Chiosa alle letture di Rousseau

June 23rd, 2006

Jean-Jacques Rousseau ritratto da Quentin Latour, tratto da www2.ac-lyon.frLo confesso, sto leggendo Le Confessioni di Rousseau. Mi capita spesso di dedicare alla lettura di qualche classico le pause vacanziere che il vivere concitato e velocista dei nostri tempi così di rado concede. È questo un modo per mettere in pratica quella mia onesta e proba tendenza alla lentezza, alla pigrizia, all’ozio e alla perdita di tempo che troppo spesso rimane allo stadio di mera intenzione. Sì, perché i classici differiscono dall’orrenda letteratura cosiddetta di consumo soprattutto dal punto di vista tachigrafico: prova un po’, o fugace lettore, a leggere Moby Dick a sessanta pagine all’ora: ti ritroverai in testa una tal melma di scene di caccia al capodoglio, brani di cetologia, sermoni e dialoghi marinareschi da uscirne completamente rintronato.

Ebbene, avevo appena intrapreso la placida lettura delle Confessioni roussoviane, quand’ecco che tra i margini della pagina prese forma un pensiero che pareva scritto apposta per me, il lettore:
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Marco Palasciano – Prove tecniche di romanzo storico

June 19th, 2006

Marco Palasciano, Prove tecniche di romanzo storicoProve tecniche di romanzo storico è il secondo libro della collana Arno della giovanissima casa editrice Lavieri. Lo precede nella stessa collana Dalla vita di un Fauno di Arno Schmidt, nell’ottima traduzione di Domenico Pinto. Un precedente davvero impegnativo per il “giovane” Marco Palasciano, che si trova involontariamente spalla a spalla con un mostro sacro della letteratura tedesca del Novecento. Dico “giovane” fra virgolette, perché Palasciano, classe 1968, ha scritto questo libro nel 1992, a soli ventiquattro anni.

A dispetto della giovane età dell’autore, però, in questo romanzo non c’è traccia di giovanilismo. C’è piuttosto una carica notevole di esuberanza giovanile, ma tutta espressa nella giocosità dell’impianto narrativo e del divertimento linguistico. Più che un romanzo, infatti, il libro di Palasciano è uno spettacolare divertissement, una parodia continua di stili e di forme narrative che l’autore bistratta e tritura finemente, fino a ridurle a farsa, a melodramma, a commedia dell’arte. E l’incipit – Un carnevale di tamburelli che stacciano coriandoli – a fine lettura suona come una promessa mantenuta.
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Due cose

June 17th, 2006

Prima cosa. Sono attualmente dislocato in una amena località marittima, dove mi tratterrò fino alla fine della prossima settimana. Essendo qui dotato di una connessione GPRS del tipo “a manovella”, che va e viene a suo piacimento, può darsi che nei prossimi giorni non sarò molto presente in rete.

Seconda cosa. Oggi il laborioso e perecchiano melpunk ha messo in linea un mio mi ricordo nell’apposito blog.

Partecipo!

June 13th, 2006

Innanzitutto, ancora grazie a tutti i pazienti lettori di letturalenta per i commenti al post precedente. Dopo attenta e riflessiva elucubrazione (della quale ritengo sano e doveroso risparmiarvi i dettagli), ho preso la seguente irrevocabile decisione:

Partecipo!

E dunque bando alle ciance, e si passi senz’altro alla fase due.

Ho messo in linea una bozza del malloppo (pdf, 839 KB) che manderò alla redazione di Scrittomisto. Ai pazienti lettori – specie se affetti da insonnia e del tutto disinteressati ai mondiali di calcio – chiedo suggerimenti editoriali del tipo:
– Togli questo
– Aggiungi quello
– Cambia quest’altro

In particolare, accetto volentieri suggerimenti per il titolo, che per adesso è un semplice quanto banale “Letturalenta”. Fatto questo, giuro che non rompo più le scatole con questa cosa, se non per comunicare se e quando la redazione di Scrittomisto accetterà di mettere il malloppo in lizza.

Grazie ancora a tutti!

Che faccio, partecipo?

June 9th, 2006

Procediamo con ordine.

Orbene:
1. Ci sono dei signori che hanno fondato una casa editrice che si chiama Unwired Media.
2. Poi hanno fatto una collana che si chiama Scrittomisto, dedicata a diffondere su carta contenuti provenienti dalla rete.
3. La collana Scrittomisto è stata inaugurata a metà maggio con sei titoli scritti da blogger storici molto famosi, e altri titoli usciranno in luglio.
4. Nel frattempo questi signori di Unwired Media hanno organizzato un concorso, col suo bravo Regolamento.

Incuriosito da questa cosa, ieri sera ho copincollato in un documento OpenOffice i post di letturalenta pubblicati nelle categorie lettura, scrittura, diatribe e prof. Letturalenta, che lì per lì mi sono sembrati i più adatti al tema proposto. Visualizzando poi le proprietà del documento così ottentuto ho notato – con mio grande sconcerto e spavento – che il malloppo risultante rispetta i requisiti dimensionali richiesti dagli organizzatori, ovvero almeno 140.000 battute spazi inclusi.

Allora ho pensato: che faccio, partecipo?

E dato che io sono costituzionalmente refrattario a rispondere alle domande che mi pongo, giro la domanda agli eventuali lettori che si trovassero a passare di qua in questi giorni.

Gualberto Alvino – Là comincia il Messico

June 7th, 2006

David Kampmann, Rio Grande, 1997, tratto da www.davidkampmann.comLà comincia il Messico è un libro in cerca di editore. Alcuni capitoli sono apparsi su diverse riviste negli anni passati e alcuni lettori hanno avuto il piacere di leggerlo integralmente. Fra questi happy few sono capitato anch’io, per una di quelle combinazioni solo parzialmente riconducibili a cause razionali che spesso accadono nei sotterranei della metropoli lettoria.

L’autore di questo romanzo, infatti, è Gualberto Alvino, che qui è già apparso due volte nella sua veste più nota di infaticabile esegeta e curatore di Antonio Pizzuto. Dopo i primi contatti molto formali, che sono sfociati nei suoi importanti contributi alla mia pizzuteide, Gualberto e io ci siamo lasciati un po’ andare, le formalità si sono allentate e si è creato un clima di reciproca simpatia. Solo a questo punto Gualberto mi ha “confessato” di aver scritto Là comincia il Messico e me lo ha affidato.

Durante e dopo la lettura ho mandato all’autore alcune impressioni e note che mi fa piacere condividere qui, tali e quali, con i lettori di letturalenta, che alla fine di questo post troveranno anche un link al capitolo finale del libro.
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Cosa deve essere la narrativa

June 5th, 2006

War with pen by Robert Neubecker, www.neubecker.comIn questo periodo sono abbastanza gettonate le diatribe sul tema cosa deve essere la narrativa?, che è già di per sé una domanda alquanto scema, dato che l’unica risposta sensata è: la narrativa – e più in generale la letteratura – non deve essere proprio alcunché, se non, per l’appunto, letteratura, ovvero ordigno verbale, edificio di parole, mistura di grafismi. Che altro mai dovrebbe essere? Eppure non passa giorno senza che qualcuno tenti di dare alla letteratura nuovi compiti e nuovi doveri.

Uno dice che la narrativa deve essere fiction, ovvero pura invenzione, ed ecco che subito spunta fuori un altro a obbiettare che no, esimio collega, la narrativa ha da essere faction, ovvero rispecchiamento fedele della realtà. E se il primo non esita a considerare indegno di pubblicazione tutto ciò che non assomiglia a Don Chisciotte, l’altro non accetta niente che non discenda in linea diretta da Germinal. E s’accapigliano peggio dei capponi manzoniani:
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Tre cose

June 3rd, 2006

Sarà la primavera, o forse l’estate adveniente, chissà, fatto sta che in questi giorni capitano parecchie cose. Allora, andiamo con ordine.

I monologhi della varechinaPrimo: sono nati i monologhi della varechina, rivista di sole donne per non sole donne (credo). La varechina è ospitata su Vibrisse, che come tutti sanno è gestita da un signore che a un primo sommario esame sembrerebbe non essere donna, però si vede che gli piacciono le donne, se ospita la varechina. A tutte queste donne dedico ben volentieri un pensierino di Giorgio Manganelli, che con le donne aveva un rapporto mica tanto tranquillo:

Bisogna arrivare a parlare di cultura come si parla di figa: diciamolo chiaro, se la cultura, se il pensare, non è vitale, se non impegna proprio le viscere (e non metaforicamente, perché il pensare è cosa totale come il morire, è un “fatto”, un vero e tangibile oggetto), se non ha anche addosso qualcosa di sporco, di fastidioso, di disgustoso, come è di tutto ciò che appartiene ai visceri, se non è tutto questo, non è che vizio, o malattia, o addobbo: cose di cui è bene o anche necessario e onesto liberarsi (spogliarsi) totalmente. [scritto da Giorgio Manganelli il 25 ottobre 1952 nei suoi quaderni di “Appunti critici”. Ora in “Riga 25”, Marcos y Marcos, Milano 2006, pag. 76]

Georges Perec, Mi ricordoSecondo: Georges Perec – immenso scrittore ebreo francese che quest’anno compirebbe settant’anni, se non avesse avuto la malaugurata idea di mollarci qui anni fa – è il protagonista implicito di un nuovo blog ispirato al suo celebre Je me souviens, che per noi italici sarebbe Mi ricordo. Ulteriori dettagli chez melpunk, ideatore dell’iniziativa. A melpunk, a tutti i perecchiani sparsi per la vasta rete, e soprattutto a Georges Perec, dedico questa frase di Georges Perec, tratta dal suo W o il ricordo dell’infanzia. I loro di cui parla Perec sono i suoi genitori, ma a me piace pensare che possano essere anche i suoi lettori postumi, ovvero noi:

Scrivo: scrivo perché abbiamo vissuto insieme, perché sono stato uno di loro, ombra tra le ombre, corpo vicino ai loro corpi; scrivo perché hanno lasciato in me un’impronta indelebile e la scrittura ne è la traccia: il loro ricordo muore nella scrittura; la scrittura è il ricordo della loro morte e l’affermazione della mia vita.

Collezione di sabbia, il blog di kalle b.Terzo: kalle b. ha aperto un blog, non so se in seguito al mio invito nei commenti di qualche post fa o meno. In ogni caso io sono molto contento che l’abbia aperto. Si intitola collezione di sabbia, che è un titolo decisamente e dichiaratamente calviniano. A kalle e a tutti i lettori di letturalenta dedico l’incipit del primo post di kalle, un inno alla copia molto promettente:

In un modo o nell’altro, immagino, siamo tutti collezionisti di qualcosa. Dipende dal significato che diamo al termine. Io, ad esempio, in quanto lettore, colleziono testi, vale a dire file di parole e concatenazioni di lettere. Questo blog si propone di raccogliere testi, parole e lettere (immagini, piu’ raramente) come fossero sabbia.

Non credo ci sia poi tutta questa differenza. L’analogia e’ vagamente democritea e totalmente, goffamente, e spudoratamente ripresa da Italo Calvino, come del resto il nome di questo blog. Del resto, una collezione di immagini e testi -perlopiu’ antichi, tra l’altro- non potra’ essere altro che un inno alla duplicazione ed alla copia. E dunque meglio cominciare a rubare da subito.

BUONA LETTURA!

Il lettore smemorato

June 1st, 2006

Anna Marongiu, Don Ferrante (1926) tratto da www.marongiu.orgC’era una volta un lettore smemorato che lesse un libro e lo dimenticò. Allora ne lesse subito un altro e dimenticò anche quello. Se un valente professore di letteratura l’avesse interrogato su quei libri, il lettore smemorato avrebbe fatto scena muta e il professore gli avrebbe detto: «Mi spiace, caro discente, la sua preparazione è insufficiente. Ritenti al prossimo appello, se se la sente».

Pensava spesso a una frase di Musil, il lettore smemorato: «è del tempo di Socrate dirsi ignoranti, del nostro tempo essere ignoranti», e gli dispiaceva sapere che Musil aveva detto quella cosa a proposito del non sapere; e ancor di più gli dispiaceva sapere che Musil diceva quella cosa avendo in mente il celebre aforisma di Socrate «so di non sapere». Sapere tutte quelle cose lo gettava nello sconforto. «È segno che non ho dimenticato abbastanza» pensava, e si consolava al pensiero di aver dimenticato almeno il libro in cui aveva letto quella frase di Musil.
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Il castello dei fantasmi incrociati

May 28th, 2006

Il castello dei fantasmi incrociatiUn viandante sorpreso dalla notte trova rifugio nel castello di Beseno dove i fantasmi della Casata, dall’ultimo erede a ritroso sino al primo che l’ha fondata, si manifestano per raccontare ognuno la propria storia e tutti insieme quella del castello.

Ma cos’è ‘sta roba? si chiederà non senza ragione il lettore in transito.

Si tratta dell’ultimo parto dell’operosa e fantasiosa mente di zop, al secolo Antonio Zoppetti, per l’occasione in combutta con Davide Ondertoller. I due hanno affidato a un drappello di volenterosi blogger il compito di svolgere la fabula sopra riportata. Ogni autore ha composto un capitolo della storia, nessuno sapendo cosa avrebbero scritto gli altri. Tecnica simile ai cadavre exquis surrealisti, per un risultato non meno surreale.

Ma bando alle ciance! Il resto della faccenda è a disposizione del lettore nell’apposito blog del Castello dei fantasmi incrociati, dove si può leggere il risultato finale di cotanta impresa, nonché notizie sulla manifestazione Portobeseno, viaggio tra fonti storiche e sorgenti web che si svolgerà al castello di Beseno (Tn) dal 16 giugno al 20 luglio 2006.

Wuz, ovvero Mare Magnum, ovvero del legame fra libri e demenza

May 25th, 2006

Francesco Marucelli, tratto da www.maru.firenze.sbn.itWuz, come molti lettori retaioli sanno, è il nuovo nome del portale di informazione libraria che fino a poche settimane fa si chiamava librialice.it, ma non è di questo Wuz che si parla qui, bensì di una rivista nata all’inizio del 2002 e che si chiama, manco a dirlo, Wuz. È una rivista bimestrale specializzata in libri rari e antichi, espressamente indirizzata a bibliofili professionisti, come librai antiquari, editori di libri artistici, ricercatori, ma molto apprezzabile anche da parte di lettori non specialisti, tipo me.

Innanzitutto ha un sottotitolo bellissimo – storie di editori, autori e libri rari – che potrebbe essere l’incipit di un poema ariostesco d’argomento libresco; la veste grafica è molto ben curata; gli articoli hanno un taglio divulgativo, pur essendo scritti da specialisti; è ricca di splendide illustrazioni. Insomma, un gioiellino, peraltro venduto alla modica cifra di 8 euro.
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Chiamalo sonno

May 23rd, 2006

René Magritte, Le Dormeur téméraire, 1928, Tate Gallery, tratto da www.tate.org.ukNei commenti al post precedente si chiacchierava di origini, di scrittura come riscrittura, di silenzio; e queste deliziose chiacchiere mi han fatto pensare a un libro che ho letto tempo fa e che parla di tutte queste cose, fra l’altro. E dato che scrivere significa riscrivere, non vedo perché dovrei riscrivere quello che ho scritto allora su quel libro: tanto vale copiarlo tale e quale.

Chiamalo sonno è indubbiamente un capolavoro, uno di quei libri che, come diceva Manganelli, contengono tutti i libri. Per evidenziare tutti gli elementi “capolavoristici” di un libro che li contiene tutti occorrerebbe scrivere un ponderoso trattato di critica letteraria, cosa che in questo momento non ho il tempo di fare, per la gioia mia e dell’incauto lettore.

Pubblicato nel 1934, questo romanzo è stato dimenticato per trent’anni, prima di entrare nel novero dei grandi capolavori della narrativa novecentesca. Henry Roth, dopo averlo pubblicato, ha scritto poco o niente per sessant’anni, per poi ripartire dal punto in cui si era fermato. La chiusa del libro contiene la profezia di questi lunghi silenzi coronati da spettacolari epifanie:
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Il più grande romanzo di tutti i tempi

May 19th, 2006

Paul Delvaux, La nascita del giorno, 1937 Venezia Collezione Peggy Guggenheim, tratto da www.griseldaonline.itBasta! Ho deciso: scriverò un romanzo, un grande romanzo, il più grande romanzo di tutti i tempi! Niente e nessuno mi potrà fermare. Quando mi metto in testa una cosa, io.

La fabula, innanzitutto. Dovrà essere una storia vera, verissima, più vera del vero. Una storia che, mentre uno la legge, ogni due righe si sorprende a dire: è proprio vero! Per raggiungere questo primo obbiettivo s’impone una riflessione attenta e scrupolosa, mirata a selezionare temi, situazioni e argomenti che abbiano tutto il sapore della verità. Una storia vera dev’essere accaduta, altrimenti non sarebbe vera, ma solo verosimile, quindi dovrebbe essere abbastanza facile da trovare, per esempio frugando nelle pagine di cronaca dei quotidiani.

No, non va bene, perché le cronache giornalistiche non sono i nudi fatti, ma i loro resoconti scritti, e tu m’insegni che un resoconto scritto è un testo e che un testo è fatto di parole che, come tutti sanno, non sono fatti ma per l’appunto parole. No no, i giornali sono mezzi di comunicazione, quindi mediano. A me serve l’evento immediato, caldo di vita, non fresco di stampa. Ecco, la vita… la fonte diretta delle cose, la sorgente naturale e incorruttibile della verità. Lì devo attingere, se voglio che davvero il mio romanzo sia un grande romanzo, il più grande romanzo di tutti i tempi.
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Il retrobottega di Federico Platania

May 15th, 2006

Sandro Botticelli: Sant'Agostino nello studio, tratto da digilander.libero.it/McArdalQuando ho proposto a Federico Platania di mostrarmi il retrobottega del suo libro, lui mi ha risposto così:

Ciao Luca,

allego alcuni stralci dal mio taccuino di lavorazione che ho aggiornato durante e dopo la stesura di “Buon Lavoro”. Da una parte continuo a pensare che questo “dietro le quinte” del libro d’esordio di uno scrittore sconosciuto non interessi a nessuno (tranne a te che me l’hai richiesto esplicitamente!). Dall’altra parte il mio ego di scrittore non ha resistito…

A dispetto della scaramanzia di Federico, io continuo a credere che ficcare il naso nell’antro di uno scrittore – esordiente o veterano, conosciuto o meno – sia un’esperienza molto positiva per i lettori. Praticandola si può scoprire come è nata l’idea di un libro, quali difficoltà ha dovuto affrontare l’autore per venirne a capo, perché ha scelto certi accorgimenti formali piuttosto di altri. Tutte informazioni che gettano luce sul concepimento e la gestazione di un libro, informazioni che nella maggior parte dei casi restano nascoste ai lettori.
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Kafka pro e contro

May 12th, 2006

Günther Anders, tratto da fr.wikipedia.orgSi diceva di un’idea originale su Franz Kafka espressa da Günther Anders nel suo unico saggio sull’autore praghese, Kafka pro e contro, recentemente ristampato da Quodlibet. L’idea è che per Kafka l’aldilà, che compare nella sua opera come tensione verso un mondo sconosciuto e apparentemente ultraterreno, altro non è che questo mondo, ovvero l’aldiqua dei comuni mortali. Per Anders i personaggi di Kafka, e in particolare il K. di Il castello, sono uomini che vivono fuori dal mondo e che fanno di tutto per essere accettati dal mondo.

Anders vede un pericolo potenziale proprio in questo fare di tutto per essere accettati. L’uomo messo in scena da Kafka gli appare come un debole che, pur di entrare, è disposto a sospendere tutte le domande e le riserve sulla giustizia e sulla moralità del mondo che lo esclude. Non gli interessa che i potenti siano illiberali e che il sistema che governano sia intrinsecamente malvagio: l’unica cosa che conta per l’uomo kafkiano è entrare a far parte di quel sistema. Questo uomo disposto a tutto è per Anders il suddito ideale dei regimi totalitari, un uomo che, rinunciando in partenza a esercitare le sue facoltà critiche, è già pronto per essere ridotto in schiavitù. Per questo considera l’opera di Kafka come una minaccia, addirittura come qualcosa di potenzialmente utilizzabile a fini totalitari e liberticidi:
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