manganelli, cha vado qui a trascrivere con piglio d’antico amanuense:

Il libretto che qui si presenta è, propriamente, un trattatello, un manualetto teorico-pratico; e, come tale, ben si sarebbe schierato a fianco di un Dizionarietto del vinattiere di Borgogna, e di un Manuale del floricultore: testi, insomma, nati da lunga e affettuosa frequentazione della materia, compilati con diligente pietas da studiosi di provincia, socievoli misantropi, mitemente fanatici ed astratti; e segretamente dedicati alle anime fraterne, appunto ai capziosi delibatori, ai visionari botanici o, come in questo caso, ai rari ma costanti cultori della levitazione discenditiva. L’autore, umile pedagogo, ambisce alla didattica gloria di aver, se non colmato, almeno indicato una lacuna della recente manualistica pratica; parendogli cosa stravagante, che, tra tanti completi e dilettosi do it yourself, quello appunto si sia trascurato, che ha attinenza con la propria morte, variamente intesa. Come si usa, e non senza peritosa compunzione, si additano qui taluni modesti pregi del volumetto, che forse lo differenziano da altri consimili trattati, anche più solenni: la definizione di concetti dati troppo spesso per noti, come balistica interna ed esterna, angosciastico, adediretto; l’aver proposto una nuova, e a nostro avviso, pratica e maneggevole classificazione delle angosce; arricchita, inoltre, di un Inserto sugli addii, che a noi pare non infima novità della opericciuola; l’inclusione nel discorso di cervi e amebe, a sottolineare il carattere più che semplicemente umanistico dell’impostazione; e, soprattutto, aver raccolto e presentato alcune diligenti e non esigue documentazioni, non senza abbozzo di commento, che consentiranno di verificare le enunciazioni della parte teoretica; giacché il libro si divide appunto in due parti, che potremmo denominare Morfologia ed Esercizi. E se taluno troverà codesti documenti inconditi e affatto notarili, non dimentichi che il loro pregio è da ricercare nella minuziosa, accanita fedeltà al vero; e pertanto, essi vengono qui proposti come esempi di quel realismo, moralmente e socialmente significativo, di cui il raccoglitore vuol essere ossequioso seguace.

(E)lezioni americane

Tuesday, November 4th, 2008

1. Leggerezza
La capacità di preferire l’ironia al sarcasmo e usarla con grazia anche contro sé medesimo.

2. Rapidità
Come tenere un comizio mattutino a Boston e presentarsi puntuale a una cena di gala a San Francisco.

3. Esattezza
Studiare quel tanto che basta per sapere che Roosevelt nel 1929 non era presidente degli USA.

4. Visibilità
L’arte di scegliere un candidato vicepresidente praticamente invisibile.

5. Molteplicità
Fingere di credere che i confini del mondo non coincidano con quelli degli USA.

6. Coerenza
(…)

Hilarotragoedia

Monday, October 27th, 2008

Giorgio Manganelli, HilarotragoediaSono il primo a dire che ciò che conta di un libro è l’apparato verbale in esso contenuto, ovvero la serie di parole, spazi bianchi e segni d’interpunzione che univocamente lo identifica. La veste tipografica in cui questo ordigno retorico si presenta nulla aggiunge e nulla toglie al suo valore intrinseco.

E tuttavia.

E tuttavia, dico, portarsi a casa la prima edizione di Hilarotragoedia, Feltrinelli 1964, opera prima di Giorgio Manganelli completa di sovracopertina e cartolina editoriale, portarsi a casa cotanto cimelio non è cosa di poco momento. Non ho parole adeguate per descrivere la gioia che provo nel leggere l’apparentemente arido e burocratico colophon Finito di stampare nel mese di aprile 1964 dalla Edigraf – Milano. È una gioia non priva di un tocco di demenza o ebbrezza infantile, una gioia non dissimile da quella che provai di fronte alla mia prima confezione magnum di Nutella, qualche decennio fa, una gioia affine a quella di un indimenticabile amico.

Dio benedica le librerie antiquarie, e i loro titolari, e i commessi, e i loro discendenti fino alla milionesima generazione.

Sono un uomo felice, e per festeggiare il ritrovamento del proto-Manganelli deposito qui un pizzico di testo e paratesto dell’opera in questione.

Incipit
Se ogni discorso muove da un presupposto, un postulato indomostrabile e indimostrando, in quello chiuso come embrione in tuorlo e tuorlo in ovo, sia, di quel che ora si inaugura, prenatale assioma il seguente: CHE L’UOMO HA NATURA DISCENDITIVA. Intendo e chioso: l’omo è agito da forza non umana, da voglia, o amore, o occulta intenzione, che si inlàtebra in muscolo e nerbo, che egli non sceglie, né intende; che egli disarma e disvuole, che gli instà, lo adopera, invade e governa; la quale abbia nome potestà o volontà discenditiva.

Quarta di copertina
Prima opera di uno scrittore quarantenne, l’Hilarotragoedia non è opera facile a definirsi: non è un romanzo, sebbene includa vaste parti narrative; non è un saggio, sebbene simuli la struttura saggistica, ed anzi ambisca all’articolazione capziosa del trattato; potremmo dirla un monologo — non una confessione — ma il monologo di un fool, pronto a cogliere innumerevoli voci, e a scomporsi in queste, destinate poi a confluire in un unico discorso, perplesso ma nettamente articolato. La lingua vorrebbe adattarsi a questa scomposizione e ricomposizione: è ricca di vari umori, fittizia, irta di frammenti di cultura, analogica, metaforica. Come dice il titolo, che ripete il nome di una antica rappresentazione eroicomica, una ilarità demenziale percorre le strutture di questo libro colmo di materiale tragico, anche apertamente sinistro: una buffoneria sacra, l’orrenda gaiezza che cogliamo nel discorso oscuramente significante dei dementi.

Kundera

Friday, October 17th, 2008

Nei giorni scorsi i giornali di tutto il mondo hanno riportato questa notizia: nel 1950 lo scrittore ceco Milan Kundera avrebbe denunciato alla polizia segreta comunista il fuoriuscito Miroslav Dvorácek, provocandone l’arresto e la successiva condanna ai lavori forzati.

Sul settimanale praghese Respekt si può leggere, in inglese, il lungo articolo che ha aperto la questione. L’autore Adam Hradilek è ricercatore presso l’Istituto per lo Studio dei Regimi Totalitari, un organismo statale ceco, e che ha fra i suoi scopi statutari lo studio e la salvaguardia dei documenti relativi al periodo comunista.

Sul sito dell’Istituto si può leggere, sempre in inglese, un profilo di Miroslav Dvorácek all’interno del quale è pubblicato il rapporto di polizia in cui compare il nome di Milan Kundera.

In svariati siti di informazione, per esempio qui, si può leggere la secca smentita di Milan Kundera.

Fin qui i fatti. Il resto sono considerazioni mie, che infliggerò solo al lettore così ardito da proseguire di sua spontanea volontà.
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Le Clézio

Thursday, October 9th, 2008

Parafrasando Scheiwiller, non l’ho letto e non mi dispiace.

Ho come il sospetto di non essere l’unico italiano a essere caduto dalle nuvole all’annuncio del Nobel per la letteratura 2008. Renderò dunque felici le moltitudini blogosferiche connazionali elencando alcuni libri di Jean-Marie Gustave Le Clézio tradotti in italiano.

— Il verbale, Torino 1965, Einaudi, traduzione di Gioia Zannino Angiolillo
— Terra amata, Milano 1969, Rizzoli, traduzione di A. Giacomini
— Estasi e materia, Milano 1969, Rizzoli, traduzione di M. Binazzi e M. Maglia
— Le fughe, Milano 1971, Rizzoli, traduzione di G. Bogliolo
— Deserto, Milano 1985, Rizzoli, traduzione di Dianella Selvatico Estense
— Verso gli icebergs, Bologna 1985, Il cavaliere azzurro, traduzione di Sandra Nocciolini
— Cronache francesi – Le Clezio … et al.!, Ancona 1989, Transeuropa, a cura di Renzo Paris
— Il cercatore d’oro, Milano 1990, Rizzoli, traduzione di Dianella Selvatico Estense
— Il sogno messicano, Milano 1990, Serra e Riva, traduzione di Elena Baggi Regard
— Onitsha, Milano 1992, Rizzoli, traduzione di Romana Petri
— Diego e Frida, Milano 1997, Il Saggiatore, traduzione di Armando Marchi
— Le due vite di Laila, Milano 1999, Il Saggiatore, traduzione di Massimo Caviglione
— Stella errante, Milano 2000, Il Saggiatore, traduzione di Ela Assetta
— Il verbale, Palermo 2005, Due Punti, traduzione di Silvia Baroni e Francesca Belviso
— L’africano, Torino 2007, Instar Libri
— Il continente invisibile, Torino 2008, Instar Libri, traduzione di Luciana Fasano et al.

(senza alcuna pretesa di esaustività, va senza dire)
(fonti: opac-sbn und maremagnum)