Archive for the ‘libri e dintorni’ Category

Il misterioso caso di Antonio Stenelli, autore apparentemente estinto

Sunday, October 31st, 2010

pensiero stenellianoNel 1982, in quel libro squisito e purtroppo mai ristampato che è il Discorso dell’ombra e dello stemma, Giorgio Manganelli ricordava che dell’opera poetica di Cornelio Gallo è pervenuto a noi moderni un solo verso — Uno tellures dividit amne duas — e ci è pervenuto solo perché fu casualmente citato da un altro autore.

Cornelio Gallo (ca.70-26 a.c.) scrisse almeno quattro libri di elegie e alcune orazioni, come testimoniano alcuni suoi contemporanei o posteri illustri fra cui Virgilio e Quintiliano. Era un autore piuttosto famoso ai suoi tempi, non l’ultimo degli sconosciuti, e occupò anche dignitose cariche pubbliche prima di cadere in disgrazia presso Ottaviano e subire la confisca dei beni e la condanna all’esilio. Esule e povero in canna, lo sventurato si suicidò.

Manganelli forse ignorava, o forse non ritenne rilevante ai fini del Discorso, che nel 1979 altri nove versi di Cornelio Gallo uscirono dalla notte dei tempi su un papiro rinvenuto a Qasr Ibrim, antica città nubiana. Anche ai fini di questo discorso, in realtà, cambia poco se i versi superstiti sono uno o dieci, ma il loro ritrovamento a tappe rende l’idea di un disvelamento progressivo dell’opera perduta, idea utile per agganciare il misterioso caso di Antonio Stenelli, autore apparentemente estinto in soli quattro anni.

Ad Antonio Stenelli si addicono il condizionale e la diceria.

Nel 2006 (ma talvolta nel 2004, come da immagine in testa al post) avrebbe pubblicato un libro intitolato Pensieri inediti e sorprendenti con l’editore EuroZona, e inediti e sorprendenti sono anche i risultati che il callido lettore ottiene quando prova a cercare il bel tomo nelle librerie elettroniche: non solo il libro non si trova, ma pare che a) nessuna casa editrice abbia in catalogo Stenelli veruno e b) la casa editrice EuroZona non abbia mai lasciato tracce in rete, cosa che ai nostri giorni equivale a dire che non esiste.

In compenso si dice in giro che lo scrittore Gianfranco Mammi possiede una copia del libro stampata presso la tipografia Sograf Srl di via V. Alvari 36, 00155 Roma la quale tipografia, però, interrogata non rispose, almeno per ora.

A tutt’oggi, insomma, l’unico ponte tra il fantomatico libro e il vasto pubblico dei suoi aspiranti lettori è per l’appunto lo scrittore Gianfranco Mammi che di tanto in tanto cita lo Stenelli sul suo tumblr. Il tumblr del Mammi è per Stenelli ciò che il papiro di Qasr Ibrim fu per Cornelio Gallo. Con questo, sia chiaro, non intendo augurare a Mammi un oblio millenario, né allo Stenelli di fare la fine del Gallo.

Ai link sopra linkati troverete ampi stralci dei Pensieri inediti e sorprendenti. Qui mi limito a citarne uno che per via del mio cognome ha per me un profondo significato sentimentale:

Io confesso di esser molto razzista nei confronti dei tassinari. (pag. 44)

Breve trattato sul formato dei libri elettronici e sul rapporto fra i pali e le case editrici italiane

Tuesday, October 26th, 2010

Care case editrici
Volevo dirvi che oggi, siccome m’è capitato di dover aspettare molto in un posto dove non m’aspettavo di dover aspettare, ho finito un ebook che ho iniziato ieri sera (trattavasi, per la cronaca, de La fuga narrativa di Tom Stafford) e, siccome io quando comincio a leggere poi divoro un libro dopo l’altro, m’è venuto da andare a comprare degli altri ebook. Niente. Non c’è verso. Io ci spero sempre ma non c’è verso. La maggior parte dei libri venduti in italia sono in quel formato osceno (Adobe Digital Editions, che possa morire dimenticato dai suoi chi l’ha inventato, e che possa venire una lobotomia spontanea a chi lo adotta (ma forse gli è già venuta, visti i risultati)) che non permette di acquistare il libro e leggerlo subito, ma tocca scaricarlo da un computer e poi metterlo sul lettore, se hai la fortuna di avere un lettore compatibile (non li ha quasi nessuno). Quindi, care case editrici che adottate quel formato lì (quasi tutte le più grosse), be’, vi direi di prendere un palo e farci delle cose turpi, ma mi sa che lo state già facendo senza che io ve lo consigli. Brave. Avete capito tutto.

[Alessandro Bonino su Phonkmeister]

L’invettiva è un genere letterario che non sarà mai apprezzato abbastanza.

Un inedito di Giorgio Manganelli

Saturday, October 23rd, 2010

Giorgio e Lietta ManganelliPochi giorni fa ho ripreso qui una lettera apparsa sul blog La poesia e lo spirito in cui Lietta Manganelli chiedeva un contributo economico per il Centro Studi Giorgio Manganelli. Mi permetto di insistere.

Questo post contiene un regalo di Lietta ai lettori. Un bel regalo. Si tratta di un inedito di Giorgio Manganelli reperito nell’Archivio Nazionale di Roma, Fondo del Movimento di Collaborazione Civica, busta 9.41, con la preziosa collaborazione di Emanuele Dattilo e della dottoressa Carla Nardi. Manganelli collaborò al movimento di collaborazione civica con contributi finora sconosciuti.

Questo è solo uno dei ritrovamenti del Centro Studi Giorgio Manganelli. Questo è solo un esempio di quanto sia preziosa la sua opera di ricerca, raccolta e conservazione di materiali che, in mancanza di contributi economici, rischia di dover essere abbandonata.

Lietta Manganelli è stata generosa con noi. Facciamo il possibile per essere generosi con lei. Chiedo ai miei undici lettori di diffondere la sua richiesta di aiuto con ogni mezzo. In rete, certo, ma anche fuori. E chi può, per favore, metta mano al borsellino!

Chi vuole contribuire può contattare Lietta Manganelli all’indirizzo manganelli@delam.it.

***

IL LIBRO E LA LETTURA
un inedito di Giorgio Manganelli

In Piazza del Popolo, a Roma, una lapide affissa alle mura verso piazzale Flaminio rammenta il sacrificio di due carbonari, giustiziati nell’800; la lapide non si rivolge a nessuno in particolare, ma tutti possono leggerla; coloro che la leggono provano emozioni, e forse la ricorderanno a lungo, o forse quelle due morti “vere” resteranno nella memoria solo come poche, anonime parole incise sul marmo. Quella lapide ha qualcosa che fa pensare ad una pagina; la pagina di un libro; forse è un libro minuscolo e insieme vasto; le sue parole, ingenue e grandi, appartengono a tutti coloro che vogliono leggerle. Noi viviamo in un mondo di messaggi scritti: nella stessa piazza, certamente, ci sono manifesti che annunciano eventi prossimi, e anche manifesti che si riferiscono ad eventi ormai dimenticati. Sono parole destinate a scomparire insieme a ciò di cui parlano. Le ascoltiamo rapidamente, se ci interessa ne prendiamo nota, e procediamo. Altre parole ammoniscono automobilisti e pedoni. Sono parole utili, ed è bene porvi attenzione. Ma quella lapide è diversa. Non annuncia, non dà istruzioni. Racconta, celebra. Soprattutto è dedicata a tutti coloro che, generazione dopo generazione, passeranno per quella piazza. Cambieranno i mezzi di trasporto, cambierà la lingua delle persone che scorgono la lapide. Roma è piena di scritte vecchie di molti secoli, che ricordano che per queste strade, su questo selciato un tempo si parlava una lingua diversa, simile e lontana dalla nostra di oggi. Supponiamo che quella lapide sia una pagina, e che si giustapponga ad altre innumerevoli pagine; tutte dedicate a tutti e a nessuno in particolare: ecco un libro. La legge tutela il segreto epistolare, perché una lettera è scritta da un’unica persona ad un’altra, ugualmente unica; reca un messaggio comprensibile solo nell’ambito segreto di una vita singola. Può decidere tutto per una o due persone, ma non ha nulla da dire alle altre. Il libro è una lettura che non ha busta, né indirizzo.

Riguarda la vita di tutti noi, di ciascuno di noi. È nostra, ma anche di persone che non sono più, non sono ancora. Nulla di un libro ci fa consapevoli di appartenere ad una comune umanità, illuminata e tormentata dalle medesime speranze e angosce. Il libro non si sa dove va, chi incontrerà, come sarà accolto; esso viaggia in mezzo a noi come un meraviglioso enigma. Non tutti i libri hanno la stessa vitalità. Molti, la grande maggioranza, si estinguono; ma quei pochi che sopravvivono sembrano eterni. Essi sono totalmente umani, e che siano vecchi di una sola, o di trenta generazioni, pare non avere alcuna importanza. Leggiamo Omero. Leggiamo Leopardi.

Tra mille anni, se vi saranno uomini, leggeranno Omero e Leopardi.

Dunque ci sono “grandi” libri, e ci sono “piccoli” libri. Ma non è facile definirli, né i grandi, né i piccoli. Vi è qualcosa di misterioso attorno ad un libro “grande”, e di solito il mistero avvolge anche il suo autore. Chissà se è esistito Omero. Di Shakespeare conosciamo data di nascita e morte e il nome della moglie. Di un “grande” libro possiamo dire che esso viene letto una generazione dopo l’altra. I Fratelli Karamazov di Dostoevskij ha compiuto cent’anni, e grandi libri sono stati scritti e si scriveranno sull’autore e su quel grande libro. Un grande libro racconta contemporaneamente molte storie; ed ogni lettore vi trova qualche cosa di diverso. Dunque, un grande libro è inesauribile, come inesauribili sono gli esseri umani, misteriosi a se stessi. Vi sono libri che restano piccoli per molto tempo, poi, improvvisamente, diventano grandi. Pinocchio fu un libro per bambini, e solo da pochi anni ci si è accorti che è grande. I romanzi storici del nostro Ottocento ebbero migliaia di lettori, fecero piangere e disperare, ed ora non si leggono più neppure a scuola, e di regola li leggono solo professori pagati per farlo. Non avere accesso al libro è dunque non avere accesso a noi stessi, alle zone più oscure, magiche, enigmatiche, a ciò che in noi sogna, ama, teme, crede e dispera. Oggetto umile e potente, il libro entra nella nostra vita con una forza terribile: e non è un caso che quelle parole siano state così spesso, siano tuttora perseguitate, trattate con diffidenza, con astio, con ira, giacché esse parlano a tutto ciò che è umano, o debbono tacere. Ma la totalità dell’uomo, sempre proposta e sempre elusa, è un’oscura minaccia per chiunque abbia una verità in testa, e la forza di imporla.

Ci fu un tempo in cui la parola scritta era intimidatoria; pochi leggevano, e leggevano poche cose, e ne scrivevano anche di meno. Poi la parola scritta venne consegnata a tutti: divenne un privilegio, e insieme un mezzo per dominare. Parole liberatrici si mescolavano a parole che volevano persuadere all’ubbidienza. Allora qualcuno si rammentò che il bandito analfabeta imprendibile in mezzo alle montagne, era libero, assai più libero dell’uomo d’ordine che quotidianamente imparava una piccola e disonesta verità da un giornale qualsiasi. Ma il tempo passa, e le cose cambiano. Oggi, nuovamente, l’uomo orecchio, l’uomo palpebra, l’uomo che si consegna al quotidiano ipnotismo — manifesti, televisione, discorsi di potenti, immagini, tutto ciò che, apertamente o occultamente, è “propaganda” — è l’analfabeta che sa leggere, colui che ignora i libri, e soprattutto quello che i libri possono toccare dentro di lui.

In un mondo di pubblicità e di imbonimento, di menzogne non di rado confortate da cultura e da ingegnosa malafede, la possibilità di non essere catturati irreparabilmente, di non essere strumenti di incomprensibili, o fittizie battaglie, sta nella nostra esperienza di noi stessi, della vastità e della drammaticità della sorte dell’uomo.

Da questo punto di vista, non vi sono libri innocui, e non v’è cultura “che non fa male a nessuno” e rende migliori. Un grande libro è terribile, perché la sua storia dentro di noi non si spegnerà mai; e sarà la storia della nostra libertà.

Una biblioteca è molte, strane, inquietanti cose; è un circo, una balera, una cerimonia, un incantesimo, una magheria, un viaggio per la terra, un viaggio al centro della terra, un viaggio per i cieli; è silenzio, ed è una moltitudine di voci; è sussurro ed è urlo; è favola, è chiacchiera, è discorso delle cose ultime, è memoria, è riso, è profezia; soprattutto è un infinito labirinto, ed un enigma che non vogliamo sciogliere, perché la sua misteriosa grandezza dà un oscuro senso alla nostra vita — quel senso che la pubblicità va cercando di cancellare.

Gianni Rodari ha novant’anni

Saturday, October 23rd, 2010

Il «metodo Rodari», cioè la capacità di smontare e rimontare meccanismi non solo verbali per capire come sono fatti, è più necessario che mai, in tempi di omologazione, pressappochismo, appiattimento sulle immagini. Certo, comporta un po’ di impegno, perfino di fatica, parola oggi impronunciabile.

Ernesto Ferrero sulla Stampa racconta Gianni Rodari, che era nato il 23 ottobre del 1920, e suggerisce di ricordarsi di lui, di questi tempi. (via Pensieri spettinati, via corax, via Il Post)

Un sostegno per il Centro Studi “Giorgio Manganelli”

Monday, October 11th, 2010

Mi sovviene un aforisma di mio padre che forse non ho mai capito bene come ora: «È incredibile il numero di cose che ha fatto gente che non è mai nata!». Ovviamente il Centro Studi non è mai nato, ma io sì, e di tutto mi sono fatta carico in prima persona. E, credetemi, avrei voluto e vorrei continuare a farlo. Ma la gestione economica è divenuta insostenibile, e la cultura oggi come oggi non è certo sostenuta dal pubblico, anzi… come mi disse una volta mio padre, tra il serio e il faceto: «Vuoi fare cultura? Bene, fai pure, ma ricordati che sarai punita».

Lietta Manganelli, figlia del qui molto citato Giorgio, chiede aiuto per sostenere il centro studi “Giorgio Manganelli” da lei curato e che rischia di non nascere per mancanza di fondi. Qui la lettera completa e l’indirizzo a cui contattare Lietta Manganelli. Accorrete numerosi!

Realtà, ovvero letteratura

Saturday, October 9th, 2010

A proposito di “che cos’è la letteratura?”, ecco la trama ideale per un racconto che qualcuno prima o poi scriverà (o forse ha già scritto), anche senza conoscere lo strano caso di L.M.

Il paziente, il sig. LM, è un uomo di 68 anni, alcolista di lunga data, che ha sviluppato la sindrome di Korsakoff, caratterizzata proprio da grave amnesia e confabulazione ovvero produzione non intenzionale di falsi ricordi. Un normale paziente korsakoff è del tutto inconsapevole dei propri deficit mnestici e produce ricordi più o meno plausibili rispondendo a domande quali “cosa hai fatto ieri?” o “come hai trascorso la tua ultima vacanza?”, ma se gli si chiede cosa ha fatto il 13 marzo 1985 risponde “non lo so” come qualsiasi persona con memoria normale. Quello che rende unico LM è la sua inusuale tendenza a produrre una risposta confabulatoria anche per periodi così remoti e spesso con uno straordinario livello di dettaglio. “Ricorda”, per esempio, di aver indossato una certa maglietta nell’estate del 1979.
LM vive, in altre parole, “ricordando” perfettamente qualunque giorno della sua vita, senza essere consapevole che nessuno di quei ricordi è vero.

[Psicocafé -- Lo strano caso di L.M. l’iperamnesico confabulante, via Pensieri spettinati]

(e comunque io, il 13 marzo 1985, precisamente alle sette e un quarto di mattina, ricordo di aver incontrato sul ventisette barrato un signore con la giacca gialla e i pantaloni blu che cantava Nessun dorma mangiando popcorn).

eBook

Friday, October 8th, 2010

C’è solo una cosa che non mi convince in questa faccenda dei libri elettronici: se il libro è una schifezza, non puoi neanche consolarti usandolo come fermaporta o per accendere il camino.

Che cos’è la letteratura?

Wednesday, October 6th, 2010

biblioteca[Avviso al lettore frettoloso: questo post è lunghissimo perché, come diceva Pascal, non ho avuto il tempo di farlo più corto. Avrei potuto pubblicarlo a puntate, ma, a parte il fatto che un pippone a puntate resta pur sempre un pippone, pubblicarlo a puntate mi faceva fatica.]

Saranno cent’anni che gli intellettuali insistono a chiedersi “Che cos’è la letteratura?”, ma la risposta non arriva mai, e quando una risposta non arriva mai si danno solo due possibilità: o la domanda è molto difficile o è completamente scema. Aut aut, non si scappa.

Personalmente propendo per la seconda ipotesi, ma ammetto che la prima è più attraente, perché infonde in chi pone la domanda l’illusione di occuparsi di un argomento serissimo, non privo di una certa qual profondità filosofica e di una discreta rilevanza umanistica. Che cos’è la letteratura? — ci si chiede assumendo una posa adeguatamente cogitabonda — e subito ci si sente immersi nel mare delle questioni determinanti per la distinzione fra uomini e bestie e per la conservazione della specie.

Il Canone
Qualche risposta in giro si trova, a dire il vero, ma nessuna ha l’aria di essere definitiva. Una piuttosto classica è quella che fa coincidere la letteratura con l’insieme delle opere canonizzate nei secoli da circoli ristretti di lettori particolarmente colti e ferrati — gente che traduce Senofonte all’impronta e che sa distinguere al volo uno gliommero da una frottola o un’anastrofe da un iperbato, mica fave. Purtroppo costoro prediligono di solito opere di autori defunti da almeno un secolo e, prima di inserirle nel Canone, si impelagano in discussioni accesissime che possono durare decenni: al lettore che si affida a loro per sapere se il libro che sta leggendo è letteratura solitamente non basta la regolare vita terrena per ottenere risposta. Il Canone, poi, ha due difetti che lo rendono alquanto inaffidabile come risposta alla fatidica domanda: variabilità e strettezza. Non sto a sviluppare il concetto, tanto ci siamo capiti.

Aria di famiglia
Per rimediare all’angustia del Canone esiste una risposta che si potrebbe definire canone lasco o canone derivativo. Si tratta della famosa teoria dell’aria di famiglia: la letteratura è l’insieme dei testi che mostrano somiglianze più o meno marcate con opere che appartengono al Canone. Se leggendo, che so, il Don Chisciotte, un lettore secentesco notò una parentela con l’Orlando Furioso, e se l’Orlando Furioso all’epoca era canonico, quel lettore poteva concludere che il Don Chisciotte era letteratura proprio per via di quell’affinità.

Rispetto al Canone il metodo dell’aria di famiglia è più flessibile, più immediato e meno ristretto, e ha inoltre il vantaggio, diciamo democratico, di dare anche al lettore comune — cioè quello che ignora la differenza fra gliommero e frottola e che, per via di quel grammo di protervia che sempre si accompagna all’ignoranza, la ritiene irrilevante — la possibilità di stabilire per proprio conto che cos’è la letteratura.

A contrappeso di questi vantaggi si pone un aumento incontrollabile della variabilità, perché questo metodo è fortemente influenzato dal gusto di ciascun lettore, una faccenda sulla quale, come si sa, ogni obiezione è illecita. Ogni lettore troverà in un libro le somiglianze che il proprio gusto e le proprie letture canoniche pregresse gli suggeriscono, con esiti spesso discutibili: se il lettore secentesco di prima avesse letto e apprezzato, poniamo, l’Amadigi di Gaula, e avesse trovato il Don Chisciotte molto dissimile dal modello canonico, avrebbe potuto concludere che il Don Chisciotte andava bene per accendere il camino o per incartare il pesce, altro che letteratura.

Due risposte recenti
A dispetto di questi problemi, sembra che il rilassamento del concetto di canone stia guadagnando terreno presso chi si occupa di roba scritta a livello professionale. A titolo dimostrativo riporto due opinioni autorevoli. La prima, pur priva di supporto bibliografico, è reperibile in rete (per esempio qui):

La letteratura è qualcosa di scritto. [Giulio Mozzi]

La seconda si trova a pagina 26 del libro Il limbo delle fantasticazioni, Quodlibet 2010:

Se potessi legiferare, decreterei che la questione dell’arte sia d’ora in poi trascurata, e che la cosiddetta letteratura coi suoi generi (poesia, romanzo, eccetera), le sue figure (l’autore, l’opera, l’Opera Omnia), con la sua organizzazione di giudici, la sua rete di promozione, le sue teorie (e la domanda tipica: che cos’è la letteratura?), decreterei che la letteratura sia un caso particolare, piccolo (anche se supponente e aggressivo), del più vasto, vastissimo e libero limbo delle fantasticazioni. Dico limbo perché, come si sa, nel limbo sostavano i non battezzati; e dico fantasticazioni per sottrarre le scritture all’apparato ministeriale della letteratura. [Ermanno Cavazzoni]

Dalla letteratura alla scrittura
In entrambe le opinioni sopra citate si può notare uno slittamento del punto di vista dalla letteratura alla scrittura. Affermando che la letteratura è qualcosa di scritto, il Mozzi sfiora la tautologia e dichiara implicitamente che ciò che interessa al lettore (e selezionatore di testi da destinare alla pubblicazione, nel suo caso) non è tanto la rispondenza di un testo a un’idea data di letteratura, ma solo il fatto che quel testo è stato scritto. La letteratura, in altre parole, resta al livello di pura potenzialità e non influisce minimamente sul giudizio del lettore o sui suoi criteri di scelta: altri giudicheranno; io, nel frattempo, leggo comunque.

Anche la posizione del Cavazzoni, per quanto più articolata, mette l’accento sulla scrittura e relega la letteratura a caso particolare di un più vasto insieme di testi scritti, attribuendole perfino un ruolo burocratico assai poco lusinghiero: qui la letteratura è qualcosa a mezza strada fra un eccesso tassonomico e un vero e proprio fardello, qualcosa di cui ci si può comunque liberare senza troppe precauzioni, quando si tratta di scegliere cosa leggere.

Seguendo una o l’altra delle succitate autorità, insomma, il lettore che incautamente si trovasse a chiedersi “il libro che sto leggendo è letteratura?”, potrebbe rispondersi senza alcun timore “ecchissenefrega”. E il fatto che il lettore si faccia la domanda e si dia la risposta è un esito di quel movimento di allargamento e rilassamento del canone che abbiamo visto fin qui.

In conclusione
In conclusione, se mai un discorso qualsiasi può avere una conclusione, la domanda “Che cos’è la letteratura?” sta diventando sempre meno rilevante. A metà del secolo scorso Jean-Paul Sartre poteva intitolarci un serissimo tomo di seicento pagine facendo la sua porca figura da intellettuale raffinato. Oggi un docente di Estetica e Retorica (mica cotiche) come Ermanno Cavazzoni può liquidarla con divertito fastidio (e addirittura fra parentesi) e un esponente di rilievo dell’editoria nazionale come Giulio Mozzi può formulare una risposta educatamente elusiva.

Cosa è successo in questi ultimi sessant’anni, per rendere possibile cotanta caduta? Per rispondere ci vorrebbe un pippone a parte. Magari un’altra volta.

Letteratura a peso

Tuesday, September 28th, 2010

Lev Tolstoj, tratto da http://en.wikipedia.org/wiki/File:%D0%9B.%D0%9D.%D0%A2%D0%BE%D0%BB%D1%81%D1%82%D0%BE%D0%B9_1956.jpgChe Tolstoj appartenga al ramo stellare della letteratura mondiale di tutti i tempi non è una novità, ma fra poco, per celebrare il centenario della morte, un frammento della sua opera andrà letterarmente in orbita. il 29 ottobre prossimo l’agenzia spaziale russa Roskosmos spedirà i Racconti di Sebastopoli sulla stazione spaziale internazionale. La copia prescelta per il viaggio proviene, non a caso, dalla biblioteca di Sebastopoli e dovrebbe ritornare sul pianeta Terra alla fine di febbraio.

La scelta non è caduta su opere più ponderose, come Guerra e pace o Anna Karenina, per una molto terrestre questione pecuniaria: a fronte di un costo di spedizione di otto dollari al grammo, infatti, pare che solo i 70 grammi dei Racconti rappresentassero un punto di pareggio accettabile fra i costi dell’operazione e i benefici letterari offerti agli astronauti.

Nello spazio profondo la letteratura si misura a peso.

Letta la notizia, sono corso a pesare la mia copia dei Racconti di Sebastopoli, che è un tascabile della Bur, non un tomo rilegato: pesa 146 grammi. Anche a togliere l’introduzione e l’appendice, che occupano circa un quarto del libro, resterebbero almeno 110 grammi. Non so mica come hanno fatto i russi a farlo entrare in 70 grammi. Poi ho pesato Guerra e pace: pesa 1280 grammi. A otto dollari al grammo, spedirlo in orbita sarebbe costato poco più di diecimila dollari, che nell’ambito di una missione spaziale non sembrerebbe una gran cifra, ma forse in Russia c’è un Tremontij che lavora di mannaia sulla spesa pubblica.

Patrie lettere

Thursday, September 23rd, 2010

P.S. Per quel che riguarda la Mondadori e le decisioni di tipo commerciale io non ho commenti particolari da fare e posso solo dirti che non mi stupisco affatto. L’editoria contemporanea funziona in questo modo: al primo posto il mercato e all’ultimo gli autori. La cosa folle è che senza gli autori non ci sarebbe neppure il mercato.

Così scriveva Antonio Porta a Niva Lorenzini l’1 febbraio 1988. Verrebbe da pensare che ventidue anni sono trascorsi invano, quanto a funzionamento dell’editoria contemporanea, ma una lettura meno frettolosa aiuta a capire che molto è cambiato da allora: oggi, infatti, immaginare un mercato editoriale senza autori non è poi così folle.

Il carteggio Porta — Lorenzini è uno dei nove corpi epistolari pubblicati dall’Archivio italiano della tradizione epistolare in rete (AITER), un progetto curato da cinque università italiane. Obiettivo del progetto è “dare testimonianza del ruolo sociale che la lettera ha rivestito nella cultura italiana, problematizzando in chiave diacronica e diastratica il rapporto dei corrispondenti italiani con la lingua scritta”.

Per il lettore lento e tendenzialmente improduttivo, invece, l’obiettivo è quello di perdersi in centinaia di testi variabilissimi quanto a provenienza, scopo e qualità della scrittura. Un viaggio privo di fini dichiarati ma ricco di esiti imprevisti, come peraltro lo è ogni lettura affrontata dal succitato.

Passare da una cerimoniosa epistola del Castiglione a Ippolito d’Este (“in ogni cosa ov’io sapia la voluntà de V. S. R.ma inclinare, sono per mettergli ogni opera e faticha”) alla schietta invettiva indirizzata da un’anonima madre al re d’Italia (“Sono ormai tre anni che la bella Italia si trova in lutto e nel dolore, e tutto per causa vostra e degli assassini vostri seguaci”), per esempio, è un’esperienza notevole.

(La notizia dell’esistenza in vita dell’AITER arriva da qui).

Uroborici

Wednesday, September 15th, 2010

Tratto da www.mcphersonco.com

Centuria — Cento romanzi uroborici.

(Il sottotitolo originale è Cento piccoli romanzi fiume. Si vede che negli Stati Uniti gli urobori tirano più dei fiumi).

Unacopia

Tuesday, August 24th, 2010

Siccome nessuno ne sentiva il bisogno, ieri pomeriggio Giulio Mozzi ha fondato una nuova casa editrice. Si chiama Unacopia. Qui c’è il manifesto della casa e qui il progetto del primo libro.

La stessa cosa

Friday, August 13th, 2010

Paolo Nori sta rileggendo l’Orlando Furioso, un canto al giorno, ad alta voce. La coincidenza è che anch’io in questo periodo sto leggendo l’Orlando Furioso. Ci sono alcune differenze, però: Paolo Nori lo sta rileggendo, mentre per me si tratta della prima lettura integrale; Paolo Nori legge un canto al giorno, mentre io avrò iniziato un paio di mesi fa, più o meno, e sono arrivato al trentesimo canto, con una media di un canto ogni due giorni; a Paolo Nori leggere l’Ariosto ad alta voce fa venire da pensare in rima, mentre io lo leggo mentalmente e di conseguenza i miei pensieri restano prosastici e non rimati.

Considerando queste differenze, ho pensato che a uno sguardo frettoloso o distratto può ben sembrare che due persone stiano facendo la stessa cosa, ma basta poco per accorgersi che in realtà stanno facendo due cose completamente diverse. Trovare due persone che leggono o hanno letto lo stesso libro allo stesso modo, per esempio, sarebbe un’impresa degna di figurare nell’Orlando Furioso medesimo, e questo spiega anche, almeno credo, perché quando si discute di libri prima o poi si finisce per litigare.

Noterelle sulla stupidità

Tuesday, July 20th, 2010

La stupidità non è un handicap, tratto da www.grouchyoldcripple.com/archives/crip4.gifSono il primo a sostenere che — dati i tempi, le emergenze planetarie, la crisi e tutto quanto — ci sarebbero modi assai più proficui di spendere tempo e neuroni, ma ritengo altresì che non di sole questioni epocali si nutra il pensiero umano, ma anche — e più spesso di quanto siamo disposti ad ammettere — di quisquilie e bazzecole.

L’inizio del terzo millennio
Come molti forse ricorderanno, l’avvento dell’anno 2000 innescò una diatriba infinita fra due opposte fazioni: chi sosteneva che l’inizio del ventunesimo secolo era da porsi al primo gennaio del 2001 e chi invece datava l’epocale giro di calendario al primo gennaio del 2000. A farmi tornare la memoria di quella gigantesca prova dialettica ci ha pensato il libro Il potere della stupidità di Giancarlo Livraghi che ho reperito in Google Books grazie a una segnalazione del Doktor Faustus di un mesetto fa.

Livraghi porta la diatriba calendaristica come esempio di stupidità, in palese contraddizione — e spiegherò presto perché — con quanto egli stesso sostiene a pagina 12:

Non è sensato definire l’intelligenza come solo razionale — ed è altrettanto sbagliato considerare stupido tutto ciò che non sembra razionalmente spiegabile.

A pagina 14 il medesimo Livraghi così presenta quella che lui stesso poco oltre definisce “la scemenza del millennio”:

Poche cose erano così facilmente prevedibili come il fatto che il ventesimo secolo (e perciò il secondo millennio) sarebbe finito a 0 ore, 0 minuti e 0 secondi del primo gennaio 2001. (…) Persone tutt’altro che sciocche o ignoranti erano convinte che secolo e millenio finissero alla mezzanotte del 31 dicembre 1999. Faticavano ad adattarsi all’evidenza dell’aritmetica.

Da un punto di vista puramente razionale è evidente che per fare due millenni servono duemila anni compiuti e, tenendo presente che la numerazione degli anni nel nostro calendario inizia da 1 e non da 0, è facile concludere che il secondo millennio terminò in effetti alla mezzanotte del 31 dicembre 2000. E però, per fare onore alla sua giusta affermazione di pagina 12, prima di parlare di “scemenza del millennio” l’autore avrebbe dovuto esaminare con più cautela gli aspetti non razionali della questione.

Le ragioni irrazionali (mi si perdoni l’ossimoro) che portano a datare il passaggio del millennio al 2000 sono evidenti almeno quanto le ragioni razionali (mi si perdoni la tautologia) portate a sostegno dell’altra ipotesi. È evidente, cioè, che il passaggio della numerazione degli anni dalla radice 19 alla radice 20 ha un impatto diciamo emozionale (quindi irrazionale) su chiunque, per non parlare del fatto altrettanto evidente che quei tre zeri in fila della cifra 2000 evocano con discreta potenza l’idea stessa del millennio.

Sostenere che l’anno 2000 ha segnato l’avvento di un nuovo millennio è evidentemente stupido da un punto di vista logico e razionale, mentre è altrettanto evidentemente non stupido da un punto di vista emotivo e irrazionale. Questo in perfetto accordo con il Livraghi di pagina 12. È chiaro che sostenere l’ipotesi 2000 con argomenti di tipo aritmentico — come per esempio l’esistenza di un fantomatico anno zero — sarebbe effettivamente stupido, ma non più di quanto lo sarebbe sostenere l’ipotesi 2001 con argomenti di tipo emotivo o evocativo (tant’è vero che il primo gennaio 2000 è stato preceduto da festeggiamenti, gadget, fosche profezie di fine dei tempi e opinionisti logorroici in tutto il pianeta, mentre il primo gennaio 2001 non se l’è filato praticamente nessuno).

Stupidità o stupidaggini?
La stupidità non è dunque un criterio descrittivo affidabile della specie umana e degli individui che la compongono, a meno di non ridurre arbitrariamente l’essere umano alla sola razionalità. Livraghi stesso, peraltro, sostiene altrove nel suo libro che non esistono persone stupide, ma solo comportamenti stupidi. Sono d’accordo, e quindi sostengo che la stupidità è una categoria essenzialmente pratica, cioè buona per valutare l’utilità e la vantaggiosità di determinate azioni: non esiste la stupidità, esistono le stupidaggini. Potremmo al limite definire la stupidità di una persona come percentuale di stupidaggini sul totale delle sue azioni.

Applicando la seconda legge di Cipolla — «la probabilità che una persona sia stupida è indipendente da ogni altra caratteristica di quella persona» — dovrebbe essere chiaro che la furbizia o l’intelligenza non escludono la stupidità. Una persona molto intelligente può fare tante stupidaggini quante ne fa una poco intelligente. Infine, seguendo in linea di principio la terza legge di Cipolla, possiamo definire la stupidaggine come un’azione che danneggia una o più persone senza dare alcun vantaggio a chi la compie.

Misurare vantaggi e danni di un’azione, però, è una questione molto complessa, perché è intuitivo che ciò che danneggia una o più persone può avvantaggiarne altre. A titolo di esercizio, proviamo a stabilire se l’azione del difensore descritta qui sotto è una stupidaggine:

A dieci secondi dalla fine della partita, un difensore della squadra in vantaggio per 1 a 0 entra a gamba tesa su un attaccante avversario lanciato a rete, a portiere battuto. L’arbitro assegna il rigore alla squadra dell’attaccante ed espelle il difensore. Il calcio di rigore termina sul fondo e l’arbitro fischia la fine della partita.

Se riferiamo danni e vantaggi alle sole due persone coinvolte — il difensore e l’attaccante — otteniamo che:
1. L’azione del difensore danneggia l’attaccante, privandolo della possibilità di segnare.
2. Il difensore non trae un vantaggio personale dalla sua azione. Anzi, ne ricava il danno dell’espulsione.

Fermandoci qui potremmo ragionevolmente concludere che il difensore ha fatto una stupidaggine. Cosa succede, però, se allarghiamo la valutazione di danni e vantaggi alle due squadre?
1. La squadra dell’attaccante è danneggiata per non aver potuto segnare il gol del pareggio.
2. La squadra del difensore è danneggiata dall’espulsione del medesimo, ma avvantaggiata dal fatto di aver vinto la partita.

Siamo ancora sicuri che il difensore abbia fatto una stupidaggine? Probabilmente no, e se estendessimo l’esercizio a questioni più complesse di una partita di calcio, come per esempio gli equilibri di forza mondiali o anche solo la scelta del mestiere da fare da grandi, la capacità di individuare a colpo sicuro le stupidaggini calerebbe vistosamente.

Conclusioni provvisorie
In realtà ci sono altri problemi che complicano la corretta individuazione delle stupidaggini. Non tutti i danni o i vantaggi derivanti da un’azione, per esempio, sono contemporanei all’azione stessa, e prevederli tutti accuratamente è molto difficile. Ne deriva che ciò che oggi sembra una figata, tra qualche anno potrebbe essere considerata una stupidaggine (questo, tra parentesi, è uno dei motivi per cui gli esseri umani spesso agiscono considerando i vantaggi che riescono a intravvedere nell’immediato, ma trascurando i danni di medio e lungo periodo).

Si potrebbe estendere la ricerca della stupidità al campo delle idee e delle opinioni (o anche delle domande, le famose domande sceme), ma magari lo faccio un’altra volta. Per ora mi basta ribadire che la stupidità non è una categoria utile per descrivere una qualità della nostra specie, mentre può essere un discreto indicatore quantitativo della propensione di una persona a danneggiare il prossimo o la collettività.

Fin dall’inizio del suo saggio Giancarlo Livraghi si dichiara sorpreso dalla scarsità di studi sistematici sulla stupidità umana. Azzardo una congettura: gli esseri umani, che sono assai meno stupidi di come siamo tentati di dipingerli, hanno intuito fin dagli albori della storia del pensiero che uno studio sistematico della stupidità potrebbe essere a tutti gli effetti una stupidaggine.

Un po’ mi stupisce

Friday, July 9th, 2010

La casa editrice Einaudi, come tutti sanno, fa parte del gruppo Mondadori, il cui azionista di maggioranza è Fininvest, cioè a dire Berlusconi. La casa editrice Einaudi, come molte case editrici, ha un sito Internet e sul sito Internet della casa editrice Einaudi c’è una pagina che narra la storia della casa editrice Einaudi. Tutto ciò, come è ovvio, non mi stupisce.

In quella pagina non c’è alcun riferimento al gruppo Mondadori né a Fininvest né a Berlusconi. Questo un po’ mi stupisce.