Virtù e fortuna cinquecento anni dopo il Principe

November 18th, 2017

Machiavelli Un lettore di Machiavelli intuisce facilmente che le parole virtù e fortuna avevano per lui un significato molto diverso da quello che hanno oggi. In estrema sintesi, la virtù era la capacità di organizzare le azioni per raggiungere un obbiettivo. La fortuna era ciò che accade al di fuori della volontà e delle azioni umane. Per noi, oggi, virtuoso è l’uomo che compie opere buone, il più delle volte intese come opere pie. Per Machiavelli virtuoso è l’uomo che compie opere assennate. Oggi intendiamo la fortuna come botta di culo, piacevole e inattesa sorpresa, come vincere alla lotteria. Machiavelli raffigurava la fortuna come un “fiume rovinoso, che quando ei si adira, allaga i piani, rovina gli arbori e gli edifici” (Il Principe, cap. XXV).

La virtù era invece l’argine che gli uomini possono costruire per impedire al fiume rovinoso di provocare rovine. Lo slittamento semantico è indice di un mutamento storico: negli ultimi cinquecento anni abbiamo perso la capacità di costruire argini, sostituendola con virtuosissime quanto inutili dichiarazioni di principio.

Un esempio che conosco per esperienza diretta. L’amministrazione comunale di Bologna, città che ancora oggi gode di un’immeritata fama di buon governo, si distingue per dichiarazioni di nobile contenuto ambientalista. Il sindaco di Bologna un anno fa annunciava giulivo di aver candidato Bologna a Capitale Green europea per il 2019. Peccato che alle dichiarazioni di intenti corrispondano azioni che vanno in direzione ostinata e contraria rispetto alla tutela dell’ambiente, che è appunto il tema del Green Capital Award. L’esempio più clamoroso è senz’altro l’intenzione di allargare l’asse autostradale e tangenziale che già oggi passa di fatto in mezzo alla città, avvelenando l’aria e i polmoni dei cittadini. Ma a questo si possono aggiungere altre chicche, come la costruzione di 9 nuovi supermercati nell’ultimo anno, l’intenzione di edificare 18 ettari ai Prati di Caprara, che è il più grande polmone verde della città, la prossima costruzione di 11 nuovi distributori di carburanti, e via di questo passo. Fortunatamente, a proposito di fortuna, la candidatura di Bologna a capitale green è stata scartata dalla giuria, segno che tutto sommato la virtù ancora alligna in qualche cuore umano.

Ma la cosa più notevole di questa politica oggettivamente dannosa sono le dichiarazioni di impotenza dell’amministrazione. A proposito dell’edificazione dei Prati di Caprara, la giustificazione è che “è prevista dal POC”, il piano operativo comunale, come se il POC fosse un’entità superna, un’Ananke, un esempio perfetto del rovinoso fiume della machiavelliana fortuna e non, come è, uno strumento di pianificazione urbanistica redatto proprio da quel Comune che lo invoca come destino ineludibile. Per l’allargamento della tangenziale e autostrada si rimanda alla procedura di VIA, la valutazione di impatto ambientale presso il ministero dell’Ambiente, come se il Comune non avesse e non avesse avuto voce in capitolo: da notare che il progetto parte da un accordo sottoscritto da Virginio Merola, che oltre che sindaco di Bologna è anche presidente della Città Metropolitana (ex provincia). Per gli 11 nuovi distributori e per i 9 nuovi supermercati si adduce l’ineluttabilità della famigerata direttiva Bolkenstein a tutela della libera concorrenza, come se il Comune non potesse opporsi a operazioni dementi come queste proprio in virtù di quel potere di pianificazione urbanistica, ovvero il POC invocato a scusante dell’altro scempio, che è appunto in capo ai comuni.

Mancando la virtù, si invoca la fortuna come causa della propria inettitudine.

Tema: descrivi alcune iniziative utili alla protezione dell’ambiente.
Svolgimento del sindaco di Bologna: allargare le autostrade, moltiplicare le automobili, tramutare 18 ettari di verde in palazzi, costruire tanti tanti supermercati.

Mancanza di visione, incapacità di adeguare i mezzi agli obbiettivi, incapacità, a monte, di darsi obbiettivi sensati, improvvisazione, arretratezza culturale, svicolamento penoso dall’assunzione di responsabilità. Questo è quel che resta della virtù politica dopo cinque secoli di storia. Che fare? Leggere Machiavelli, che altro, e grazie a lui ridere, deridere, irridere il rovinoso fiume della stupidità umana.

I demoni

November 16th, 2017

Dostoevskij

C’è uno un po’ svampito che vive da vent’anni a spese di una possidente vedova e incazzata; e una zoppa psicopatica che vive con un fratello sempre ubriaco che la mena; e una quarantenne che ha sposato il governatore della provincia per governare lei; c’è uno che non dorme mai: secondo lui al mondo va tutto benissimo, e si vuole suicidare.

Il figlio di quello un po’ svampito è cattivissimo e nichilista; il figlio della vedova incazzata, invece, ha sposato la zoppa psicopatica perché era un po’ annoiato. Poi fa un duello sparando in aria e va a trovare della gente di notte;

Poi c’è uno che è contentissimo quando torna sua moglie che non vede da tre anni, ed è incinta; e una levatrice che domina un marito che fa fatica a capire cosa succede a casa sua, figuriamoci al mondo. Però vorrebbe cambiare il mondo.

C’è un santone che a seconda di come gli gira dà o rifiuta tè e zucchero ai devoti; c’è una signorina che porta a spasso il fidanzato come se fosse un barboncino; e questo fidanzato è felicissimo di fare il barboncino, anche se sa che lei è innamorata di quello annoiato che fa i duelli sparando in aria.

C’è uno che suona il piano e ha delle crisi isteriche da paura; un’altra si innamora di quello annoiato che va a trovare la gente di notte, anche se è sposato con la zoppa psicopatica, però lui è innamorato di quella col barboncino; e c’è anche una studentessa che vorrebbe parlare della questione femminile, ma non ci riesce mai.

Poi ci sono degli operai, un bandito, una venditrice di bibbie, dei contadini e una mucca.

Alla fine muoiono quasi tutti, tranne quello cattivissimo, la vedova incazzata, la mucca e pochi altri. Che detta così può sembrare un romanzo d’appendice da due soldi, invece per me è un romanzo bellissimo, comico e tragico.

Remember, remember fifteenth of november

November 16th, 2017

Il 15 novembre, negli ultimi cinquantacinque anni, mi sono capitate tre cose rilevanti: sono nato, è morto mio padre, mia madre ha subito un’operazione al cuore.

Le concomitanze di calendario sono cibo ghiotto per l’immaginazione, che è la madre delle pseudo scienze: l’astrologia è un sistema fondato interamente sull’ipotesi che nascere in un determinato periodo di tempo determini il carattere e la fortuna di un essere umano. L’immaginazione porta a credere che cose rilevanti accadute nello stesso giorno dello stesso mese siano qualcosa di più di una coincidenza: deve significare qualcosa. Quasi mai, però, l’immaginazione riesce a stabilire cosa diavolo dovrebbe significare, e questo è un po’ frustrante, perché poi la concomitanza resta lì, con tutto il potere simbolico delle analogie: il 15 novembre sei nato, così come tuo padre è morto, così come tua madre è stata operata al cuore, dice insidiosa la vocina interiore, calcando la mano sulle similitudini.

I due gesti che il mio psicoterapeuta ripeteva più spesso erano portare due dita alla fronte e la mano aperta sul petto. Le parole che accompagnavano i gesti garantivano che la testa, la mia, funzionava fin troppo bene, e che se proprio doveva esserci un problema non era lì, ma là, dove la mano aperta indicava il cuore, cioè la sede arcana dei sentimenti e delle emozioni.

Un razionalista con l’emotività di un paramecio non funziona benissimo, proprio come un sentimentale con la razionalità di un’ameba. Il grande segreto della vita sta tutto nel cercare (non nel trovare) l’equilibrio tra ragione e sentimento. Purtroppo non esiste psicoterapeuta al mondo che possa spiegare come svelare quel segreto, se non è un ciarlatano.

Io resto qui a domandarmi cosa c’entra con me il fatto che mio padre è morto il giorno in cui sono nato, che è lo stesso giorno in cui mia madre è stata operata al cuore. Resto qui a non capire se significa qualcosa, che non è una ragione sufficiente per smettere di chiedermelo. E come me, ho le prove, ci sono decine di persone che si chiedono cose simili senza trovare risposte, forse perché non è possibile rispondere a domande del genere.

Questo è un racconto. Ci sono cose intime che vale la pena raccontare. Le cose che vale la pena raccontare non sono quelle soddisfano il desiderio di essere amati, ma quelle che soddisfano il desiderio di amare. Non ci sono mai riuscito, ma continuo a provarci.

Realtà e finzione

November 14th, 2017

Realtà e finzione

Cose che succedono.

In una serie televisiva compare un numero di telefono scritto su un bigliettino. La serie televisiva si intitola Rosy Abate e ha come argomento la mafia – un genere che fa tanta audience, par di capire. Il numero di telefono ha un problema: è vero, cioè è il numero di cellulare di un trentottenne che vive a Domodossola. Il malcapitato riceve decine di telefonate per niente fittizie a quel numero.

Sembra una bufala, vero?

Sì, oppure la trovata di un genio, per così dire, del marketing. Però gli esperti di bufale affermano di aver fatto controlli e la classificano come notizia vera. Mi fido, e tutto sommato, ai fini di questo post, che la notizia sia vera o falsa è quasi irrilevante. Se non fosse vera, sarebbe almeno verosimile. C’è infatti almeno un caso celeberrimo in cui è successo qualcosa di simile: La guerra dei mondi di Orson Welles, uno sceneggiato radiofonico che nel 1938 scatenò una concretissima psicosi collettiva, frutto della confusione fra realtà e finzione.

Ad ogni modo, l’ignaro titolare del numero di telefono comparso in televisione ha ricevuto fino a notte inoltrata decine di telefonate di persone poco sensibili al carattere finzionale della serie TV. Questo è il racconto della moglie:

Abbiamo fatto fatica a capire cosa capitasse – racconta – Non abbiamo nemmeno visto quella fiction. Eravamo a cena al McDonald quando abbiamo iniziato a ricevere le telefonate. Ci hanno chiesto se fossimo parenti di Rosy Abate, qualcuno ci dà dei mafiosi e c’è chi ci ha perfino minacciato. Alcuni chiedevano se fossimo della produzione e li potessimo raccomandare. In molti chiamavano con numeri privati e poi, una volta risposto, mettevano giù la chiamata. Uno mi ha addirittura suggerito di rivolgermi alla produzione di Mediaset. Ma a farmi davvero paura è stato un uomo, a notte fonda, che mi ha detto: “Rosy Abate, non mi fai paura. Io ti ammazzo”.

Almeno qualche decina di persone ha scambiato la finzione per realtà, e si è attaccata al telefono convinta di contattare davvero Rosy Abate, o qualche suo parente, dimenticando che Rosy Abate è il personaggio di una fiction televisiva. È come se qualche lettore delle avventure di Sherlock Holmes nel 1887 avesse preso carta e penna per indirizzare al 221B di Baker Street, Londra, una lettera al detective. In quel caso, però, la lettera sarebbe tornata indietro, perché all’epoca il numero 221B di Baker Street non esisteva. Purtroppo per il signore di Domodossola gli sceneggiatori della serie TV sono stati meno accorti di sir Arthur Conan Doyle, ma non è questo il punto.

La notizia è che nel 2017 (non nel 1887 o nel 1938), dopo un secolo di comunicazione di massa a suon di radio, televisione e internet, è ancora possibile che qualcuno scambi per realtà una narrazione fittizia. All’ordinaria sospensione dell’incredulità si sostituisce il trionfo della credulità. E per una volta non si tratta delle ormai celebri fake news. Una notizia falsa per funzionare deve presentarsi come vera, mentre qui si tratta di un prodotto televisivo che già nel nome, fiction, si dichiara espressamente falso, inventato, fittizio. Un cartello segnaletico chiaro e inequivocabile, che però a quanto pare non è sufficiente.

Forse questa storia ha una morale, forse è l’indizio di pericolose derive culturali o psicologiche, ma preferisco fermarmi alla semplice contemplazione. Me ne sto fermo a bocca aperta a pensare: “ma davvero succedono cose così”? La cosa ha un effetto straniante, mi procura una piacevole sensazione di stupore fanciullesco, ed è l’ennesima conferma che la specie umana è una macchina narrativa straordinaria, non solo per le storie che sa inventare e scrivere, ma soprattutto per quello che fa tutti i giorni.

La verità

November 13th, 2017

— Che cos’è la verità?
— La verità anzitutto è che ti fa male la testa.

(dialogo fra Ponzio Pilato e Jeshua Ha-Nozri, Michail Bulgakov, Il Maestro e Margherita, cap. II, traduzione di Vera Dridso)

Quando si dice letteratura 2

November 11th, 2017

Ho copiato testi di circa 5.000 caratteri in un editor di testi, per contare le parole. I testi sono di vario genere: articoli di giornale, post di blog, parti di libri disponibili in rete, ecc. In un testo di 5.000 battute (spazi compresi) ho trovato in media 750 parole. Poi ho letto alcuni di questi testi ad alta voce, cronometro alla mano. Per leggere un testo di 5.000 caratteri impiego in media 5 minuti. Questo significa che, leggendo un testo ad alta voce, posso pronunciare circa 150 parole al minuto, ovvero 9.000 parole all’ora.

Va da sé che leggere un testo ad alta voce non equivale esattamente a parlare: la lettura è un processo lineare e continuo, mentre una conversazione è un processo complesso, ricco di sovrapposizioni, interferenze esterne, interruzioni, ecc. E poi le parole dette non hanno necessariamente la stessa durata delle parole lette: in una conversazione un “insomma”, può diventare “insooommaaaaaa”, e così via.

Diciamo comunque che, empiricamente, un italiano, parlando a voce alta, può pronunciare circa 9.000 parole all’ora. Ipotizziamo, sempre empiricamente, che ogni italiano parli con altre persone in media un’ora al giorno, tenendo conto che di notte non si fa conversazione, che i neonati non parlano, che una persona che vive da sola parla meno di una che convive con altri, che chi ha molte interazioni sociali scambia più parole di chi ne ha poche, eccetera.

Con queste ipotesi di partenza possiamo dire che sessanta milioni di italiani producono conversazioni per circa 540 miliardi di parole al giorno, equivalenti a 3.600 miliardi di caratteri a stampa. Considerando che una cartella editoriale contiene 1.800 caratteri, per trascrivere i discorsi italiani di una giornata servirebbero 2 miliardi di cartelle editoriali. Ipotizzando infine che la cartella editoriale corrisponda esattamente alla pagina di un libro stampato, e che un libro abbia in media 400 pagine, una giornata di discorsi italiani equivarrebbe a 5 milioni, e un anno a poco più di 1,8 miliardi di libri.

Secondo il rapporto AIE 2017, in Italia nel 2016 sono stati pubblicati circa 66.000 nuovi titoli.

Ne consegue che la letteratura, qualunque cosa sia, è una frazione insignificante di ciò che viene prodotto quotidianamente nella stessa lingua conversando. Applicando la definizione più estesa possibile fra quelle elencate nel post precedente, cioè che la letteratura è qualcosa di scritto, i libri stampati in un anno, se non ho sbagliato i conti, contengono lo 0,0037% delle parole che gli italiani si scambiano a voce nello stesso periodo di tempo. Per dirla in un altro modo, per ogni milione di parole pronunciate, ne vengono stampate trentasette. Per dirla in un altro modo ancora, leggere un libro, sui sessantaseimila prodotti ogni anno, significa leggere 0,56 miliardesimi di quello che gli italiani si dicono parlando tra di loro. Leggendo 100 libri all’anno si accede a un numero di parole pari a 56 miliardesimi di “quello che si dice in giro”.

La parola detta domina sulla parola scritta. Ne consegue, credo, che l’uso verbale del linguaggio lo determina, lo trasforma, lo fa evolvere molto più dell’uso scritto. Se la parola ha qualche potere, questo potere viene esercitato parlando più che scrivendo. Un’ora di chiacchiere da movida ha più potere di migliaia di libri. La marginalità della letteratura, qualunque cosa sia, la sua acclarata incapacità di “cambiare il mondo” è nei fatti prima che nelle interpretazioni, nella teoria e nelle lamentazioni dei nostalgici del bel tempo andato, quando la letteratura sì che contava.

La letteratura è quasi invisibile, insignificante, rara, leggera. È bene trattarla con leggerezza.

Quando si dice letteratura

November 8th, 2017

Brevissimo repertorio di cose scritte in rete a proposito di letteratura.

Federikè
aiuto! la mia prof. di italiano ci ha detto:” rispondete alla domanda ke cos’è la letteratura”
io ho cercato un po su internet ma mi sembrano tt spiegazioni un po troppo complesse…qualcuno di voi può darmi un spiegazione un po più semplice?

Giovanni Bottiroli
Sappiamo tutti che cos’è la letteratura: più o meno, naturalmente.

Mario Barenghi
La letteratura è una tecnica di «istruzione dell’immaginazione», che serve non a «comunicare», semplicemente, bensì a far vivere esperienze simulate.

Stefano Prandi
La parola letteratura ha in sé il senso di una frequentazione assidua e ripetuta con il testo, un’attività da svolgere in silenzio e tranquillità, senza fretta.

Tarcisio Muratore
La letteratura è «l’arte del linguaggio (scritto)».

Valentina Mariani
La letteratura è la possibilità di trovare un pensiero, una parola, un’idea che altrimenti non avremmo mai scoperto.

Romano Luperini
La letteratura è (era?) una inchiesta sul senso o sul non-senso della vita.

Stefano Brugnolo
Che cos’è la letteratura? I criteri che solitamente sono stati adottati per rispondervi sono tre: quello istituzionale (è letteratura quel che una società definisce tale), quello immaginario (sono letterari i discorsi che ci fanno evadere dalla realtà), quello formale (sono letterari quei discorsi che presentano specifiche caratteristiche linguistiche).

Terry Eagleton
Se non è corretto vedere la letteratura come una «oggettiva» categoria descrittiva, non lo è neppure dire che essa è semplicemente ciò che la gente capricciosamente sceglie di chiamare letteratura.

Cesare Garboli
Che cos’è la letteratura. Ieri era impegno, domani è già contemplazione del niente. Oggi è sinonimo di “menzogna”, ieri l’altro lo era di “vita”. […] Io arrivo solo a una tautologia. La letteratura è letteratura.

Rita Fortunato
La letteratura è tutto ciò che viene scritto per veicolare un messaggio, offrire svago, compagnia e riflessione.

Giulio Mozzi
Propongo di decidere che ogni “qualcosa di scritto” è letteratura. Dopodiché, si tratta di valutare: se sia letteratura bella o no, interessante o no, eccetera.

Giosp
Qualsiasi scritto che viene definito letteratura è letteratura. E poi sta a me decidere quale letteratura buttare dalla mia biblioteca e quale non-letteratura tenere.

Ermanno Paccagnini
La caratteristica della letteratura è anche quella di essere al passo con il suo tempo, di rappresentare il suo tempo.

Marco Gaetani
Un primo essenziale discrimine tra ciò che è letteratura e ciò che non può essere considerato tale risiede nella potenza autonoma della parola, nella sua capacità di suscitare emozioni, pensieri, fantasie, conoscenza.

Annamaria Clemente
E a ben riflettere la letteratura cos’è se non un desiderio dell’Altro?

Javier Cercas
La verità è che, in fondo, ogni autentica letteratura è letteratura impegnata, almeno nella misura in cui ogni autentica letteratura aspira a cambiare il mondo cambiando la percezione del mondo del lettore.

Alligator
La “letteratura in sé” a mio avviso non esiste.

Oswaldo Reynoso
Per me la letteratura è arte.

Giorgio Manganelli
Forse è vero: la letteratura è immorale. […] Non v’è dubbio: la letteratura è cinica.

Antonio Tabucchi
La letteratura è sostanzialmente questo: una visione del mondo differente da quella imposta dal pensiero dominante, o per meglio dire dal pensiero al potere, qualsiasi esso sia.

Alfonso Berardinelli
La letteratura è dappertutto, ce n’è troppa, non se ne può più.

Vincenzo Crupi
La letteratura, è ovvio, non esiste senza i testi letterari.

Leonardo Sciascia
La letteratura è la più assoluta forma che la verità possa assumere.

Antonio Spadaro
La letteratura non è mai una copia anastatica del mondo. È invece un modo di interpretarlo.

Tommaso Landolfi
La letteratura non è vita.

Nicola Pellicciari
Studiare la Letteratura serve a non chiedersi a cosa serve la Letteratura.

Conclusione: letteratura è un singolare sostantivo femminile.

Una frase così

May 8th, 2012

“Ecco, forse sono io, ma io, uno che scrive una frase così (Non servono particolari slogan o interpretazioni di gestione che puntano solo al consenso elettorale peggiorati da personalismi eccessivi, tralasciando di considerare adeguatamente il senso d’utilità collettiva dell’azione amministrativa), io, dicevo, uno che scrive una frase così, io non lo so, che testa può avere”.
[Paolo Nori, Cinque stelle]

Ginestra

May 1st, 2012

In una casa sopra Monterenzio abitava Ginestra, così detto perché tra primavera ed estate coglieva ginestre fiorite ai bordi delle strade, e poi le piazzava fuori e dentro casa, a centinaia, usando come vasi i vuoti dell’acqua minerale che raccoglieva nel resto dell’anno. Come facesse a campare nessuno lo sapeva. La sera scendeva in paese e a ogni ragazza che incrociava spalancava le braccia e gridava: vieni qui e dammi un bacio. Tutte le ragazze ridevano. Qualcuna il bacio glielo dava davvero.

Invidiare i morti

April 11th, 2012

Al funerale Pietro raccontava di quando lui e il povero Paolo, ragazzini, scorrazzavano in campagna: saltavamo i fossi in lungo, diceva, trasmettendomi l’immagine di due gatti con gli stivali capaci di percorrere sette leghe per passo. Poi le tribolazioni, i figli, i pensieri che non finiscono mai. E più lui commemorava, più io mi convincevo che Pietro un po’ invidiasse Paolo, che pensieri non ne aveva più. E quest’idea, l’idea che si può anche arrivare a invidiare i morti, mi dava il capogiro.

Un taccuino

April 3rd, 2012

Tolta di mezzo un bel po’ di fuffa virtuale, ecco che torna la vita, quella solita, talvolta brutta, talvolta bella, noiosa mai. Riemerge per prosciugamento, come un paese dall’alluvione man mano che l’acqua e il fango si ritirano, al contrario, cominciando dai tetti delle case, poi giù fino alle strade e ai fossi, senza fretta. Qua e là fioriscono arabeschi di melma in via di essiccazione. C’è un ometto che si gode il sole su una panchina quasi asciutta. Ha un taccuino sulle ginocchia, scrive.

Lucio Dalla

March 7th, 2012

Bologna, 4 marzo 2012 - Lucio Dalla: le esequie nella basilica di San Petronio
(Piazza Maggiore, Bologna, 4 marzo 2012: cinquantamila persone di orientamento sessuale sconosciuto salutano per l’ultima volta Lucio Dalla, nel giorno del suo sessantanovesimo compleanno).

Visti da fuori i bolognesi son gente allegra, vociante, compagnona e festaiola, sempre pronti alla chiacchiera, alla pacca sulla spalla e al convivio. Il rovescio della medaglia di questa laica socievolezza è un riserbo religioso applicato all’intimità e alla vita privata. Manifestare in pubblico i propri sentimenti va contro il codice etnico del felsineo popolo. Proprio non si può. Lucio Dalla anche in questo era bolognesissimo, e lo è stato coerentemente fino alla fine.

Spiace che un uomo di certa e salda moralità come Aldo Busi, strenuo difensore dei diritti civili degli omosessuali e dei cittadini tutti, abbia scambiato la riservatezza per viltà. Lucio Dalla non ha mai annunciato con le fanfare il suo orientamento sessuale, ma mai se ne è vergognato o l’ha rinnegato, né in arte né in vita, e basterebbe ascoltare canzoni come balla ballerino o l’anno che verrà per capirlo. Purtroppo Aldo Busi spegne la radio appena sente una canzone di Lucio Dalla, quindi non può capire.

So però che, se ne avrà voglia, capirà benissimo cosa è successo domenica al funerale di Lucio Dalla: si è visto un prete consolare dall’altare non la vedova, ma il vedovo di un uomo, riconoscendolo e indicandolo all’assemblea come vedovo. Se perfino santa romana chiesa, che quanto a omofobia non teme rivali, deve cedere all’amore quando è così visibile, riconoscibile, disvelato, non c’è ragione per dubitare che prima o poi cederà anche Aldo Busi.

Mauro Gasparini non c’è più

February 15th, 2012

Oggi mi è arrivata una brutta notizia: Mauro Gasparini non c’è più. Chi lo conosceva può trovare qui l’annuncio dato due giorni fa dall’editore di Dammi un bacio.

Sulla chiusura definitiva del blog di Maria Strofa

February 10th, 2012

Questo è il comunicato, pubblicato martedì 7 febbraio 2012 su facebook, in cui Serena Berselli motiva la decisione di non mantenere accessibile in rete il blog di suo padre Carlo aka Maria Strofa.

Molti di voi sapranno che Splinder ha chiuso il 31 gennaio. Mio padre Carlo Berselli alias Maria Strofa aveva un Blog che ora è chiuso. Ci ho riflettuto a lungo e ho deciso di non trasferirlo su altre piattaforme, ciò avrebbe comportato dei cambiamenti; ho preferito che scomparisse cosi come lui è scomparso. La mia decisione potrà apparire incomprensibile ma sono certa che sia in linea con il suo pensiero. Ci sono molte ragioni che non esprimo perchè chiunque potrebbe confutarle e non voglio trovarmi coinvolta in polemiche. Chi me lo richiederà potrà riceverlo da me direttamente. Ringrazio tutti quelli che si sono interessati e che avrebbero voluto che il Blog rimanesse pubblico, anche se su altra piattaforma, ma questa è la mia sofferta decisione. Spero che chi non si trovi d’accordo abbia comunque rispetto di questa mia volontà.

Serena Berselli Strofa

p.s. prego di condividere questa mia nota perchè possa arrivare a più conoscenti di mio padre possibili.

L’intelletto degli anglosassoni

February 6th, 2012

di Antonio Gurrado