Settima puntata della pizzuteide di letturalenta (si veda la categoria Pizzuto per l’elenco completo degli interventi) e secondo contributo del battagliero professor Gualberto Alvino, che non ringrazierò mai abbastanza per la sua disponibilità. La pizzuteide, come sanno i lettori più affezionati, è la mia privata celebrazione di Antonio Pizzuto nel trentennale della morte. Pizzuto è uno dei maggiori autori italiani del Novecento, nonché uno dei meno conosciuti in Italia. La sua scarsa notorietà deriva soprattutto dal suo essere un autore difficile, che molti critici, anche tra i più esperti e qualificati, non hanno esitato a definire illeggibile.
Il punto è che Antonio Pizzuto non accetta letture distratte e frettolose, ma al contrario costringe il lettore a lavorare, a faticare, a conquistare il testo quotidiano col sudore della fronte. Queste sue parole, riportate nell’articolo di Alvino, rendono bene l’idea:
«Il problema della comprensibilità è questo: che il lettore deve educarsi a comprendere quello che legge, non che lo scrittore deve sforzarsi a fargli capire, perché sennò diventa Fröbel lo scrittore, no? Noi non abbiamo preoccupazioni pedagogiche, l’autore non ha preoccupazioni di questo genere […] Il lettore non interessa, il lettore non deve interessare. Lo scrittore non deve preoccuparsi del lettore. Io avrò venticinque lettori, forse meno. Ma che cosa mi importa?»
Sono parole che fanno pensare molto, specialmente in questi tempi in cui sembra dominare l’idea che la letteratura debba per forza essere portatrice di un messaggio, che debba comunicare qualcosa, che debba competere con altri mezzi di comunicazione. Antonio Pizzuto costringe a ripensare da cima a fondo questi luoghi comuni, e a ribaltarli.
Comunque, bando alle ciance. Vi lascio alla lettura dell’articolo di Gualberto Alvino, che ragionando su Pizzuto tocca questa e molte altre questioni di notevole interesse. Chi soffre la lettura a video può scaricarlo in formato pdf (176 KB) e stamparlo.
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Circa quattro anni fa, in una
Sono un imbianchino o decoratore o tinteggiatore che dir si voglia, e quindi è ragionevole dire di me che sono uno che tinteggia o decora o imbianca, ma fra tutte le parole che possono definire me o il mio lavoro io preferisco di gran lunga imbianchino e imbiancare, per via di quell’esplicito riferimento al bianco, parola carica di significati simbolici, emblema del vuoto, del gelo, dell’assenza, ma anche della purezza e soprattutto del candore.
[questo post fa ovviamente :-) il paio con
Perché io credo che questo sarebbe il vero modo ad andare in paradiso: imparare la via dello inferno per fuggirla [Niccolò Machiavelli, lettera a Francesco Guicciardini del 17 maggio 1521].
– Salve, scrivano.
Vedi che scherzi ti combina essere preda delle tue allucinazioni? Ho completamente dimenticato di segnalare una paio di cose che volevo segnalare. Vado a segnalare.
Approfitto dell’onda segnalatoria per ricordare che il 7 maggio prossimo si celebra in numerose vie e piazze italiane la
Dice Umberto Eco:
Sull’onda dell’attualissimo pensiero di von Hofmannsthal sulla catastrofe, riprendo questa recensione a un libro di Marco Belpoliti intitolato Crolli, già comparsa sei mesi fa su
Ricordo a eventuali napoletani smemorati che oggi hanno l’opportunità di assistere a una presentazione di Dalla vita di un fauno di Arno Schmidt,
L’inquietudine non cessa di essere generale, il dubbio e la confusione aumentano piuttosto che diminuire. Gli effetti materiali della catastrofe che noi abbiamo vissuto restano immensi; ma noi ci accorgiamo che gli effetti spirituali sono ancora più terribili e ricchi di implicazioni. Tentiamo di farci strada verso la chiarezza, di capire cosa è distrutto e che cosa è ancora in piedi, ma il senso dell’ordine in noi – l’unico che sarebbe capace di tali giudizi – è danneggiato nel profondo. Nessuno è tanto ricco di spirito, nessuno ha un intelletto tanto acuto da sollevarsi al di sopra di ciò che avvolge tutto e tutti.
(Ricordo a eventuali perecchiani distratti di passaggio che quest’anno – come mostrato dal francobollo postale qui riprodotto – ricorre il settantesimo genetliaco del grande Georges Perec).
Esserci o non esserci? Bisognerebbe capire se è una domanda da porsi seriamente. A ben ragionare, infatti, esserci potrebbe essere un problema che non c’è. Voglio dire: non si può certo stabilire per decreto che esserci comporta vantaggi rispetto a non esserci. Se gli aggettivi non ci fossero, per esempio, sarebbe un problema? Gli uomini cesserebbero di parlare o di scrivere? Resterebbero soltanto discorsi che non possono essere compresi? La civiltà regredirebbe? Pronomi e articoli organizzerebbero un’insurrezione?
Nella breve introduzione all’articolo allegato a questo post, Maria Pizzuto – figlia di Antonio Pizzuto ed energica animatrice della Fondazione a lui intitolata – scrive:
Demasiadas piedras, troppe pietre. Questo è il refrain, il leitmotiv, il ritornello che mi tornerà sempre in mente ogni qual volta prenderò in mano il libro di Marino Magliani per leggerne qualche pagina. Sì, perché questo è uno di quei libri che non ci si può accontentare di leggere distrattamente una volta sola. Questo è un libro che reclama attenzione e riletture.
Il castello dei fantasmi incrociati
Bottega di lettura
i monologhi della varechina
sacripante!