Io sono il capro, fratello, e sono tuo fratello. I miei occhi vedono le cose che tu vedi e la mia bocca pronuncia le tue parole. Le mie interiora hanno la consistenza melmosa delle tue, e analoghe serpentesche sinuosità. Mangio il cibo che ti nutre, bevo alle fonti che ti dissetano. Il ventre di mia madre ti ha partorito, fratello, ed è per questo che tu sei mio fratello, ed è per questo che ti conosco così bene anche se tu mi disconosci, che ti amo anche se hai smesso di amarmi.
Ricordo quando mi confidavi la rabbia per i tuoi primi fallimenti. Eri debole, oppresso, infuriato contro un mondo che, dicevi, non ti capiva, non ti accettava, non ti dava strada. Sentivi di avere qualità eccelse, se solo qualcuno le avesse notate; sapevi di poter fare grandi cose, se solo qualcuno ti avesse ascoltato; eri sicuro di avere i numeri per sfondare, se solo qualcuno si fosse fatto da parte. Ma tutti si ostinavano a non notarti, a non ascoltarti, a non lasciarti passare. In quel tempo avrei dovuto scacciarti, avrei dovuto mostrarmi annoiato dalle tue lamentele e dai tuoi piagnistei. Avrei dovuto, ma non ne sono stato capace, e di questo ti chiedo perdono. Perché fu proprio allora, quando ti abbracciavo e ti asciugavo le lacrime, che hai iniziato a sospettare di me.
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Fuori fa un po’ freddo, quindi spengo la sigaretta e rientro. Mentre chiudo la porta finestra, getto un’occhiata al salotto da sopra la spalla e penso che c’è un discreto disordine qui dentro: carte sparse sulla scrivania; i cuscini del divano dislocati in posizioni improbabili; libri accatastati un po’ ovunque; polvere. Riprendo in mano il libro che ho finito poco fa e lo apro a caso, forse sperando che l’incanto della locanda si ripeta. Guardo le parole allineate sulle righe; le riguardo; leggo qualche frase. Non succede niente. Mi concentro sulle parole che leggo, le rileggo, ma non perdo mai il contatto con il salotto e con il suo disordine così materiale, concreto, sensibile, tutt’altro che metafisico, un disordine che sento familiare e amichevole, figura di un altro disordine che mi riguarda.
Qui fuori, fra le molte cose che si manifestano ai miei sensi, ce n’è una che fatico a comprendere e a descrivere, tanto da sentirmi obbligato a dubitare della sua presenza. Mi accorgo che desidero conoscere appieno il senso e gli effetti di codesto dubitare, e questo desiderio mi suggerisce – con tono amichevolmente perentorio – di rimandare il tentativo di identificare l’oggetto del dubbio, per riflettere un poco sulla parola presenza.
Mi trovo in una locanda buia e fumosa. Che sia una locanda, a dire il vero, è solo una mia supposizione. Cosa sia veramente questo luogo, se di luogo si tratta, non saprei dirlo con esattezza. Più che fumosa, poi, dovrei dirla nebbiosa o indistinta o vaga: attorno a me vedo soltanto i contorni sfumati di oggetti presumibili, ma di esistenza assai incerta. Vedo tracce labili di tavoli potenziali; odo frammenti di suoni che alludono a voci; fiuto uste deboli e confuse di qualcosa che assomiglia al vino, o forse all’idea del vino, o a un suo lontano ricordo. Quanto all’oscurità, sarebbe più corretto definirla penombra, o meglio ancora citazione di una penombra traslucida, lattiginosa, opalescente.
Sono un copista, un riproduttore di parole altrui, un uomo addetto a passare allo scanner quel che altri uomini hanno creduto opportuno fissare sulla carta. Sono uno dei mille e mille copisti che stanno lavorando a un progetto semplice, ma formidabile. Qui, nella sede segreta che ci ospita da anni e in cui concluderemo le nostre oscure esistenze di copisti, lo chiamiamo semplicemente Il Progetto. Il Progetto è articolato in quattro fasi.
C’era una volta un lettore smemorato che lesse un libro e lo dimenticò. Allora ne lesse subito un altro e dimenticò anche quello. Se un valente professore di letteratura l’avesse interrogato su quei libri, il lettore smemorato avrebbe fatto scena muta e il professore gli avrebbe detto: «Mi spiace, caro discente, la sua preparazione è insufficiente. Ritenti al prossimo appello, se se la sente».
Basta! Ho deciso: scriverò un romanzo, un grande romanzo, il più grande romanzo di tutti i tempi! Niente e nessuno mi potrà fermare. Quando mi metto in testa una cosa, io.
Sono un imbianchino o decoratore o tinteggiatore che dir si voglia, e quindi è ragionevole dire di me che sono uno che tinteggia o decora o imbianca, ma fra tutte le parole che possono definire me o il mio lavoro io preferisco di gran lunga imbianchino e imbiancare, per via di quell’esplicito riferimento al bianco, parola carica di significati simbolici, emblema del vuoto, del gelo, dell’assenza, ma anche della purezza e soprattutto del candore.
– Salve, scrivano.
Sono un lettore e in questo momento mi trovo presso il notaio che mi aiuterà a redigere il mio testamento. Il notaio mi sta spiegando che l’incipit rituale di queste pratiche mortuarie è una frase del tipo «Io sottoscritto Tal dei Tali (seguono dati anagrafici), nel pieno possesso delle mie facoltà mentali…».
– Salve lettore.

Ho deciso: scriverò la mia autobiografia, un’opera destinata a rappresentare me medesimo al più alto grado possibile di veridicità. Stenderò innanzitutto un piano di lavoro molto dettagliato. Preparerò un indice, una bibliografia e un accurato elenco delle necessarie appendici. Procederò quindi allo studio dei testi di riferimento, redigendo per ciascuno una rigorosa recensione e mantenendo aggiornato uno schedario cronologico e uno tematico. Compilerò quindi per ogni capitolo tracce di stesura ordinate e precise, che andrò infine a sviluppare una per una.
Lo stupore è quell’atteggiamento verso le cose che l’uomo maturo, istruito e produttivo si ritrova suo malgrado a condividere con i bambini. Situato a metà strada fra l’onesta ingenuità dell’infante e l’irrevocabile tensione alla demenza del
Il castello dei fantasmi incrociati
Bottega di lettura
i monologhi della varechina
sacripante!