In questa puntata della pizzuteide Maurizio Sperati ci racconta di quando andò per riparare una presa della corrente e fu preso nella corrente vitale e produttiva di Maria Pizzuto, artefice di una cultura davvero universale.
La presa della corrente
di Maurizio Sperati
Girando su internet alla ricerca di buone nuove su Antonio Pizzuto, ho trovato, su letturalenta.net, un interessantissimo blog. Nello scorrere gli articoli, ho notato gli interventi di Maria Pizzuto e altri estimatori, conosciuti e non. Allora anche io voglio dire la mia.
Mi chiamo Maurizio Sperati e sono, se così si può dire, un appartenente “povero” del popolo degli estimatori di Antonio Pizzuto, cioè non uno di quelli che contano e che hanno studiato la letteratura italiana all’università, insomma, l’unica letteratura che conosco si ferma davanti al portone di una scuola professionale indirizzo tecnico elettronico, capirete che quella che s’impara lì è la cultura generale, forse troppo generale, generalissima, diciamo che grazie a quella si possono quasi concludere le parole crociate. A voi che leggete questo articolo, e che provenite da tali studi (non ve la prendete) non voglio dire che siamo studenti di serie B, voglio solo dire che la vera letteratura è un’ALTRA.
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Come dicevo più di un mese fa, sto cercando di occuparmi di
Ricordami per cortesia che devo parlarti di dizionari e comodini. Potrei farlo qui, ma c’è una questione importante che devo trattare quanto prima.
L’ultimo libro di Paolo Nori si intitola Noi la farem vendetta che è anche un verso di una canzone anarchica che si intitola Figli dell’officina. Il protagonista del libro di Paolo Nori, Paolo Nori, verso la fine del libro canta questa canzone a sua figlia Irma per addormentarla. Il testo della canzone Figli dell’officina è questo:
Come non di rado succede da queste parti, affronto in ritardo un argomento di attualità. Anche se questa volta, lo dico a mio disdoro, si tratta di un ritardo di appena quattro giorni: risibile.
Io sono il capro, fratello, e sono tuo fratello. I miei occhi vedono le cose che tu vedi e la mia bocca pronuncia le tue parole. Le mie interiora hanno la consistenza melmosa delle tue, e analoghe serpentesche sinuosità. Mangio il cibo che ti nutre, bevo alle fonti che ti dissetano. Il ventre di mia madre ti ha partorito, fratello, ed è per questo che tu sei mio fratello, ed è per questo che ti conosco così bene anche se tu mi disconosci, che ti amo anche se hai smesso di amarmi.
Mo ve’! Quasi non me ne accorgevo: il nove ottobre scorso letturalenta ha compiuto un anno!
Luciano Anceschi è uno dei numi tutelari di letturalenta, e della lettura lenta in generale. Il suo contributo alla cultura letteraria italiana non è riassumibile in poche righe, ma ci sono alcuni aspetti del suo metodo critico – o per meglio dire del suo stile critico – che forse vale la pena ricordare: l’avversione per il dogmatismo, per il pessimismo integrale e le grida apocalittiche; la proposta continua e paziente di un umanesimo disilluso, consapevole dei problemi ma anche convinto della possibilità di affrontarli e superarli; l’estetica fenomenologica fondata sui fatti artistici, libera da pregiudizi ideologici.
Il castello dei fantasmi incrociati
Bottega di lettura
i monologhi della varechina
sacripante!