Ebbene sì, nella dura battaglia contro il silenzio del Web letterario italico sul trentennale della morte di Antonio Pizzuto è scesa in campo l’artiglieria pesante: Armando Adolgiso, che ricorda il trentennale nella sezione Cosmotaxi del suo ormai mitico webmagazine Nybramedia, precisamente qui.
Nybramedia è in rete dal febbraio 2000. Per chi ancora non lo conoscesse, seguono alcune informazioni tratte dalle note redazionali del sito.
Sul sito www.nybramedia.it, oltre alle sezioni che informano sull’attività artistica di Adolgiso e sui suoi appuntamenti, figurano anche altri momenti.
Enterprise: un’immaginaria vineria installata a bordo della famosa nave spaziale di Star Trek, dove, se s’avrà la pazienza di leggere appresso, si capirà perché, nonostante il luogo, la fantascienza c’entri poco.
Qui si trovano incontri con personaggi dello scenario culturale italiano
A questa Sezione, se n’è affiancata nel 2003 un’altra. Si chiama Nadir: segni e suoni dalla Terra. E’ dedicata a filmmakers, fotografi, musicisti, pittori, poeti fonovisuali, webperformers, e presenta un assaggio delle loro opere, accompagnate da una dichiarazione di poetica e un’essenziale biografia.
Ultima nata, fra le sezioni del sito, nel 2004, è Cosmotaxi. Presenta ogni giorno brevi notizie ragionate – avvalendosi anche di dichiarazioni di autori – su pubblicazioni editoriali (poesia lineare esclusa) e discografiche, mostre, concerti, novità teatrali o cinematografiche, rassegne, convegni umanistici e scientifici.
È uscito questo libro,
Oggi su Vibrisse c’è
Grazie ai buoni uffici di
S’intenda il presente post come introduzione, prologo, prefazione, preludio, antefatto, capostipite di una serie di altri che da lui discendono. Come i lettori meno portati allo zapping blògghico e più attenti ai dettagli avranno notato, infatti, questo post inaugura una categoria nuova di zecca denominata DTFN, dove lui e i suoi simili saranno custoditi per sempre (limitatamente alla fault tolerance del server che ospita letturalenta, si capisce).
Dal mio rientro a oggi non ho scritto molto qui, e di questo naturalmente mi pento e mi dolgo, ma con misura e senza eccessi di contrizione. Il motivo principale di questa afasia settembrina è che ultimamente mi sto occupando di libri che non esistono e, come tutti sanno, le cose che non esistono sono molto più esigenti di quelle che esistono in termini di tempo, attenzione, cure. E poi bisogna parlare con molta prudenza delle cose che non esistono, per non correre il rischio di farle esistere anzitempo e bruciarle.
Ma tu pensa, a mesi e mesi di distanza l’Hypderodonte continua a dar segni di vita. Ho ricevuto il testo che segue da un gentile signor Kumar Iqbal Chandrimarathan, che pubblicamente ringrazio. A margine consiglio anche la ricerca
Fuori fa un po’ freddo, quindi spengo la sigaretta e rientro. Mentre chiudo la porta finestra, getto un’occhiata al salotto da sopra la spalla e penso che c’è un discreto disordine qui dentro: carte sparse sulla scrivania; i cuscini del divano dislocati in posizioni improbabili; libri accatastati un po’ ovunque; polvere. Riprendo in mano il libro che ho finito poco fa e lo apro a caso, forse sperando che l’incanto della locanda si ripeta. Guardo le parole allineate sulle righe; le riguardo; leggo qualche frase. Non succede niente. Mi concentro sulle parole che leggo, le rileggo, ma non perdo mai il contatto con il salotto e con il suo disordine così materiale, concreto, sensibile, tutt’altro che metafisico, un disordine che sento familiare e amichevole, figura di un altro disordine che mi riguarda.
Qui fuori, fra le molte cose che si manifestano ai miei sensi, ce n’è una che fatico a comprendere e a descrivere, tanto da sentirmi obbligato a dubitare della sua presenza. Mi accorgo che desidero conoscere appieno il senso e gli effetti di codesto dubitare, e questo desiderio mi suggerisce – con tono amichevolmente perentorio – di rimandare il tentativo di identificare l’oggetto del dubbio, per riflettere un poco sulla parola presenza.
Mi trovo in una locanda buia e fumosa. Che sia una locanda, a dire il vero, è solo una mia supposizione. Cosa sia veramente questo luogo, se di luogo si tratta, non saprei dirlo con esattezza. Più che fumosa, poi, dovrei dirla nebbiosa o indistinta o vaga: attorno a me vedo soltanto i contorni sfumati di oggetti presumibili, ma di esistenza assai incerta. Vedo tracce labili di tavoli potenziali; odo frammenti di suoni che alludono a voci; fiuto uste deboli e confuse di qualcosa che assomiglia al vino, o forse all’idea del vino, o a un suo lontano ricordo. Quanto all’oscurità, sarebbe più corretto definirla penombra, o meglio ancora citazione di una penombra traslucida, lattiginosa, opalescente.
Il castello dei fantasmi incrociati
Bottega di lettura
i monologhi della varechina
sacripante!