L’incorreggibile Massimo

December 31st, 2008

Massimo D’Alema qualche tempo fa predicava la “equivicinanza” ai contendenti del conflitto israelo-palestinese. Secondo questa raffinata teoria, la politica estera italiana ed europea dovrebbe trattare alla pari Israele — uno stato democratico e membro dell’Onu — e Hamas — un’organizzazione di fanatici razzisti che ha come programma “politico” la distruzione di Israele o, per meglio dire, la cacciata degli ebrei dal sacro suolo di Palestina.

Ma l’incorreggibile Massimo pare non accorgersi di quanto sia stramba e improponibile la sua amata teoria. Ancora ieri ha ribadito che secondo lui bisogna coinvolgere Hamas nella soluzione della crisi di Gaza perché Hamas — dice D’Alema — è stata eletta democraticamente dal popolo palestinese al governo di Gaza.

Bel ragionamento.

D’Alema, questa vignetta di Stefano Disegni (via ipazia) secondo me non l’ha ancora vista, ma gli farebbe tanto bene mandarla a memoria.

La scrittura come oblio

December 23rd, 2008

PerecSegnalo in ritardo (e ci mancherebbe) un bel post di Andrea Inglese uscito qualche giorno fa su Nazione Indiana. L’incipit rende l’idea, ma consiglio vivamente la lettura integrale:

Io ho sempre voluto dimenticare. Il mio problema specifico è dimenticare. Ho sempre avuto molte cose da dimenticare, e questo mi ha tenuto parecchio occupato durante quarantun anni di vita. Purtroppo come tutti ho dei ricordi.

Lo segnalo perché il tema della memoria e quello parallelo dell’oblio mi sono molto familiari. E familiari mi suonano in particolare il rammarico della memoria (purtroppo ho dei ricordi) e l’oblio inteso come lavoro consapevole di rimozione (ho sempre voluto dimenticare). Il lettore bisognoso di conferme e non privo di tempo da buttare clicchi qui.

Nel brano di Inglese la scrittura è vista come rimedio contro l’oblio, un modo per tenere traccia di eventi ordinari e poco memorabili, e giustamente l’autore chiama a sostegno di questa ipotesi Georges Perec, vera autorità in materia di rapporto fra scrittura e memoria (basti pensare al Je me souviens). E io mi diverto a citarlo all’incontrario, Perec, a sostegno di un’ipotesi che sento più vicina: non si scrive per conservare i ricordi, ma per scacciarli.

(I loro di questo brano sono i genitori di Perec. Il padre morì in guerra nel 1940, quando Perec aveva quattro anni. La madre fu deportata ad Auschwitz nel 1943).

Non so se non abbia niente da dire, ma so che non dico niente; non so se quello che avrei da dire non venga detto perché indicibile (l’indicibile non si annida nella scrittura, al contrario, è ciò che ne ha innescato il processo); so che quanto dico è vuoto, neutro, è il segno definitivo di un definitivo annientamento.

È questo che dico, è questo che scrivo e questo racchiudono le parole che traccio, le righe che queste parole disegnano, gli spazi bianchi che traspaiono tra una riga e l’altra: se anche facessi la posta ai miei lapsus (per esempio avevo scritto «ho commesso» invece di «ho fatto» a proposito degli errori di trascrizione nel nome di mia madre), o mi perdessi a fantasticare per due ore sulla lunghezza della mantella di mio padre, o cercassi nelle mie frasi, ovviamente trovandole subito, squisite eco dell’Edipo o della castrazione, non troverei, pur ripetendomi, mai altro che l’ombra fugace di una parola assente alla scrittura, lo scandalo del loro e del mio silenzio: non scrivo per dire che non dirò niente, non scrivo per dire che non ho niente da dire.

Scrivo: scrivo perché abbiamo vissuto insieme, perché sono stato uno di loro, ombra tra le ombre, corpo vicino ai loro corpi; scrivo perché hanno lasciato in me un’impronta indelebile e la scrittura ne è la traccia: il loro ricordo muore nella scrittura; la scrittura è il ricordo della loro morte e l’affermazione della mia vita.

[Georges Perec, W o il ricordo dell’infanzia, traduzione di Henri Cinoc, Einaudi 2005]

Maurizio Sacconi, un ministro incapace e incivile

December 17th, 2008

Da un lato c’è una sentenza della corte di Cassazione che dichiara legale l’interruzione dell’alimentazione forzata per Eluana Englaro.

Dall’altro lato c’è un atto di indirizzo di un ministro che dichiara la stessa cosa illegale in base a documenti privi di forza di legge: “Il documento rinvia alla Convenzione sui diritti delle persone disabili approvata dall’Onu il 13 dicembre 2008 e al parere del 30 settembre 2005 del Comitato nazionale di bioetica”.

Secondo il ministro Maurizio Sacconi una convenzione Onu e il parere di un comitato nazionale hanno forza di legge, addirittura forza maggiore della sentenza di una corte d’Appello confermata in Cassazione.

Secondo me un ministro così palesemente incapace di stabilire la legalità di una procedura medica è un pericolo rilevante per la salute e la vita dei cittadini che si affidano al servizio sanitario nazionale.

Senza contare la bassezza morale del suo gesto, inutile crudeltà ed ennesimo atto di arroganza del potere politico contro un cittadino che da anni si batte con rara dignità e compostezza per vedere riconosciuti i diritti della figlia. Maurizio Sacconi non ignora soltanto la legge, ma anche le basi della civiltà.

Aggiornamento del 18 dicembre: il ministro Sacconi passa dagli atti di indirizzo alle minacce. Cito:

Sacconi non si dà per vinto, e aprendo uno scontro senza precedenti con l’ordine giudiziario ha ribadito che andrà dritto per la sua strada, ovvero quella di sanzionare duramente la clinica di Udine in caso di applicazione dell’ordinanza confermata dalla Cassazione. “Certi comportamenti difformi da quei principi — ha minacciato il ministro — determinerebbero inadempienze con conseguenze immaginabili”.

Minacce velate, oltretutto. Il ministro Maurizio Sacconi non ha nemmeno il coraggio di dichiarare esplicitamente come intende punire la clinica di Udine dove verrà eseguita l’interruzione dell’alimentazione forzata di Eluana Englaro. E visto che dobbiamo immaginare, immagino all’unisono con il neurologo Carlo Alberto Defanti:

“Mi aspettavo manifestazioni di piazza, presidi, ma non un atto così subdolo e sottile — ha commentato — hanno individuato l’anello debole di tutta la catena, la clinica, attuando una minaccia concreta che potrebbe far presumere il venir meno del finanziamento”. “Sembra di essere tornati indietro ai tempi di Montesquieu - ha detto ancora il neurologo - è come non essere più in uno Stato di diritto”.

Sono completamente d’accordo, anche se “subdolo e sottile” mi sembrano aggettivi troppo blandi per questo nuovo gesto del prode Sacconi. Infingardo, meschino e viscido mi sembrano più appropriati.

Chiosa al disvelamento paratestuale di Hilarotragoedia (seconda edizione)

December 6th, 2008

Chiosa –> spiegazione, interpretazione. Così recita la sbiadita nota a margine della mia copia di Hilarotragoedia, seconda edizione del 1972. L’ignoto lettore che mi precedette nel possesso del volume non ha lasciato altri esempi della sua calligrafia. Riesco a immaginarlo, pensoso e perplesso, togliere dalla libreria un ponderoso dizionario, cercare con impegno la parola misteriosa, e infine trascrivere a matita sul libro un sunto in due parole della definizione appena scoperta.

Nel momento esatto in cui annotò, l’anonimo annotatore appose a sua volta una chiosa al testo di Manganelli, e per di più a un capitolo intitolato dall’autore chiosa del precedente. Questa chiosa al quadrato è molto manganelliana e particolarmente adatta a un libro che è anche una parodia di certa trattatistica erudita non avara di glosse, note a margine e commenti.

E come tutte le chiose che si rispettino, anche questa contiene un enigma. Perché mai quel lettore invocò il soccorso del dizionario soltanto per una parola tutto sommato non inconsueta? Possibile che solo quella gli procurò un brivido di incomprensione? Colse forse senza bisogno di sussidio alcuno il senso di fràngole e tecche, che avrebbe letto di lì a poco? Possibile che abbia assimilato al primo colpo i ciambreri, le illecebre, gli spiralanti ecatodentati?

La telecamera

December 2nd, 2008

a c.c., g.m., l.w.

Posso sfruttare, in quanto telecamera, un punto d’osservazione non privo di vantaggi: quello di poter vedere senza essere vista, per esempio. O per meglio dire: il vantaggio di essere vista da tutti senza che qualcuno immagini che io possa a mia volta vedere. Meglio ancora – giacché una telecamera vede, e tutti lo sanno – il vantaggio di essere ritenuta inabile a eternare in parole ciò che vedo.

La sala si è popolata di individui di vario sesso ed estrazione sociale, ma tutti accomunati da una postura distratta e pensosa, fatta di movimenti lenti e sguardi diretti a punti imprecisabili del soffitto. Sul palco c’è un signore con pochi capelli bianchi sulla nuca, giacca aperta su una camicia a righe, senza cravatta. Un largo sorriso perenne, quasi benedicente, parte dalle sue labbra carnose per cadere benigno su ognuno degli astanti: egli è il critico. Alla sua sinistra (la destra per me che osservo) siede lo scrittore dai folti capelli, neri come la montatura quadrata dei suoi occhiali, felpa verde su pantaloni chiari di fustagno.
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Incubo

November 24th, 2008

Ho sognato che Veltroni presentava l’ultimo libro di Bruno Vespa.
A Roma.
Nella sede del quotidiano Il Tempo.
Assieme a Pier Ferdinando Casini.
Veltroni faceva i complimenti e le moine a Vespa.
Vespa chiamava Veltroni “Walter”, e Casini “Pier”.
Si davano tutti del tu.
Sembrava una rimpatriata fra vecchi amici.

Mioddio.

Poi ho scoperto che non era un sogno.

Disvelamento paratestuale di Hilarotragoedia (seconda edizione)

November 22nd, 2008

Giorgio Manganelli, HilarotragoediaLa seconda edizione di Hilarotragoedia — ancora Feltrinelli e ancora collana “I Narratori”, 1972 — è molto diversa dalla prima. Si tratta sempre di edizione rilegata, con copertina rigida in cartone, ma questa volta priva di sovracoperta. Il prezzo di copertina riportato in quarta è di Lire 2.200, contro le 1.700 del 1964.

Sparisce purtroppo il delizioso, notturno e anacronistico ritratto dell’autore che ornava la prima edizione, cedendo il passo a un’elaborazione grafica di Miki Toshihiro composta da nove cilindri colorati tra il fucsia e l’arancione su sfondo nero, e decorati con segni tra il geometrico e l’alfabetico che producono un effetto non molto distante dalle emoticon, le mitiche “faccine” sorridenti, perplesse, incavolate o tristi che da più di vent’anni in qua caratterizzano le comunicazioni elettroniche dell’universo mondo.

Niente sovracoperta, niente bandelle, e manca anche il segnalibro-prefazione della prima edizione. Il contenuto di questi supporti paratestuali scomparsi è trasferito all’interno del libro. In terza pagina ritroviamo la prefazione di pugno dell’autore, preceduta da una brevissima nota biografica diversa da quella dell’edizione precedente:

Giorgio Manganelli è nato a Milano nel 1922. Attualmente vive a Roma. Presso l’editore Feltrinelli nel 1964 apparve la sua prima opera Hilarotragoedia, pubblicata anche in tedesco, e nel 1967 Letteratura come menzogna. Quasi contemporaneamente a questa seconda edizione uscirà presso l’editore Einaudi (che già nel 1969 pubblicò Il nuovo commento) una raccolta di scritti dal titolo Agli dei ulteriori.

L’elenco di titoli pubblicati nella collana “I Narratori” — che era in bandella nella prima edizione — qui è spostato nelle ultime pagine, subito dopo il testo. Manca del tutto la classica formula “finito di stampare”, solitamente unita a una data e al nome della tipografia, che invece era presente nell’edizione del 1964.

Ultimo grande assente è il testo della quarta di copertina della prima edizione, sacrificata probabilmente alla logica ferrea dell’ubi maior minor cessat, essendo la quarta di questa edizione firmata da Italo Calvino. E lo scriba che è in me non può resistere alla tentazione di trascriverla pedissequamente:

Animato dalla “balistica discenditiva” che è uno dei suoi temi principali, questo libro precipitò come un meteorite dai cieli poco nuvolosi della nostra letteratura dei Late Fifties nei mari fortemente mossi degli Early Sixties, annuncio d’una stagione delle lettere italiane carica di perturbazioni atmosferiche, ma soprattutto fenomeno vivente che non avrebbe cessato di sbalordirci, fuor di tutti i calendari e le effemeridi, per una carica aggressiva che è lungi dal decrescere.
Da allora l’Hilarotragoedia continua dinanzi ai nostri occhi ipnotizzati a discendere chinare calare digradare dirupare piombare, tutti verbi che nella prospettiva lessicale del libro significano il più trionfale adempimento d’un destino. Era entrato in scena Giorgio Manganelli, personaggio unico nella letteratura nostra e altrui, somigliante solo e unicamente a se stesso, colui che sarebbe diventato il teorico e il critico della Letteratura come menzogna, l’autore che dal testo oggi raro del Discorso sulla difficoltà di comunicare coi morti al più divulgato Nuovo commento ha continuato a tessere una ragnatela sempre più sottile e a caricarla di tutti i plinti i capitelli le metope marmoree che i suoi scavi linguistici e iconici e sapienziali portano alla luce.
Se la formula del libro è quella del trattato, lo spazio che esso viene costruendo intorno a noi (fin dal titolo, che “ripete il nome di un’antica rappresentazione eroicomica”, come avvertiva la presentazione di copertina) è quello d’un teatro, teatro d’un’architettura composita tra il rinascimentale e il barocco con qualche merlettatura di neogotico, teatro dotato pure di una cupola zodiacale come un planetario — solo che questa cupola è rovesciata verso il basso –, teatro dedicato ai virtuosismi di un unico primattore: il linguaggio. Sulla scena manganelliana, il linguaggio dà spettacolo di se stesso, è esso stesso scenografia, macchina scenica, gioco d’acqua, fuoco d’artificio, prestidigitazione, acrobazia capriola sberleffo. Vocaboli imprevisti, metafore rapinose si susseguono col ritmo di un accesso d’ilarità prorompente, ma già per le crepe di quel terremoto interiore che è il riso ci addentriamo nell’ombra di cachinni sempre più cupi fin quasi a sbucare all’altro polo dell’ossimoro, alla tragedia. Nel centro o estremo nadir del trattato-teatro un dotto umanista, circondato dagli angeli neri dell’umore atrabiliare e dell’inchiostro erudito, rovescia come un guanto l’immagine trionfalistica dell’uomo e ne dimostra la natura derisoria e grottesca, (infierendo sempre di più, fino all’episodio della visita della madre, e a quello del non nato) non senza proporre grandiose mappe dell’animo umano (l’io e gli eidola) o del cosmo (il mondo come Ade) degne di un filosofo gnostico, per approdare alla tenebrosa illuminazione quasi taoista dell’Ade come buco nell’universo.

Italo Calvino

Villari

November 21st, 2008

LOL!

Un medico che sputa sentenze

November 20th, 2008

Dice il professor Franco Cuccurullo, docente di Medicina interna e presidente del Consiglio superiore di sanità:

«Eluana non muore della patologia da cui è affetta, muore di fame e di sete. Anzi viene fatta morire, quindi si tratta di eutanasia».

E aggiunge:

«Siamo di fronte a grandi contraddizioni: povera figlia, non è una vita che si spegne, ma che viene spenta. Io non conosco le condizioni cliniche specifiche, e quindi non mi posso pronunciare oltre un certo limite».

Dice la sentenza 27145/2008 della corte di Cassazione:

«Il rifiuto delle terapie medico-chirurgiche, anche quando conduce alla morte, non può essere scambiato per un’ipotesi di eutanasia, ossia per un comportamento che intende abbreviare la vita, causando positivamente la morte, esprimendo piuttosto tale rifiuto un atteggiamento di scelta, da parte del malato, che la malattia segua il suo corso naturale». (pag. 6)

E aggiunge:

«Nel decreto del luglio 2008, avverso cui è ora ricorso, quei giudici — pur ritenendo estraneo al giudizio di rinvio l’accertamento della precondizione di irreversibilità dello stato vegetativo della Englaro (anche perché già effettuato nella precedente fase di appello e non impugnato, e comunque condiviso dallo stesso P.M. intervenuto in causa nel suo parere conclusivo) — hanno, ciò nonostante, reputato “doverosa, data la gravità, importanza e delicatezza della decisione da assumere”, una autonoma verifica, in quella sede di rinvio, delle condizioni cliniche di Eluana Englaro». (pag. 12)

Boh, sarò strano, ma tra un medico che sputa sentenze senza conoscere il quadro clinico e giudici che si esprimono solo dopo aver valutato attentamente il parere dei medici, tendo a fidarmi di più dei giudici.

Ricapitolando

November 19th, 2008

Da un lato abbiamo Walter Veltroni — il segretario del maggior partito di opposizione — molto impegnato a salvarsi il cu…, ehm, la faccia dopo aver consegnato al leader dello schieramento a noi avverso una delle più nette vittorie politiche degli ultimi vent’anni: Berlusconi non voleva Leoluca Orlando alla presidenza della commissione di vigilanza, ed è riuscito a non averlo senza spezzarsi nemmeno un’unghia, mentre il PD si macerava in penose lotte intestine.

Dall’altro abbiamo Famiglia Cristiana, che in un editoriale di Beppe Del Colle assume ancora una volta il ruolo di massima istanza di opposizione alle scellerate velleità securitarie del nostro Berija in sedicesimo, il ministro dell’interno Roberto “Dagli Al Barbùn” Maroni.

Non c’è che dire: siamo messi proprio bene…

Una perplessità sul ddl Veronesi (testamento biologico)

November 13th, 2008

Il senatore del PD Umberto Veronesi — che come tutti sanno è anche un medico di chiara fama — ha presentato al Senato un disegno di legge sulle Disposizioni in materia di consenso informato e di dichiarazioni anticipate di volontà. In breve, il DDL intende regolare il diritto a rifiutare trattamenti sanitari che prolungano artificialmente la vita, anche mediante una ‘dichiarazione anticipata di volontà’, meglio nota come testamento biologico.

Al di là di qualche tentennamento linguistico, il succo della proposta mi sembra buono, soprattutto perché include esplicitamente le tecniche di idratazione e alimentazione artificiale fra i trattamenti rifiutabili.

Mi lascia invece perplesso il primo comma del nono e ultimo articolo, intitolato Rispetto della volontà, che recita:

Medici e operatori sanitari sono tenuti a rispettare le volontà espresse anticipatamente dalla persona. Qualora il medico non condivida il principio del diritto al rifiuto delle cure, si astiene dal curare il malato, lasciando il compito assistenziale ad altri.

Un giro di parole per dire che la legge ammette l’obiezione di coscienza.

Ora, l’articolo 32 della Costituzione dice: “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge”. A me sembra proprio che questo articolo sancisca il diritto di ciascuno a rifiutare determinate cure, fatti salvi i trattamenti sanitari obbligatori, quindi la mia perplessità è questa: un medico può opporsi a un principio sancito dalla Costituzione? E se non può farlo, può una legge dello stato prevedere l’ipotesi contraria?

Comunque, mentre io m’arrovello con le mie perplessità, oggi la Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della Procura di Milano contro la sentenza d’appello che aveva autorizzato l’interruzione dell’alimentazione artificiale di Eluana Englaro. La considero una buona notizia.

Disvelamento paratestuale di Hilarotragoedia (prima edizione)

November 9th, 2008

Giorgio Manganelli ha lasciato alle patrie lettere un numero smisurato di opere d’ogni genere, dalla letteratura di finzione ai reportage di viaggio, dagli articoli di costume a quelli di critica letteraria, senza contare le traduzioni, le opere teatrali, le collaborazioni radiofoniche. Tanto copiosa e tanto varia, la sua produzione, che a volerla anche soltanto illustrare per sommi capi servirebbe una ponderosa monografia.

E non essendo questo il luogo più adatto ai trattati, né essendo chi scrive intenzionato a scriverne, in questo post e in altri a venire (non si sa quando) non andrò oltre l’opera prima del Nostro, e per di più mi fermerò rispettosamente sulla soglia della medesima: copertine e paratesti di tre diverse edizioni.

Giorgio Manganelli, HilarotragoediaSulla sovracoperta della prima edizione di Hilarotragoedia (Feltrinelli 1964) è impresso un curioso ritratto fotografico dell’autore, in posa e abbigliamento che ricordano vagamente un investigatore da romanzo hard-boiled: cappotto di panno scuro ornato da un foulard grigio cenere a quadretti, cravatta nera a pois, cappello nero a tesa larga leggermente sulle ventitrè. Gli occhiali quadrati con mezza montatura scura sovrastano un naso enorme e ricurvo, che a sua volta incombe su un paio di baffi non troppo folti. Lo sguardo è leggermente strabico — diritto nell’obbiettivo l’occhio sinistro, perso nel vuoto il destro. Completa il quadro una certa ostentata pinguedine del soggetto. Sullo sfondo un grappolo giallo di luci sfocate, forse a sottolineare la vocazione marcatamente notturna del libro.

La bandella sinistra funge quasi da didascalia della foto sul piatto:

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Giorgio Manganelli è nato a Milano nel 1922. Vive attualmente a Roma dove insegna e si occupa di letteratura inglese. Come critico ha collaborato a L’illustrazione Italiana, Paragone, Il Verri e al Terzo Programma della RAI.

in sovracoperta: Giorgio Manganelli
fotografia di Paolo De Antonis (1963)

impaginazione: U. Brandi
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Giorgio Manganelli, HilarotragoediaLa parte bassa della bandella sinistra e tutta la bandella destra sono occupate da un elenco di autori pubblicati nella collana “I Narratori” di Feltrinelli. Nell’angolo basso della bandella destra è riportato il prezzo di copertina di 1700 lire. La funzione di soglia o frontespizio della sovracoperta è completata dalla quarta di copertina, che ho già riportato in un altro post. La copertina è di cartone e di colore incerto, una specie di grigio con ambizioni violacee, e reca in alto una riproduzione della firma di Manganelli.

L’apparato paratestuale della prima edizione comprende anche un segnalibro in cartoncino sottile sul quale è stampata una sorta di prefazione ironica scritta dallo stesso Manganelli, cha vado qui a trascrivere con piglio d’antico amanuense:

Il libretto che qui si presenta è, propriamente, un trattatello, un manualetto teorico-pratico; e, come tale, ben si sarebbe schierato a fianco di un Dizionarietto del vinattiere di Borgogna, e di un Manuale del floricultore: testi, insomma, nati da lunga e affettuosa frequentazione della materia, compilati con diligente pietas da studiosi di provincia, socievoli misantropi, mitemente fanatici ed astratti; e segretamente dedicati alle anime fraterne, appunto ai capziosi delibatori, ai visionari botanici o, come in questo caso, ai rari ma costanti cultori della levitazione discenditiva. L’autore, umile pedagogo, ambisce alla didattica gloria di aver, se non colmato, almeno indicato una lacuna della recente manualistica pratica; parendogli cosa stravagante, che, tra tanti completi e dilettosi do it yourself, quello appunto si sia trascurato, che ha attinenza con la propria morte, variamente intesa. Come si usa, e non senza peritosa compunzione, si additano qui taluni modesti pregi del volumetto, che forse lo differenziano da altri consimili trattati, anche più solenni: la definizione di concetti dati troppo spesso per noti, come balistica interna ed esterna, angosciastico, adediretto; l’aver proposto una nuova, e a nostro avviso, pratica e maneggevole classificazione delle angosce; arricchita, inoltre, di un Inserto sugli addii, che a noi pare non infima novità della opericciuola; l’inclusione nel discorso di cervi e amebe, a sottolineare il carattere più che semplicemente umanistico dell’impostazione; e, soprattutto, aver raccolto e presentato alcune diligenti e non esigue documentazioni, non senza abbozzo di commento, che consentiranno di verificare le enunciazioni della parte teoretica; giacché il libro si divide appunto in due parti, che potremmo denominare Morfologia ed Esercizi. E se taluno troverà codesti documenti inconditi e affatto notarili, non dimentichi che il loro pregio è da ricercare nella minuziosa, accanita fedeltà al vero; e pertanto, essi vengono qui proposti come esempi di quel realismo, moralmente e socialmente significativo, di cui il raccoglitore vuol essere ossequioso seguace.

Blog & Nuvole entra nel vivo

November 7th, 2008

blog&nuvole

Blog & Nuvole — il concorso che si propone di riunire la scrittura proveniente dai Blog e il Fumetto — entra nel vivo della competizione. Trentacinque manoscritti sono in attesa di essere scelti dagli artisti che li tradurranno in altrettante storie a fumetti.

Che fra i testi prescelti ce ne sia uno mio è una notizia abbastanza irrilevante. Ben più degna di menzione è la presenza in gara di un bel racconto dello scrittore Marino Magliani. In caso di allergia alla lettura a video, le illustrazioni di Matisse per le cinque aree tematiche del concorso valgono da sole una visita a Blog & Nuvole.

Il Presidente

November 5th, 2008

Nero.
Democratico.
E tiene pure una zia immigrata clandestina.

Praticamente un calcio nelle palle vivente per leghisti e razzisti assortiti.

(E)lezioni americane

November 4th, 2008

1. Leggerezza
La capacità di preferire l’ironia al sarcasmo e usarla con grazia anche contro sé medesimo.

2. Rapidità
Come tenere un comizio mattutino a Boston e presentarsi puntuale a una cena di gala a San Francisco.

3. Esattezza
Studiare quel tanto che basta per sapere che Roosevelt nel 1929 non era presidente degli USA.

4. Visibilità
L’arte di scegliere un candidato vicepresidente praticamente invisibile.

5. Molteplicità
Fingere di credere che i confini del mondo non coincidano con quelli degli USA.

6. Coerenza
(…)